DI BARBAGIA E DI COME GLI ALTRI VORREBBERO CHE FOSSIMO

nella foto l'autrice dell'articolo, sindaco di Fonni

di Daniela Falconi

Che palle! può una sindaca iniziare un post con un “che palle”? 
Vabbè. Diciamo di sì. 
Ci risiamo ancora: stereotipi, pregiudizi, scuse, non ci siamo capiti, non volevo, indignazioni ecc ecc… Che palle, appunto
Noi qui a parlare di futuro e quelli a dirci che picchiamo i bambini perchè veniamo dalla profonda Barbagia. 
Che poi io ancora mi ricordo di un certo Saieva che diceva che le popolazioni dell’interno delinquono per via di tare genetiche, oppure mi ricordo di quella ditta che per avere un’autorizzazione per un impianto fotovoltaico nel rapporto spedito al Ministero aveva definito in modo indicibile i pastori sardi…
Ci risiamo ancora. Il pregiudizio è lì, dietro l’angolo. Che sia fatto o no con leggerezza, al “ti sbatto in Sardegna” non si scappa. 
Io ribadisco la mia convinzione di sempre: sarebbe importante studiare poco poco di più anche la “nostra” storia, soprattutto quella recente degli ultimi sessant’anni. Sarebbe un modo per capire meglio come e perché oggi siamo così. Sarebbe un modo per capire meglio perché, inutile negarlo, “ci vedono così”.
Aldilà di tutta la mia e la nostra più che legittima indignazione a me interessa molto riflettere su una cosa: 
Perché, perché diavolo ci vedono così? 
Cioè, parliamoci chiaro, per quanto ci facciano imbufalire certe uscite vergognose c’è una sostanza indiscutibile: i paesi della Barbagia, che ci piaccia o no, vengono percepiti come violenti, arretrati, duri, propensi alla delinquenza, o se vogliamo dirla ancora più offensiva: “grezzi e biddai”. E poco importa se da qui sbraitiamo che trattasi di luoghi comuni, di razzismo. Sappiamo benissimo che non è così, ma la percezione che moltissimi hanno verso “di noi” è questa.
(Mi verrebbe da ridire: che palle!)
Però negarlo sarebbe un atto di ipocrisia.
Ecco, appurato questo, sarebbe bene capire chi e come ha contribuito a diffondere questa interpretazione antropologica e che oggi ci appare così distorta e offensiva di noi barbari.
Io un’idea ce l’ho.
Forse forse siamo stati un po anche noi.
Si sì. Noi noi. 
Ma non noi noi intesi come io, tu, egli. 
Noi intesi come abitanti di questi luoghi negli ultimi sessant’anni.
Ma noi intesi anche come classe intellettuale, politica ecc ecc
Perché se non ci fossimo dipinti così egregiamente banditi col cavolo che arrivava l’esercito a stanare i latitanti.
Perché se non ci fossimo dipinti così bene pastore=bandito col cavolo che arrivavano i piani di rinascita.
Perché se non ci fossimo dipinti così bene donna=matriarca col cavolo che arrivavano i licei pedagogici.
[sto volutamente forzando ed estremizzando concetti: sto ragionando]
Ed è mentre molti si appassionavano alle storie di banditi e scontri che da qui sono nate e cresciute il fior fiore di classi dirigenti, sindacali, imprenditoriali. 
Che non è, giammai, una cosa negativa. 
È semplicemente storia. Una storia fatta di storie, appunto. Una storia costellata di opportunità e soprattutto di scelte. Scelte che hanno nel bene e nel male condizionato la nostra crescita negli anni. Scelte di persone a cui, in una certa fase, ha fatto molto “comodo” (leggere questa parola, anche qui, come una voluta forzatura) romanzare in molti aspetti la storia della Barbagia.
Ecco, per farla breve, io credo che l’unico modo per spogliarsi dei luoghi comuni sia avere ben chiaro da dove si arriva e il perché siamo così e poi fare in modo che le radici sostengano la chioma senza impedirle di crescere rigogliosa.
Tutta questa pappardella per dire che dovremmo studiare molto di più la storia e da li provare a costruirne una nuova. 
Senza farcela scrivere da chissà chi.

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