VERSO SUD DA MONTE DOGLIA ALLE ANDE: CRONACA DI UN VIAGGIO-REPORTAGE DAL QUALE E’ NATO UN BELLISSIMO LIBRO


di Salvatore Taras

Alla partenza dall’aeroporto di Alghero, ai piedi di Monte Doglia, capiamo che l’avventura è iniziata. Due giorni di tragitto, passando per Milano e Amsterdam, per poi affrontare dodici ore di volo diretto per il Brasile. Quando si giunge in un Paese latino, è bello scoprire quanto la sua cultura si avvicini alla nostra. Per certi versi ci si sente più a casa che a Londra. A parte il traffico forsennato, ci colpisce lo sguardo raggiante della gente, speranzoso e allegro. Della Sardegna ci eravamo lasciati alle spalle musi lunghi e un senso di sconforto interminabile. E, soprattutto, la parola “crisi” stampata a caratteri cubitali nella mente. A Rio de Janeiro, giusto il tempo di superare le noie del fuso orario e dal quartiere di Ipanema iniziamo la nostra scoperta dell’America a quattro mori. Ci muoviamo fra orde di palestrati e corpi femminili dal ritocchino esplosivo. Gli amici del Circolo dei sardi ci accolgono in un chioschetto-bar sulla spiaggia di Copacabana, dove fanno bella vista noci di cocco fresche dal peculiare guscio verde. Ci ritroviamo a sorseggiarne insieme il succo dissetante, come fossimo vecchi amici. Il presidente Alberto Caschili e il suo vice Giampiero Piras, entrambi cagliaritani, sono migranti di vecchia generazione che a Rio hanno trovato la loro Mecca. La figlia di Giampiero, Stefania, a trentacinque anni riveste il ruolo di ispettrice federale che autorizza l’ingresso e la commercializzazione dei nuovi farmaci in Brasile. Un incarico a dir poco prestigioso. Scopriamo nomi di sardi che hanno avuto successo nel campo musicale, nella recitazione, come manager e chef. Mentre parliamo ci accorgiamo di essere in uno scenario da sogno, forse il più bello dell’intero continente, dove l’unico lato negativo è la criminalità diffusa. Dalle vicine favelas arrivano frotte di ragazzi che spesso scorrazzano fra i turisti razziando quanto possono, per poi svanire come schegge. Sono ben note le operazioni della polizia per “eliminare” il problema, sia in occasione degli ultimi mondiali di calcio sia per le olimpiadi. A due ore di macchina a nord c’è una tranquilla cittadina, Cabo Frio, dove Natalino Demontis ha una dimora che sembra un museo della Sardegna. Questo arzillo sassarese si è fatto apprezzare a tal punto dalla municipalità, che nella toponomastica locale sono stati inseriti rua (via) Sassari, rua Cagliari, rua Corale Luigi Canepa o rua Gremio dei Viandanti. Salutato il Brasile, puntiamo la rotta verso la mitica città che porta il nome della Madonna di Bonaria di Cagliari, fondata nel 1536 da un gruppo di sardi al seguito di Pedro de Mendoza. Il volo aereo fa precipitare nell’atmosfera argentina: la coda balla come un tango al quale manca per fortuna il casquet. Nello scuro panorama notturno al di là del Rio de La Plata compare una distesa infinita di quartieri illuminati. È Buenos Aires. Sconfinata. Qui i sorrisi sono tristi, l’economia è in default e i pesos valgono come carta igienica. In Plaza de Mayo ci ritroviamo però all’interno di una festa grandiosa: Buenos Aires Celebra Italia. Sul palco di fronte alla Casa Rosada si canta a squarciagola O sole mio, oppure O surdato ‘nnamurato, tra gagliardetti tricolori e bandierine biancoazzurre. La commozione è palpabile. Inevitabile una lacrima. Quello che scorgiamo non è solo folclore, è un sentimento, è l’immagine di un’Italia mitizzata che forse non esiste, se non nel cuore degli emigrati. Quando compaiono i costumi sardi del gruppo di Rosario, tra i danzatori spicca la figura di un vecchietto, Sebastiano Mureddu di Orani, un reduce della guerra di Russia che a novantacinque anni balla ancora il ballu tundu sul palco. Tra i mille stand con prodotti tipici ce n’è uno dove si vendono casadinas, pabassinos e sospiros. Sono tutti fatti dalle mani amorevoli di Angela Solinas di Macomer, presidente del Circolo dei sardi di Buenos Aires, con l’aiuto della vice, l’ittirese Margherita Tavera, e di tutta la compagnia. Fa parte della comitiva un giovane italo-peruviano, Gian Carlo Barreto Manunta. Suo nonno era partito da Siligo per approdare nella terra conquistata da Pizarro. Ci racconta la sua storia, ci parla fieramente del suo lavoro nello staff di un politico di origini calabresi, un certo Mauricio Macrì. Passeranno pochi mesi e questo politico diventerà il presidente dell’Argentina. In quei giorni, un’eccezionale tempesta di fulmini si abbatte sulla città mentre siamo a cena fuori. Rientriamo in sede con le scarpe in mano calpestando i trenta centimetri d’acqua che ricoprono i marciapiedi. L’alluvione provocherà in due giorni migliaia di sfollati dalle villas miserias, le favelas argentine, e la morte di oltre cinquanta persone. Il Perù ci attende. Lima ci accoglie sotto il suo cielo grigio fumo e i suoi dieci milioni di abitanti, stretta sulla costa occidentale come un fuggiasco che si arrende alla barriera dell’oceano. Qui troviamo professori, coach, comunicatori, biologi marini, impresari e ristoratori, tutti con storie diverse ma con un minimo comun denominatore: vengono da un’isola lontana che portano sempre nel cuore. Anche oltre la Cordigliera delle Ande c’è una piccola Sardegna desaparecida che vorrebbe non essere dimenticata.

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