FRAMMENTI DI CUORE DISTRIBUITI IN OGNI ANGOLO DI SARDEGNA: UN VIAGGIO IN BARBAGIA CHE EMOZIONA

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di Claudia Zedda

Quando sono nata il mio cuore deve essere scivolato dalle mani dell’ostetrica distratta frantumandosi in molti pezzi che scivolosi, sono schizzati in mille luoghi diversi. Deve essere andata così, visto che più viaggio la mia isola più ritrovo frammenti di cuore. Non li porto mai via con me, ma li lascio sul luogo, tanto per aver un pretesto per far ritorno. A Orgosolo ho trovato lunghe schegge di cuore, parti importanti.  Ritrovarle mi ha fatto sentire una donna più completa, più felice, più tonda, più liscia, più giusta. Ritrovare quelle schegge è stato come ritrovare un pezzo di me, è stato come conoscermi più a fondo. E ora funziono meglio.

Ti racconto il mio viaggio. Ascoltami se ti va. Credo che in buona parte il successo dell’escursione sia da imputare a Paolo, un caro amico, non di vecchia data, ma ugualmente caro, un maestro di quelli che se li trovi per caso sul sentiero della tua vita non ti resta che ascoltarli, seguirli, annotare tutti i consigli che dispensano quando meno te lo aspetti, perché ti rendono una persona migliore. E’ stato lui a consigliarmi di far visita a Franco e Pasquale.

– Se devi andare ad Orgosolo passa a trovarli.

E io ho detto sì, che sarei passata. Sapevo fin da subito che non me ne sarei pentita.

Franco e Pasquale

A casa loro ho avuto il primo assaggio di ospitalità barbaricina, immediata, scontata, che non ti lascia scampo. Mi sono sentita a mio agio fin da subito. Franco, come accennatomi da Paolo è la memoria storica del paese, se non l’unica certamente una delle più puntuali. Quando ho organizzato il mio viaggio ad Orgosolo avevo in mente di trovare soprattutto una donna. Elisabetta, la Sibilla Barbaricina. L’ho conosciuta per merito di Joyce Lussu, e come la racconta lei non la racconterà mai nessun altro. Eppure volevo trovarla. Toccarla. Volevo vederla con i miei occhi, sentirla con le mie orecchie. D’accordo, lo so che Elisabetta, quella Elisabetta di Orgosolo non c’è più. Non è più qui dal 1969, dieci anni esatti prima della mia nascita. Ma che importa. Volevo vedere i suoi luoghi, parlare con chi l’ha conosciuta, odorare i profumi della sua terra, volevo essere un po’ Elisabetta, per un giorno almeno. L’ho trovata. Non ci credi? Se ci penso nemmeno io smetto di stupirmene. Quella donna, ispiridada, guaritrice, majarza, morta molti decenni fa era lì, con noi, presente molto più di quanto non lo sono certi viventi. I miei ospiti me ne hanno regalato una visuale completa, piena, personale, viva, autentica. Quello che cercavo. Quella che volevo.

– Era bella, grossa, sempre rossa in viso. E poi era buona, generosa. Da lei potevano andare tutti, ma passavano a trovarla soprattutto gli stranieri, gli strangiusu.

Ho ascoltato Franco con un entusiasmo infantile. Parlava un italiano preciso macchiato a tratti da chiazze colorate di dialetto, il loro dialetto che io comprendo a stento, ma che, in quella circostanza, ho compreso senza troppa fatica. Tutto merito dei miei frammenti di cuore abbandonati ad Orgosolo ho pensato. Non dirò altro di Elisabetta, non qui almeno, non ora. Ti basti sapere che la conversazione è stata bella come la corsa del sole che sorge e tramonta. Di tutto e di niente abbiamo parlato. Franco mi ha raccontato della sacralità dell’acqua ad Orgosolo, del rito prematrimoniale delle tre Marie, delle loro Janas, delle loro Pantamas, quelle che io chiamo Panas. Mi ha parlato delle erbe, mi ha parlato dei pastori.

– Quelli di oggi sono diversi. Un tempo per essere pastore dovevi sapere tutto. Tutto delle stelle, tutto delle erbe, tutto dei confini e dei punti di riferimento, tutto del tuo bestiame. Un tempo per essere pastore dovevi conoscere tutte le tue bestie ed essere in grado di riconoscerle anche dal loro pelo. Se le perdevi era l’unico modo per ritrovarle.

Ho salutato Franco con un incerto dispiacere, con quella sensazione di gioia per l’incontro e nostalgia per la probabilità dubbia di ritrovarsi. Pasquale, suo fratello non gli somiglia molto, se non, questo è ovvio, per la sua spiccata attitudine all’ospitalità. Ha dipinto molti murales di Orgosolo, è un artista di quelli solitari e silenziosi, che parla poco, ma quando lo fa è per dire cose sensate. Anche da lui avrei molto da imparare.

Ci ha portato a vedere il monte di San Giovanni, il basso bosco di Orgosolo, i suoi antri rocciosi.

– Tieni, questo è del timo.

E mi ha regalato un ciuffetto profumato di una fragranza intensa, affilata.

– … e questo elicriso. I fiori non li vedi perché il bestiame qui si mangia anche le erbe aromatiche. E’ per questo che la carne è tanto gustosa.

Davanti ad un caffè mi ha regalato un suo disegno che appenderò nella mia casa e un ricordo. Il ricordo di Raffaello Marchi. A Orgosolo cercavo Elisabetta e ho trovato anche Raffaello, uno studioso autodidatta, semplice, appassionato, che gode della mia stima più profonda. Alle volte credo di somigliargli, alle volte spero di somigliargli. Franco, Pasquale, perfino Paolo lo hanno conosciuto.

– Una persona semplice, colta ma in grado di parlare con tutti. Parlare soprattutto gli piaceva, parlare con la gente. E ti faceva sempre sentire a tuo agio.

Jannas nel supramonte

In macchina pensavo a quante cose avrei voluto chiedere ancora a Franco e a quante volte grazie avrei voluto dire a Pasquale. La testa era una girandola che ha trovato sosta solo a macchina spenta, ospite diJannas un B&B fra i più belli che io abbia mai visto. La faccio facile: supramonte davanti, piscina al centro, canto di campanacci ovunque, tramonto color delle arance invernali, sanguigne, cellulare che non riceveva. Ero in paradiso. I proprietari mi hanno dato il secondo assaggio di squisita ospitalità barbaricina regalandomi, pur senza saperlo, uno dei giorni più sereni e incantati della mia vita. Tutto quella notte è stato suggestione. Tutto. Perfino le Janas che mia figlia ha creduto di vedere in mezzo alle montagne nere, illuminate da un baffo di luna.

Orgosolo dei Murales

Non ne so molto sui murales di Orgosolo, solo che tutto ha avuto inizio da alcuni manifesti affissi al muro che con la pioggia hanno stinto macchiando le pareti e dando avvio a qualcosa di straordinario. Tutti i murales di Orgosolo hanno qualcosa da raccontare, da cantare, da urlare, da sussurrare. Ce ne sono un’infinità. Inseguendoli ho trovato anche il laboratorio di laboratorio di Maria Corda. Incanto. Era chiuso. Fossi stata una bambina di cinque anni avrei pianto. Ma visto che ne ho 36 mi sono detta che sì, andava bene così, e che quello era il giusto pretesto per far ritorno a Orgosolo. Le viuzze vomitavano turisti. Non son come facciano gli abitanti del luogo a non perdere la pazienza. Macchine fotografiche e cellulari ovunque. Mi hanno infastidito… poi ho pensato che anche io, lì ero una turista, una straniera. Eppure mi sentivo a casa.

Maria Corraine e la casa museo

Il mio tour ad Orgosolo si è chiuso con la casa museo Corraine, una casa storica, alta parecchi piani, ricca di richiami etnografici, di ricordi altrui, ma soprattutto piena della presenza della sua proprietaria, Maria Corraine. Alta quanto basta, bella, consapevole, dalla parola pronta. Mi è piaciuta subito. Ci ha affidato presto al marito che ci ha mostrato la casa il cui cappello è una soffitta bassa e calda che domina su tutta Orgosolo. Dalle basse finestrelle si intravedono murales nascosti e bellissimi e molti altri dettagli che ti consiglio di andare a visitare con i tuoi occhi. A mo’ di saluto Maria ci ha offerto un dolce e una bevanda, ha recitato una bellissima frase beneaugurale alla mia bambina e ci ha fatto promettere di tornare presto. Sono volata verso Oliena con un poco di tristezza che mi aleggiava attorno, come basse nuvole che circondano una collinetta. Di certo c’è che tornerò presto ad Orgosolo. Mancano all’appello ancora alcuni frammenti di cuore.

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