LIBERTA’ ESPRESSIVA, GESTUALITA’ IMPULSIVA, SOVRAPPOSIZIONI CROMATICHE: GLI ANNI SETTANTA DI NINO DORE

ph: Nino Dore

di Roberta Vanali

Nasce dall’incontro tra l’idealità del progetto la condizione esistenziale dell’azione pittorica; tra la referenzialità sintattica e le suggestioni emotive che nonostante tutto il colore conserva” scrive Nino Dore (Sassari 1932 – Roma 2013) nella presentazione del suo lavoro in occasione della personale alla Galleria Duchamp a Cagliari nel 1977. Personalità di spicco ad iniziare dalla fine degli anni Cinquanta, Dore è uno degli artefici di quella rottura dei canoni estetici tradizionali isolani che l’ha visto in prima linea insieme agli artisti di Studio 58 e la cui immediatezza espressiva lo discosta dal più anziano Mauro Manca, nonostante l’approdo all’astrazione avvenuta nello stesso periodo. Gli anni Settanta dell’artista sono contraddistinti da una libertà espressiva fatta di gestualità impulsiva, di sovrapposizioni cromatiche e tagli compositivi inusuali, come ben rivela l’esposizione curata da Anna Oggiano ed Efisio Carbone per lo Spazio (In)visibile. Otto grandi carte intelate, dipinte ad olio senza l’uso dell’olio di lino, quindi completamente a secco, appartenenti agli anni Settanta, selezionati secondo il gusto dei curatori tra le opere meno conosciute dell’artista. Dove l’impetuosità gestuale lo vede molto vicino a Vedova mentre per quanto riguarda la stratificazione materica il riferimento è da ricercarsi in certi esempi burriani ma soprattutto nei multistrato di Cy Twombly. Nonostante ciò la produzione dell’epoca non rinnega la realtà bensì la trasfigura con una sintesi che sta al confine tra emozione e ragione e dove è l’inquietudine esistenziale a farla da protagonista, così come avviene con Turner. A questo proposito Dubuffet e Fautrier, conosciuti nel periodo parigino prima di ritornare in Sardegna, sono stati determinanti per quella valenza selvaggia che spesso emerge disattesa. Trame cromatiche altamente espressionistiche sovrastano quel turbinio segnico che è al contempo lirico. Ne scaturisce un’ambiguità percettiva che cattura il pubblico costringendolo a scandagliare tutta la superficie pittorica per tenere aperti diversi fronti di ricerca, scrive Gianni Murtas e prosegue: dà al colore connotazioni spaziali, trasforma il segno in una sorta di struttura percettiva dell’insieme, tende e predeterminare il ritmo grafico dei dipinti. Il tutto con una buona dose di ironia e di raffinata poesia che contraddistinguono la pittura di un artista sempre fedele a sé stesso nonostante la continua sperimentazione.

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