DIO SI E’ DISTRATTO UN ATTIMO: CON IL LIBRO DI RINALDO PILLAI, STORIA DI UNA GENERAZIONE NEGLI ANNI DEL DOPOGUERRA


di Sergio Portas

A Rinaldo Pillai ( sardismo voluto) l’ho incrociato in paese, a Guspini dove ambedue siamo nati: doveva essere l’estate del ’49, poi non ci siamo più visti fino a un paio d’anni fa, d’acqua sotto i ponti ne è passata un mare. Lui allora aveva sei anni, io andavo per i tre e, mi dicono i miei cugini Ruggeri, sovente mi aggiravo in vicolo Montevecchio, la casa di nonno Cherchi l’ultima lassù in cima, insieme a una banda di mocciosi scalzi senza neanche le mutande ( a cù in fora): il pudore questo sconosciuto! Lui, come scrive in un libriccino oramai introvabile, Davide Zedda editore 2010: “Dio si è distratto un attimo”, durante le vacanze scolastiche del primo anno di scuola (aste e uncini e un po’ di lettura balbettata, pag.20) allora girava con signor Giuseppino, un ambulante cieco dalla nascita che aveva un carretto a due ruote carico di merce e si faceva precedere da un grido salmodiante che neanche il banditore del paese: “ Lucido, lame, sapone e pettini, specchi, coltelli e temperini, calze mutande e camice per uomo, maglioni e maglioncini per uomini, donne, ragazze e bambini”! Chissà per quale motivo ne avevo una paura matta, anche se mi affascinava vederlo maneggiare i soldi di carta e le monete con una maestria inspiegabile, mai si sbagliava nel dare il resto. Ne guarii, dalla paura, il giorno che babbo Livio mi afferrò per la mano e mi ci trascinò davanti, presentandomi come figlio suo: vedi, mi disse, questo è un mio amico. E il signor Giuseppino mi accarezzò i capelli. Rinaldo gli faceva da “ cane guida per ciechi, ad ogni angolo della via e ad ogni svincolo, era mio compito guidarlo a destra e sinistra, senza nemmeno pronunciare l’intera parola, ma solo: “Des…Sini…” era un compito ingrato, ma era un lavoro leggero e il misero salario serviva ad aiutare la famiglia” (pag.35). Come recita il titolo del libro, in quell’attimo di distrazione della divinità che di norma fa sì “non si muova foglia che dio non voglia”, anche in questi tempi che ci tocca di vivere, le famiglie bisognose d’aiuto sono aumentate con numeri ad esponente tendente all’infinito. Vivono magari a Damasco o ad Aleppo, bombardate da “bombe intelligenti” sganciate da aerei russi, americani e siriani (la guerra paradossalmente denominata “civile”: i fratelli scannano i fratelli), quelle che si fabbricano a Serramanna (ditta tedesca) le vendiamo ai sauditi, custodi dei luoghi sacri dell’Islam, poi loro le sganciano in Yemen sui “ribelli Houthi”, sciiti di un paese che forse è il più povero del mondo. Nel ’43 quando nacque Rinaldo Pillai, a Gonnosfanadiga, nel nostro piccolo: “l’ecatombe di 80 vittime innocenti perpetrata dai libertadores americani che bombardavano in nome delle magnifiche “sorti e progressive” (cfr. Toto Putzu gonnensis)”. Sarà per questo che quelli della mia età si stupiscono, ogni giorno di più, dello stupore che prende la gente quando vede (alla televisione) quei minori soli che si imbarcano su navigli fatiscenti per tentare una vita che possa prefigurare un loro futuro diverso dall’attuale. Rinaldo Pillai a sedici anni si imbarca per il continente, nave Tirrenia ovviamente, fatiscente la sua parte: “…venni accompagnato in una grande camerata e mi venne assegnato un lettino…Un odore di fritto, e di arrosto freddo di pollo, si confondeva con l’odore disgustoso delle scarpe e dei calzini indossati a lungo…tutto s’incorniciava con il frastuono vibrante del motore diesel della nave, e con un chiacchierio vivace di persone in andirivieni” (pag.88). E il dondolio traballante della nave: chi è capace di non vomitare anche l’anima? Via da Guspini e dalla Sardegna tutta, è il terzo di sette figli (Marisa, la più piccola morirà che aveva due anni), il babbo è minatore a Montevecchio e lì la silicosi da sempre aiuta la morte ad avere un suo perché: “il ventidue aprile del millenovecentocinquantadue alle ore sedici, il parroco del paese, diede l’estrema unzione al mio povero babbo che, dopo atroci sofferenze venne a mancare. Dio si era distratto un attimo. Io giocavo spensierato per la strada con i miei compagni, con la speranza che il babbo potesse guarire (pag.24). “La mia povera mamma portava la crocchia, una lunga treccia di capelli neri arrotolati sulla nuca, ricoperta da un foulard nero che annodava sotto il mento e su di esso ancora uno scialle nero lucido, con lunghe frange che le arrivavano alle ginocchie. Era l’abbigliamento delle vedove ed era costume portarlo anche durante l’estate, quando il sole picchiava a picco con quaranta gradi all’ombra. Tutto ciò era terrificante, mia madre rimase vedova a trentanove anni e il suo lutto durava tutta la vita” (pag.28). Sarà anche per questo che sono felice di vedere le ragazze islamiche fare il bagno al mare in burkini, le sarde in microscopici bikini finalmente! Rinaldo è un ragazzino vivace, gli tocca è vero andare a “lavorare” prima da un falegname, poi nella bottega di zio Pietrino, “che mischiava alla vendita di derrate alimentari, armi e munizioni, filo spinato e badili” (Pag.76). Ancora presso un fornaio pasticciere, e la sveglia suonava prima delle due del mattino. Alle quattro del pomeriggio si doveva rifornire il forno di “acqua buona”: “col triciclo carico di damigiane di vetro da cinquanta litri, due rivestite ed una a vetro nudo “a sa mizza de zia Anna Arrù”, triciclo senza freni e la fonte era nella parte alta del paese, inevitabile il capitombolo alla prima ripida strada in discesa. Un paio di uova al giorno si possono “sgraffignare”, la prima volta in saccoccia: “le uova si ruppero e sentii l’albume viscido e freddo che, attraverso la tasca dei pantaloni, colava lungo le gambe fino ai piedi…la sera a cena la mamma cucina l’uovo, e ogni fratello vi intingeva un biscottino di pane” (pag.83). Poi ci fu l’officina di Pinuccio che andò a fuoco il giorno di san Giorgio, lì ne ricavò una bicicletta che servì a pagare il biglietto per il viaggio verso il nord Italia. Ma c’erano anche i giochi con la banda dei coetanei, i furtarelli di frutta nei vigneti e orticelli che “aiutavano a toglierci la fame”. Non andava sempre tutto liscio, se scoperti le punizioni potevano essere pesanti: “ Eraldo, uno dei compagni, venne bastonato dal padre col manico della scopa mentre dormiva e per ciò che mi riguardava, la mamma, dopo avermi frustato con la vecchia cinghia di pelle larga quattro dita (che era appartenuta al mio povero babbo) mi fece salire sul solaio della casa e mi legò con una corda alla spalliera del letto in ferro battuto…la cena me la fece saltare…proprio quella sera che c’era il risotto!!! (pag.40). Altre cene salterà questo discolo, tutte sempre molto frugali: minestra di latte, pane e mortadella. Ma nulla in confronto al dramma che gli si spalanca davanti (insieme al fratello minore) quando viene accettata la domanda per il collegio ENAOLI di Iglesias. L’11 novembre 1955.

I ragazzi son ragazzi, il collegio ne ospitava centocinquanta, a tenere la disciplina “istitutori” sorveglianti di giornata, tale Lopez (e questa volta ero davvero innocente e il mio cuore gridava vendetta)…mi fece tendere le mani con le dita unite a carciofo e con la riga di legno, con la parte millimetrata e tagliente rivolta verso il basso, sferrò il colpo, come una mannaia…Lopez si alzò infuriato e con violenza inaudita mi sferrò tanti calci e schiaffi…poi il sale grosso sparso per terra e, in ginocchio!!!…nelle scuole elementari al mio paese al posto del sale usavano i ceci” (pag.60). Il professor Palma, soprannominato “Rattoppa” usa gli stessi metodi, per un letto mal rifatto “cominciò a picchiarmi con calci e schiaffi…mi mise in ginocchio sulla pedana della cattedra…e mentre io piangevo a dirotto, mi colpì con violenti calci sulla schiena…era pazzo!!” (pag.65). Alla prima visita della mamma uno cerca solidarietà ma la risposta è raggelante: “Peggio per te che fai da cattivo”. “Anche se mia madre ogni tanto mi frustava, non portavo rancore, sentivo che aveva il diritto di farlo, a differenza degli istitutori del collegio che erano persone estranee e mi frustavano lo stesso” (pag.66). La salvezza venne da una benefica febbre psicosomatica che, persistente in collegio, spariva miracolosamente nella convalescenza a Guspini, se ne dovettero fare una ragione: due anni dopo Rinaldo torna a casa per sempre (il fratellino vi rimarrà per sei anni). A Genova il primo lavoro è presso un pizzicagnolo: salario dodicimila al mese. Cinquemila sono per la pensione, un minestrone “Da Gino”costava quattrocento lire. E visto che quattro per tre fa sempre dodici non lo si può mangiare tutti i giorni. Poi in provincia di Alessandria a potare viti, quindicimila al mese oltre al mangiare e dormire, e gli fanno pure il bucato. La sera, al bar della piazzetta, a vedere la televisione. Al mattino anche una mucca da accudire e da mungere: Gervasa, ogni tanto scalciava agli estranei e bisognò farle assaggiare il manico del tridente per ammansirla per sempre. Nell’aprile 1960 è a Torino dove si era trasferita la sorella maggiore dopo sposata. La prima fabbrica, venticinquemila al mese, e poi la FIAT. Rinaldo Pillai è bravo e lavora, a cottimo, sino a sfinimento. Fa carriera, spezzata dalla chiamata per il servizio militare in Marina, conosce la grande città, le ragazze e i jukebox, si fidanza e sfidanza, si sposa. L’autunno caldo del ’68 gli fa venire nostalgia di casa: con moglie e la prima figlia torna a Guspini. E’ uno “specialializzato”: lo prendono a lavorare a Montevecchio. La qualità di scrittura di Rinaldo risente pesantemente dai suoi trascorsi scolastici guspinesi ma la storia che racconta, la sua storia, è paradigmatica di tutta una generazione, gli anni del dopoguerra quando la felicità di un bimbo era mangiare un gianduiotto, col pane,e gli accalappiacani si chiamavano “Cabiscetta” e non si lavavano mai. Adesso è un pensionato che se attacca a parlare spara a raffica aneddoti di vita per altri cento libri, almeno. L’ultima volta che ci siamo visti mi voleva mostrare una sua casa al mare, a Torre dei Corsari, guidava la sua macchina e, al solito, raccontava storie sue e nel farlo, giustamente, pretende di guardarti negli occhi. Alla velocità che usano i sardi quando i cartelli stradali dicono cinquanta all’ora: sembra che per loro sia una sorte di incitamento al raddoppio, e anche più. Confesso che mi è venuto in mente questo suo titolo, in cui Dio ogni tanto si distrae: con Rinaldo Pillai alla guida, se mi salvo questa volta, mi sonno detto, in macchina mai più.

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