QUANDO IL BULLISMO UCCIDE: “BULLIED TO DEATH”, IL NUOVO FILM DEL REGISTA SARDO GIOVANNI CODA IL 10 LUGLIO A MELBOURNE


di Sara Bavato

Jamey Rodemeyer, Zachary Dutro, Matthew Shepard. Il fi lo rosso che collega questi nomi, per chi li avesse dimenticati, è dei più tragici: tutti e tre statunitensi, giovanissimi (rispettivamente 14, 4 e 22 anni), sono stati uccisi perché omosessuali o ritenuti tali, come nel caso del piccolo Zachary, di appena 4 anni. A loro è dedicato il nuovo film del regista sardo Giovanni Coda “Bullied to Death”. La seconda opera di una trilogia dedicata alla violenza di genere: la prima, Il Rosa Nudo, completamente autoprodotto, aveva vinto il primo premio come miglior film straniero al Melbourne Underground Film Festival del 2014). L’ultima parte che chiude una trilogia “complessa che porto avanti da anni”, spiega il regista “è sul tema del femminicidio, che si girerà tra settembre e ottobre di quest’anno”. La co-produzione italiana e sarda, dopo la premiere al Torino Gay & Lesbian Film Festival di inizio mese, sbarcherà per la prima mondiale a Melbourne domenica 10 luglio nell’ambito del primo Documentary Film Festival. Ne abbiamo parlato proprio con il regista Giovanni Coda, molto impegnato sul tema della violenza di genere e la sensibilizzazione a livello globale di un problema complesso e, purtroppo, molto diffuso. “Bullied to Death” è un film in inglese, “sperimentale con commistioni tra danza, musica, poesia e immagini”. E’ ambientato nel futuro, in un ipotetico 17 maggio 2071, data simbolica a settant’anni di distanza dalla morte di Jamey Rodemeyer, il teenager “americano che si è tolto la vita nel 2011 al seguito di una drammatica sequenza di gravi atti di bullismo omofobico”, in particolare cyber bullismo: quegli atti vili che vengono perpetrati a distanza, attraverso internet e i social media ma che sono ancora più subdoli perché invadono la privacy, entrano a casa e nell’intimità delle vittime senza lasciare loro tregua o scappatoie. Anzi, vengono amplificati perché la violenza diventa “pubblica e mediatica in un batti baleno, basta un telefonino, lo abbiamo visto tante volte” spiega Coda. Il film d’arte non racconta in maniera precisa e didascalica la storia di Jamey e delle altre vittime del bullismo omofobico ma piuttosto sceglie l’arte per combattere l’omofobia. Quaranta attori si esibiscono in quaranta performance diverse nell’arco di ventiquattro ore e, anche se non ci svela i dettagli, il regista sottolinea il messaggio al quale si arriva verso la fine del film: il suicidio o la morte non è “l’ultima istanza. Non è la soluzione per liberarsi dal problema”. “Se siamo in difficoltà e non ci basta quello che abbiamo attorno, insegniamo ai ragazzi a chiedere. Il mondo è vasto, andiamo da altre parti a chiedere aiuto se attorno a noi le cose non funzionano” è l’appello di Coda. Perché, ad esaminarlo da vicino, il problema della violenza e del bullismo omofobico è un problema complesso, fluido e globale, continua il regista, che non può essere affrontato in maniera univoca ma che ha moltissime variabili e la società è spesso impreparata a gestirlo. Le stesse associazioni per i diritti degli omosessuali o di sostegno non sono sempre la soluzione. Non lo sono state nel caso di Jamey che si era rivolto ad un ente americano ma il disagio, talmente profondo, ha avuto la meglio, offuscando tutto il resto. Per il regista, in particolare in Italia “si tende a minimizzare e banalizzare gli atti di bullismo”. E’ importante, invece che “questo tipo di disagio sociale venga affrontato anche in una maniera normativa e, soprattutto, a scuola”. Fondamentale, per Coda, la prevenzione che viene fatta tramite “l’istruzione, la cultura dell’accoglienza, lavoriamo su questo”. E l’appello va soprattutto alle istituzioni che dovrebbero “farsi carico di queste istanze”, visto che sono parte integrante del problema. “Dovrebbero farsi sentire ed essere di supporto a questi ragazzi con progetti culturali come Bullied to Death, un’opera di documentazione sulle vite di questi ragazzini le cui vite sono state spezzate”. Il film si pone a “fianco di questi ragazzi che non ci sono più” ed è “come stare al fianco di tutti quei ragazzi che queste situazioni le vivono e che in questo momento soffrono e hanno delle gravi difficoltà e stanno magari mandando dei segnali di allarme via internet e non riusciamo a cogliere perché non abbiamo gli strumenti per farlo”. Per maggiori informazioni sulla proiezione a Melbourne del film che si terrà domenica 10 luglio alle ore 19.30, visitare il sito www.mdff.org.au

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