ODIO E RANCORE: BENVENUTI ALLE OLIMPIADI DELL’ITALIA INCAROGNITA

ph: a Rio de Janeiro, il "portasfiga" Matteo Renzi e la regina della piscina Federica Pellegrini

di Flavia Perina

Le Olimpiadi al tempo dell’hate speech sono le Olimpiadi di quelli che insultano Federica Pellegrini perché ha rinunciato ai 100 stile libero; di quelli che prendono in giro Elisa Di Francisca per la bandiera europea sul podio, delle arciere “cicciottelle” e del direttore del Quotidiano Sportivo che perde il posto per un titolo al limite della presa in giro sessista.
Le Olimpiadi al tempo dell’hate speech sono quelle in cui si tifa Italia ma si fanno le pulci alla medaglia d’oro di Judo perché fa un po’ lo scemo al microfono; dove a Renzi si dà del porta-sfiga perché gli capita di assistere a gare sfortunate; dove, insomma, l’orgoglio di bandiera che è un po’ il nocciolo della competizione tra nazioni cede troppo spesso il passo alla recriminazione se non al rancore: come se anche questo mondo qui – il mondo di chi si allena in silenzio negli “sport minori”, lontano dai riflettori, faticando molto per obiettivi spesso irraggiungibili – fosse una casta, anzi kasta col k, da dileggiare andando a cercare il pelo nell’uovo pure quando è così piccolo da risultare invisibile.

Le Olimpiadi al tempo delle guerre asimmetriche, dello scontro di civiltà e dell’Occidente impantanato nella crisi sono lo specchio di un momento storico indecifrabile. Rispetto a quattro anni fa gli ascolti tv calano, e il meritorio Techetechetè fa quasi gli stessi numeri delle gare nella stessa fascia oraria. Eppure, in questa revanche nazionalista che incendia gli Stati – e soprattutto le due superpotenze, America e Russia – era immaginabile un ritorno di tifo per l’appartenenza, la bandiera, i “nostri” contro i “loro”, un revival dei sentimenti fortissimi che segnarono le edizioni della Guerra Fredda, dove ciascuno aveva un suo nemico diretto da superare nel medagliere (per l’Italia era la solita Francia) e il tifo per i Mennea, i Berruti, le Calligaris, i Di Biasi, le Simeoni, era corale e innamorato. Non ci sono più i campioni di una volta? O questo rinascente egoismo nazionale, feroce e rancoroso, ha un segno diverso da quello del passato, ama più abbattere statue che incoronare campioni?

In Italia, i partiti che interpretano i tempi nuovi del “prima gli italiani” e della via autarchico-pauperista di uscita dalla crisi sono storicamente ostili ai Giochi, ritenuti un portato decadente e inutile del vecchio mondo. Sul fronte M5S fu Beppe Grillo in persona, all’epoca di Londra 2012, a esternare la sua antipatia dileggiando gli atleti delle discipline meno note («mancano solo le freccette da bar, le bocce e il parcheggio cronometrato in retromarcia») e sostenendo che i Giochi sono «un bromuro quotidiano sponsorizzato dalle multinazionali».

Le Olimpiadi non sono mai sono piaciute nemmeno alla Lega, che nell’epoca d’oro di Umberto Bossi cercò addirittura di allestire una Nazionale Padana per marcare la distanza dagli Azzurri. La nuova Italia-contro, insomma, coltiva un nazionalismo di tipo nuovo, che si esprime (anche) demolendo l’iconografia ordinaria a cui siamo abituati a legare i sentimenti di appartenenza: inno, bandiera, gente sul podio che parla la nostra stessa lingua e grida “Ciao mamma!” alle telecamere internazionali.

Forse è anche per questo che alle Olimpiadi al tempo dell’hate speech sono un groviglio controverso dove l’emozione facile del tifare gli italiani si fa strada con più difficoltà che in passato, e persino la medaglia bellissima – il duecentesimo oro – dell’outsider Fabio Basile è accolta in Rete con molti birignao perché il campione si è divertito, su sollecitazione di un’intervistatrice, a imitare Jenny Savastano di Gomorra.

Un cafone, dicono. E quelle altre, «cicciottelle», un modo gentile per dire inguardabili. E Federica, vigliacca, che perde un podio e si tira indietro. Ed Elisa, piaciona: che c’entrava la bandiera d’Europa, voleva l’applauso dei poteri forti? Capire cosa anima questa voglia di demolizione non è semplice, ma esiste e se ne dovrà prendere atto: parafrasando Brecht, pare davvero che il bisogno di eroi sia in caduta libera, anche se il popolo in questa nuova fase appare più incarognito che beato.

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