“RECITARE IN SARDO MI VIENE NATURALE”: LIA CAREDDU, UNA VITA PER IL TEATRO

Lia Careddu nella foto di Daniela Zedda

di Brunella Scalabrini

Lia Careddu è un’attrice da anni impegnata in un lavoro di ricerca dei diversi linguaggi teatrali, opera nel territorio regionale della Sardegna, nazionale e internazionale da trent’anni, portando in scena opere di repertorio di autori classici e contemporanei, attraverso diverse esperienze di teatro, cinema, televisione e radiofoniche. Impegnata anche sul piano didattico, in diversi interventi interdisciplinari  rivolti alla formazione dei giovani.

Com’ è nata la tua passione per il Teatro? A Siurgus Donigala dove sono nata, ci si riuniva nell’oratorio per svolgere varie attività, fra le quali teatro. A tredici anni debutto in una farsa ottenendo un discreto successo. Ma la vera motivazione a continuare è stata la scoperta di Shakespeare con la lettura di un libro trovato per caso: Shakespeare spiegato ai ragazzi. Un libro scovato tra quelli di una biblioteca mobile che girava di paese in paese. Per me è stato un vero colpo di fulmine e l’avvio per approfondire la conoscenza di questo grande libro che mi ha segnato talmente che avendolo ritrovato, recentemente, l’ho regalato alla mia nipotina Nora, perché ne faccia tesoro. Mi trasferisco a Cagliari per proseguire gli studi e con me porto anche la passione per il teatro.

Che succede in città? Frequento  un corso di recitazione, tenuto da Alberto Melis, che termina con la messa in scena della Cantata del fantoccio lusitano, un buon successo di critica e di pubblico. Il grande salto avviene nel ’72 con Quelli delle labbra bianche di Francesco Masala, regia di Giacomo Colli, supervisione dell’autore,  musiche di Pino Pisano. Gli attori sono Lello Giua, Cristina Maccioni, Paolo Meloni, Isella Orchis, Tino Petilli, Cesare Salìu. Vengo chiamata per sostituire Cristina Maccioni, malata. Così entro a far parte del Teatro Stabile. L’adattamento per il teatro dell’opera di Masala fa da apripista a un filone di drammaturgia sarda che partendo dalle nostre radici fa conoscere la nostra cultura otre i confini della Sardegna.

Quale filone? Seguono: Su Connotu di Romano Ruju con prologo, epilogo, alcune ballate di Francesco Masala e regia di Gianfranco Mazzoni; Carrasegare di Masala con la regia di Rosalba Ziccheddu; Funtana ruja di Leonardo Sole con la regia di Marco Parodi. È importante sottolineare che Su Connotu è la prima opera bilingue vista da 160mila spettatori in novanta località della Sardegna e della penisola. È stato un periodo molto importante: per la prima volta abbiamo portato il teatro in piazza, non solo nelle sale, aperto a tutti e non solo divertimento e svago.

Cos’altro? Nei paesi durante le sagre o nelle ricorrenze per il santo patrono quando rientravano gli emigrati, le rappresentazioni finivano con dibattiti molto accesi tra gli attori e il pubblico trascinato dai temi e dalle storie narrate. Durante le recite diSu Connotu quando cantavamo le ballate di Francesco Masala gli spettatori erano talmente coinvolti che salivano sul palco per cantare e ballare con noi. Finalmente ci facciamo conoscere anche oltre la nostra isola.

Dove? A Bologna, Venezia, Torino. A Venezia nel ’75 veniamo invitati, con altri artisti sardi, a partecipare alla Biennale. Partiamo con pochi soldi, tra mille difficoltà e le polemiche dei soliti pessimisti. Il primo giorno ci viene assegnata la Piazza del Campo di Santa Margherita, un po’ in periferia. Applausi e condivisione, ma decidiamo di andare oltre per giungere a un pubblico più numeroso. Finiamo con le nostre attrezzature in Piazza San Marco: discussione con i vigili per i vari permessi, difficoltà per trasportare nei vaporetti le attrezzature, ma i manichini scolpiti nel legno riproducenti i morti in miniera, le canne delle nostre paludi che si piegano e non si spezzano, il suono insolito delle launeddas conquistano tutti e tra gli applausi si sente gridare “Sardi siamo noi”. A Bologna alla fine dello spettacolo si levò un coro sardo, prima timidamente poi sempre più deciso. Finalmente l’Isola del Silenzio fa sentire la sua voce ricordando i 700mila emigrati sardi, i 200mila ettari di terreno sottratti agli agricoltori, i morti nelle miniere sfruttati dal capitalismo internazionale.

Qual è la differenza tra il pubblico di ieri e di oggi? Quando si arrivava nei paesi con il nostro bagaglio di costumi, attrezzature e scene destavamo curiosità e scetticismo. Al momento della rappresentazione si trasformava in viva partecipazione e interesse. C’era sempre qualcuno che s’intrometteva, senza invito, con iniziative fuori luogo, il giullare del paese. Divertente, simpatico, convinto di aiutarci. In realtà ci complicava le cose. Oggi nei paesi e centri più grossi abbiamo un pubblico che ci segue fedelmente.

In questo clima di incertezze e di conflitti la gente viene ancora a teatro? Nonostante la crisi si lavora bene con le scuole del territorio, è un pubblico di giovani che ci segue con interesse. Inoltre con la facoltà di Filosofia dell’Università portiamo avanti laboratori di Lettura e di Filologia, si lavora con gioia. Siamo venti lavoratori: attori, tecnici, costumisti con altrettante famiglie, facciamo cultura ma anche impresa.

Progetti per il futuro? Con grande piacere abbiamo ricevuto il riconoscimento da parte del Ministero della Cultura come Teatro di Rilevanza Culturale. Dopo i vari festival e i Cartelloni, portati avanti con compagnie e attori esterni alla Sardegna, abbiamo deciso di riprendere il filone sardo.

Recitare in limba ti ha creato problemi? No, per niente. A casa, in famiglia, tra di noi la si parlava normalmente, e quando dovetti usarla in teatro mi venne spontaneo, tanto che proprio Masala mi definì attrice bilingue.

Come sei riuscita a conciliare il teatro con famiglia, marito e due figlie? Devo molto a mio marito Lello, che mi ha sempre aiutata, condividendo le mie scelte e a volte recitando insieme

Rimpianti? Non direi, ma forse sì: non aver a suo tempo studiato canto e curato la mia voce. Peccato. Però quando mi capita di dover cantare durante uno spettacolo lo faccio con il cuore e con molta gioia. Non solo quando recito, ma soprattutto quando canto per la mia amatissima Nora.

Ricordi un momento particolarmente emozionante ? Anni fa, durante il festival di poesia di autori sardi nella reggia nuragica di Barumini. Tra quelle antiche mura, tra il silenzio attonito e commosso degli spettatori, la magia del luogo mi cullava riportandomi indietro nel tempo. Così mentre recitavo la Lettera della moglie dell’emigrato non stavo recitando ma ero la moglie dell’emigrato.

http://www.lacanas.it/

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