ALESSANDRA DEMURTAS, UN’ITALIANA A LONDRA PARLA DELLA BREXIT: VI SPIEGO PERCHE’ CHIEDERO’ LA CITTADINANZA INGLESE

ph: Alessandra Demurtas

di Antonella Loi

Mentre nelle cronache italiane (e non solo), come un fiume inarrestabile, scorre l’elencazione di effetti collaterali – a tratti catastrofici – a cui la Gran Bretagna si sarebbe condannata con la Brexit, c’è chi nel Regno Unito ci vive e, di catastrofi, “non vede neanche l’ombra”. Del resto la sterlina è risalita e gli indicatori economici sono tornati al livello pre Brexit. Forse è semplicemente presto per parlare di “effetti collaterali”. Fatto sta che molti connazionali in Gb per studio o lavoro tradiscono un certo senso d’incertezza. E le cronache di cui sopra non lesinano storie di ragazzi o famiglie che pensano di arretrare verso l’Italia o altri Paesi dell’Ue. Così per molti evidentemente. Ma non per Alessandra Demurtas, 42 anni, sarda-italiana da 10 residente a Londra, che i fatti li legge “in maniera diversa”. E allora: la Brexit spaventa? “In realtà no”, ci racconta in una pausa ritagliata a fatica tra lavoro e famiglia. “Anche se intorno a me – continua – vedo che chi ha votato per restare nell’UE è un po’ preoccupato delle possibili ripercussioni economiche. Ma chi ha votato per uscire è contento di avere finalmente conseguito la libertà da un governo europeo che stava diventando alquanto dittatoriale – afferma decisa – che non tiene in considerazione le peculiarità di ogni nazione che sta nell’UE”. Un giudizio duro quello di Demurtas che a Londra fa la Building Manager, una sorta di amministratrice di condominio per conto di una società che gestisce uffici e centri commerciali. “Io mi occupo di sicurezza sul lavoro, ma anche di tenere i rapporti con i locatari degli stabili, di solito consulenti finanziari, specialisti di settore o avvocati. Rappresento in tutto e per tutto il proprietario dell’immobile. La cura del cliente per noi è fondamentale”. Laurea in Scienze Politiche conseguita a Cagliari, prima di partire per il Regno Unito Alessandra aveva un contratto a tempo indeterminato con un call centre di Tin.it. “Il lavoro più alienante del mondo”, dice. Si licenziò dopo qualche anno e partì per Londra con l’idea di imparare l’inglese. Un po’ di gavetta tra ristoranti, gelaterie, alberghi e i fondamentali corsi di lingua. Fino alla svolta professionale. Oggi è sposata con Sola, nigeriano nato negli Usa poco più piccolo di lei, con il quale ha messo su casa e famiglia. 

Lei, insomma, condivide la scelta dei britannici.  “Io avrei votato per restare ma ora che si è usciti sono quasi contenta. Non sono nemmeno preoccupata del futuro perché adesso riesco a vedere che stare nell’Unione non sarebbe stato affatto positivo per il Paese. Capisco le ragioni di questo voto”.

Quali ragioni? “La gente comune vede tutti i soldi pagati all’UE che vengono per la maggior parte impiegati per finanziare altri Paesi che portano solo problemi in UK (United Kingdom, Regno Unito ndr). Mi riferisco all’immigrazione di persone che arrivano qui solo per richiedere contributi governativi e non per lavorare: il fallimento della coesione europea per fronteggiare le massicce migrazioni. Ogni Paese ha pensato solo a scaricare il problema su qualcun altro, vedi la Francia per esempio”.

Nell’Ue tutti gli Stati versano contributi. “Sì, però io capisco le ragioni di coloro che sono infastiditi dal fatto che con l’entrata nell’UE hanno dovuto cominciare a pagare l’Iva che era una tassa mai conosciuta prima. Io personalmente vedo il governo dell’UE accentratore e governato da interessi lobbistici. L’Europa, mi domando, ha veramente bisogno di questo? Secondo il mio parere no, anche perché le realtà locali vogliono andare nella direzione opposta e incrementare la propria autonomia. Mi sembra che questo sia stato un voto verso la libertà in un certo senso”. 

Un certo smarrimento si capta tra gli italiani residenti in Gb: l’uscita dall’Ue lascia i connazionali che risiedono lì nell’incertezza. Lei cosa farà? “Il cambiamento non sarà molto veloce ma nel frattempo bisogna pensare a mettere le carte in regola. Io e la mia famiglia chiederemo la residenza permanente visto che siamo qui da più di 5 anni, ma questo era già nei nostri programmi indipendentemente dal referendum. E non ci fermeremo qui perché chiederemo anche la cittadinanza britannica”.

Ha due figlie nate in Gb e cittadine italiane. Quale pensa sia il loro futuro? “Il futuro delle mie figlie non può che essere in UK, una nazione basata sulla tolleranza razziale e in cui la scuola insegna il valore della diversità. Sfortunatamente non posso pensare di avere la stessa possibilità in Italia o in Sardegna dove persone di etnia mista non vengono ancora accettate facilmente. E’ una questione di abitudine e di intelligenza che non tutti hanno”.

La Gb è oggi una delle mete preferite dei giovani italiani. Cosa cambierà per loro? “Nel lungo periodo non credo che cambierà molto, gli stranieri che vengono ad imparare la lingua saranno sempre bene accetti perché portano ricchezza. Questo è un Paese nel quale si trovano infinite opportunità ed è pronto a dare la possibilità a chiunque. Io sono l’esempio vivente: vivere in UK e a Londra in particolare è un’esperienza che chiunque dovrebbe fare prima di scegliere la propria strada. Questo è un Paese resiliente ed estremamente flessibile quando si tratta di affari. Tutto il mondo viene a trattare i propri affari qui, non credo che un cambiamento fondamentale possa accadere”.

Le mancano l’Italia e la Sardegna? “Adoro la Sardegna e l’Italia ma non tornerei mai a viverci. Non mi manca la società e un’economia ingessata, un luogo dove la politica ha abbandonato i cittadini. Mi spacca il cuore vedere che una terra piena di possibilità come la Sardegna continui ad essere venduta al migliore offerente e che il governo locale sembra sempre incompetente nell’amministrare le risorse e muto quando si tratta di far valere le proprie ragioni davanti al governo centrale. Non mi mancano queste realtà. Adoro vivere in UK, dove il servizio al cittadino ha ancora un valore rilevante”.

Un’immagine impietosa. “Vedo l’Italia come un Paese distrutto e senza prospettive e senza politiche efficaci. I mercato del lavoro è sempre più disastroso e mettersi in proprio è una missione impossibile viste tutte le pratiche e le lentezze burocratiche. Nei miei 42 anni di vita non ho mai conosciuto un momento di prosperità e mi ricordo di aver sentito parlare solo di recessione. A volte penso che qualcuno abbia interesse a mantenere le cose in questo stato. Se poi considero il fatto che, se sei fortunato a trovare il fantastico lavoro fisso, non illuderti di poterlo cambiare mai nella tua vita, perché non ne troverai un altro… E guai ad aspirare ad avanzamenti di carriera…”.

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