SILVIA ARU, STUDIOSA DI PROBLEMATICHE MIGRATORIE E IDENTITARIE ALL’UNIVERSITA’ DI CAGLIARI: “L’EMIGRAZIONE DEI SARDI? NON C’E’ SOLO LA CRISI”

ph: Silvia Aru

di Francesca Mulas

È passato più di un secolo da quando il prefetto di Cagliari Emilio Bedendo descriveva con preoccupazione gli emigrati sardi come “luridi, macilenti e senza più nulla di umano”. Correva l’anno 1903 e anche la Sardegna partecipava al grande esodo europeo verso gli Stati Uniti d’America, all’epoca la terra dei sogni e delle speranze. I migranti di oggi sono, per fortuna, ben diversi da quelli di allora: ce lo racconta uno studio recente firmato da Silvia Aru, geografa cagliaritana che attualmente studia le problematiche migratorie e identitarie al Dipartimento di Storia, Beni Culturali e Territorio dell’Università di Cagliari.

“La ‘fuga dalla terra’. L’emigrazione sarda tra continuità storiche e geografiche”, saggio pubblicato nel volume ‘La Sardegna Contemporanea’ curato da Luciano Marrocu, Valeria Deplano e Francesco Bachis per Donzelli Editore analizza proprio l’emigrazione dalla Sardegna verso il resto del mondo. Tre sono i grandi momenti migratori dall’Isola: i primi del Novecento, il secondo dopoguerra e gli anni più vicini a noi. I numeri recenti, secondo l’autrice dell’articolo, sono irrisori se confrontati a quelli del passato. Eppure dal 2008, in concomitanza con la crisi economica mondiale, noi sardi abbiamo ripreso a muoverci parecchio. Rispetto al resto degli Italiani, però, abbiamo sempre preferito spostamenti a breve raggio: “Il resto d’Italia piuttosto che l’estero – si legge nel saggio della Aru – l’Europa rispetto alle mete extracontinentali. Ed è quello che testimonia anche l’attuale dislocazione territoriale della loro presenza all’estero che attualmente, secondo dati Aire, conta ufficialmente circa 107.531 sardi ‘fuori Sardegna’, la maggior parte in Germania, Francia, Belgio e Svizzera“.

Se guardiamo al passato troviamo anche qualche sorpresa: è noto, ad esempio, che i primi documenti sulla migrazione dall’Isola risalgono al 1843 e riguardano i sardi che partivano per cercare lavoro verso l’Algeria e, più tardi, la Tunisia: esattamente il contrario di quello che accade oggi, con le centinaia di nordafricani che negli ultimi mesi hanno attraversato il mare in direzione Sardegna per cercare un futuro migliore.  Dai primi del Novecento iniziarono i viaggi verso l’Europa e l’Argentina e poi verso il Nord America.

Negli anni del dopoguerra, soprattutto in seguito al fallimento del Piano di Rinascita che mirava a trasformare la Sardegna in un polo industriale, partirono migliaia di persone: tra il 1955 e il 1971 ci fu un esodo di 400 mila sardi, diretti per la maggior parte verso il Nord-Est Italia. È da questo momento che iniziarono a muoversi persone con buon profilo socio-culturale e non più solo forza lavoro non qualificata. Tra i nuovi viaggiatori ci sono anche moltissime donne. Arrivando ai nostri giorni, le statistiche ci dicono che a cercare fortuna altrove sono soprattutto i laureati tra 25 e 34 anni, in gran parte donne. Non manca solo il lavoro in Sardegna, manca il lavoro qualificato.

Gli ultimi studi migrazionistici italiani ci dicono però anche qualcos’altro: “A far muovere i sardi, soprattutto giovani e colti, non è solo la crisi – conclude Silvia Aru – Ci sono spinte ben più profonde e radicate: il desiderio di emancipazione dall’ambito familiare, il desiderio di ricongiungimento con cari lontani o con nuovi affetti, la voglia di avventura e di conoscere il mondo”.

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