IN SARDEGNA, UN’ESTATE DIVERSA A 80 ANNI DALLA SUA SCOMPARSA: SULLE ORME DI GRAZIA DELEDDA


di Federico Geremei – tratto ww.repubblica.it 
http://www.repubblica.it/viaggi/2016/08/10/news/sardegna_luoghi_deledda_anniversario-145727939/

Sono passati ottant’anni esatti dal ferragosto del 1936, il giorno in cui la prima ed unica donna italiana ad aver vinto il Nobel per la letteratura se n’è andata. Un anniversario che ogni estate passa in sordina tra schiamazzi e tuffi, fritture di paranza e racchettoni, esodi, angurie e controesodi. Quest’anno ne ricorre però anche un altro: il riconoscimento dell’Accademia di Svezia alla scrittrice sarda è targato 1926. Cogliamo questo doppio spunto come un invito diverso ad un viaggio diverso: niente itinerari aggrovigliati, opera omnia di Grazia Deledda alla mano, per cercare i tanti riferimenti espliciti e gli infiniti rimandi impliciti tra narrativa e geografia. Poche acrobazie – giusto un po’, q.b. – saltellando tra volumi di carta e cartine stradali (o tra e-book e Google Maps) in un unico segmento: Nuoro-Galtellì-Orosei. Un tratto breve (cinquanta chilometri) ma marcato, un asse da seguire e intorno al quale tracciare personalissimi percorsi deleddiani.

A Nuoro Grazia Cosima Deledda è nata, il quartiere Santu Predu è il miniuniverso barbaricino di cui assorbe ed elabora gli elementi più duri, trasfigurandolo con fervore e documentandolo con rigore. Al civico 42 della via che porta il suo nome la Deledda vive fino alle ultime settimane del Milleottocento. Nel giro di pochi mesi lascia la casa di famiglia e la propria terra, si sposa, raggiunge l’ambita sponda del Tirreno – quella romana, più consona alle sue ambizioni (o viceversa). Non ha nemmeno trent’anni, in tutti quelli che seguono farà ritorno molto di rado e per brevissimi soggiorni. Noi restiamo tra i vicoli del rione nuorese, la bella dimora oggi si chiama Museo Deleddiano. Da quando l’Istituto Superiore Etnografico della Sardegna l’ha rinnovato dieci anni fa è diventato un presidio curatissimo di memorie e documenti. Come l’altro in città, già che ci siamo: il museo Etnografico Sardo, probabilmente il più ricco e interessante dell’isola

A pochi passi dalla dimora dei Deledda uno spiazzo è dominato da qualche scultura, totem verticali che campeggiano quasi timorosi, dismessi ma non dimessi, sul perimetro sghembo tra le case. É piazza Salvatore Satta, anteprima (a rischio di imperdonabile confusione toponomastica) di piazza Sebastiano Satta. Il primo era un giurista, l’altro un poeta. A questa seconda si arriva in pochi minuti di camminata dalla prima, vale la pena esplorarla con calma e in diversi momenti della giornata, per misurarsi con la geometria ideata mezzo secolo fa da Costantino Nivola ed i chiaroscuri delle opere che la punteggiano.

Il filo rosso di questo viaggio prende così forma e sostanza massicce, rincorre le quattro dimensioni delle rocce di Sardegna. E così, con la segnalazione del museo Francesco Ciusa, ospitato nell’ex tribunale – rapida ma necessaria, è stato uno scultore di primo piano, plasmatore di materia sarda – torna a parlare di Grazia Deledda. Le sue spoglie riposano in un sarcofago di granito nero nella chiesa della Solitudine. Ci sono voluti anni dalla morte al funerale: la comunità nuorese l’ha amata poco e tardi e non ha mostrato fretta di accoglierla per l’ultimo saluto. Nuoro è qui in bilico, il monte Ortobenetroneggia davanti. Vale la pena salire per visitare il complesso di Nostra Signora su Monte e la chiesa di san Giovanni Gualberto e per le visioni dai tornanti, un saliscendi nel verde che mitiga la sovraesposizione a tanta – troppa? – pietra.

Mettiamoci ora in cammino per Galtellì, i quaranta minuti lungo la statale 129 sono l’alternativa migliore delle tre possibili: srotolano un panorama ai lati della strada che scende gradualmente da cinquecento metri di altitudine del capoluogo ai cinquanta del borgo. Che è Bandiera Arancione Touring e centro del Parco Letterario Grazia Deledda. Qui la scrittrice ha ambientato “Canne al vento” ed ai dintorni ha attinto per frammenti di altre opere e richiami estesi. Saliamo di nuovo in quota prima di entrare a Galte (così si chiama nel romanzo), dalla piana del Cedrino alla cima del monte Tuttavista (sic). Lecci, pini e ginepri, asfalto e sentieri si alternano man mano che gli scorci di oggi echeggiano le immagini di allora: “Il sole obliquo fa scintillare tutta la pianura; ogni giunco ha un filo d’argento, da ogni cespuglio di euforbia sale un grido d’uccello. Ed ecco il cono verde e bianco del monte di Galte solcato da ombre e da strisce di sole, e ai suoi piedi il paese che pare composto dei soli ruderi dell’antica città romana. Lunghe muricce in rovina, casupole senza tetto, muri sgretolati, avanzi di cortili e di recinti, catapecchie intatte più melanconiche degli stessi ruderi fiancheggiano le strade in pendio selciate al centro di grossi macigni; pietre vulcaniche sparse qua e là dappertutto danno l’idea che un cataclisma abbia distrutto l’antica città e disperso gli abitanti”.

Quell’aura decadente e desolata resta sullo sfondo, su quegli stessi sedimenti storici di geologia e umanità della bassa Baronia alcune tradizioni hanno mantenuto  radici e spirito. E sono rinate, oggi sono vive, non impolverate ma autentiche. Una su tutte, il “canto a cuncordu”. Simile ma distinto da quello “a tenore”, è intonato da quattro voci maschili su un impianto polifonico di matrice liturgica. A preservarlo sono le due confraternite galtellinesi. Una (Santa Croce) ha quattro secoli di storia, l’altra (Le Anime) quasi tre “soltanto”. Due buone occasioni per sentirne da vicino l’intensità sono gli appuntamenti dell’8 e del 14 settembre. in occasione degli eventi di “s’accumpannamentu”. O a metà ottobre, per la rassegna “Altrocanto”, omaggio a tradizioni canore di altre latitudini sonore e geografiche. Galtellì è un buon esempio di quest’equilibrio tra la sostenibilità di un’accoglienza moderna ed il recupero graduale del patrimonio: smarcandosi dalla dittatura modaiola del turismo “slow”, invita ad escursioni nei dintorni ed immersioni tra i vicoli. Mettiamoci di nuovo in marcia, dunque. La strada per Orosei costeggia il castello di Pontes, altro presidio roccioso che pare quasi un residuo di un set di qualche kolossal di cappa e spada. Se ne sa del resto poco, tanti strati – il più remoto risale ad un millennio fa – ma più ipotesi che certezze aleggiano tra le rovine a strapiombo. La camminata è breve e ripida, ripaga però quadricipiti e pupille e invita, ora sì, ad una contemplazione lenta.

Resta l’ultimo tratto di questo viaggio lontano dalla costa, quello fino al mare. Scegliamo Orosei ché è qui che il feretro Grazia Deledda è sbarcato da Roma, l’omaggio le è stato reso al santuario del Remedio. Dalle rovine del castello la strada è corta e pianeggiante, sfiora canne nel vento e suggestioni d’inchiostro, bastano pochi minuti per il golfo. Se l’arrivo in piano non s’addice all’ultimo paragrafo il finale alternativo è già scritto: si piega a sud verso Dorgali e cala Gonone, salendo su altre falesie e scendendo da altre rocce. Il mare è lì sotto e la capitale appare lontana, Nuoro ancora di più.

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