REFERENDUM E DEMOCRAZIA: VIETATO ARRENDERSI


di Omar Onnis

Il risultato referendario (32% circa di votanti, con larghissima maggioranza di SI; referendum nullo per mancato raggiungimento del quorum) rischia di scatenare reazioni emotive che nuocciono al ragionamento.

Eviterei di prendermela con chi non ha votato. In una sessione referendaria l’astensione è del tutto legittima, dato che è previsto un quorum. E non tutti hanno scelto il non voto per ignavia o menefreghismo (chi lo ha fatto, però, peste lo colga!).

Più giustificato prendersela con chi, occupando cariche istituzionali, ha scientemente spinto gli elettori al disinteresse, cosa estremamente grave, indubbiamente. E farei caso mai una riflessione adeguata e non umorale sulla responsabilità dei mass media da un lato e degli intellettuali dall’altro.

Perché i mass media, compresi quelli pubblici, sono quello che sono (e sono in mano a pochi centri di interesse potentissimi), ma gli intellettuali dovrebbero darsi una svegliata oppure ammettere di essere organici all’apparato di dominio vigente. Lo so è dura, tutti teniamo famiglia e a stare dalla parte del torto (anche quando si ha ragione) alla lunga sfinisce. Ma considero eticamente discutibile (eufemismo) pretendere gli onori della ribalta pubblica senza assumersene anche gli oneri. Naturalmente da questa obiezione restano esclusi quelli che invece la svegliata se la sono già data.

Diciamo che ci vorrebbe meno spocchia e più amore per la socializzazione del sapere e degli strumenti critici. Se li hai (il sapere e gli strumenti critici) non si consumano mica a condividerli.

Non me la prenderei con l’ignoranza e/o la passività del popolo, insomma. Non ha senso. Il popolo è popolo se sa di esserlo, tra l’altro. Per lo più ormai possiamo legittimamente parlare solo di una massa indistinta e disarticolata. Che però non può essere chiamata in causa come responsabile prima o addirittura unica della propria condizione culturale. Ma parlare di scuola è noioso, vero?

I problemi che pone questa tornata elettorale non sono nuovi. Ricordiamo la vicenda del referendum abrogativo sulla L. 40 (quella sulla fecondazione assistita). Diciamo che andrebbe fatta una riflessione sullo strumento referendario in sé e sulla esistenza del quorum, che oggi come oggi è del tutto obsoleta e serve solo a far fallire consultazioni anche importanti ma scomode per chi ha grandi interessi da difendere (e i mezzi per difenderli).

Siamo in una situazione in cui parlare di democrazia sta rapidamente perdendo senso. Non da oggi e non a causa di questo referendum, sia chiaro. Sono diversi decenni che abbiamo imboccato questa china. Dico “abbiamo” riferendomi al contesto europeo e nordamericano (quello altrimenti definito “occidentale”). Ma è quasi un’usurpazione, detto da un sardo (e fra un po’ spiego perché).

La democrazia ha senso e possibilità di esistenza pratica solo a certe condizioni: un livello di istruzione alto e diffuso; un accesso universale a beni comuni infungibili (istruzione, appunto, sanità, spazi culturali, spazi pubblici non controllati, ecc.); equità e dinamismo sociale; laicità delle istituzioni e delle agenzie formative; pluralismo dell’informazione; regole elettorali e amministrative che consentano la massima partecipazione dei cittadini e la loro massima rappresentanza; funzionamento della giustizia indipendente dagli altri poteri e accessibile a tutti i cittadini.

Come è evidente sono almeno quarant’anni che tutte queste condizioni sono messe in discussione e in larga misura cancellate o indebolite. Siamo ormai in piena deriva cleptocratica, instupiditi da un potente apparato di dispositivi persuasivi o ottundenti (a seconda della bisogna), che possono sostanzialmente farci fare quello che interessa a chi li controlla o disinnescare i tentativi di proporre alternative concrete.

La situazione italiana è un esperimento piuttosto istruttivo, in tal senso. Chi pensava che col berlusconismo si fosse raggiunto l’apice dell’abbruttimento politico non ha mai sentito quel detto secondo il quale, una volta toccato il fondo, non è detto che si risalga: si può sempre iniziare a scavare. Col renzismo siamo un bel pezzo nel sottosuolo.

Nel frattempo l’Italia ha fatto scuola (era già successo e non c’è niente di cui vantarsi, cari cugini d’Oltretirreno). Ora un tizio miliardario, dalla fortuna avventurosamente costruita, col parrucchino, amante delle battute di cattivo gusto, se lo ritrovano candidato alla presidenza negli USA. Auguri.

In Sardegna, ovviamente, subiamo tutto ciò in modo ancor più pesante. Non c’è scampo, per il possedimento oltremarino italiano. Specie perché da noi non esiste alcuna abitudine alla democrazia (meno che in Italia, che è tutto dire) e non c’è stato alcuno sforzo, da parte della politica, delle istituzioni pubbliche, delle agenzie formative e di gran parte dell’intellettualità riconosciuta, di educare il popolo ad assumersi responsabilità ulteriori rispetto alla soddisfazione individuale del proprio stomaco.

La Sardegna è il posto dove ci si arrampica sulle ciminiere per chiedere di essere mantenuti in condizione di dipendenza e servaggio, pagandone il prezzo non solo economico e sociale, ma anche culturale e sanitario. Sentir dire che lo si fa “per i propri figli” è altamente nocivo per il proprio equilibrio morale: può indurre a gesti inconsulti. E sarebbe sbagliato, perché anche qui andrebbe recuperato un discorso di pedagogia pubblica, una prassi di ri-educazione collettiva, da fare non dall’alto di un piedistallo, non ex cathedra, ma in termini collaborativi e partecipativi.

Ma a chi interesserà mai? Ai nostri accademici, così ben rappresentati dalla giunta dei professori? A una borghesia produttiva per lo più ammanicata con i centri di distribuzione del denaro pubblico? Alla chiesa? A chi?

I partiti italiani in Sardegna e i loro complici locali (sovranisti e/o identitari che si definiscano) sono semplici smistatori di cariche e favori, in nome e per conto del dominio para-coloniale italiano e dei pochi, grandi centri di interesse che si stanno appropriando dell’isola. In una simile situazione non mi stupisco né tanto meno mi indigno che a votare al referendum sia andato il 32% degli aventi diritto. Caso mai mi meraviglia il fatto che 410mila cittadini sardi lo abbiano fatto.

Non è poco. Vuol dire che la prepotenza del potere e l’instupidimento indotto non sono ancora riusciti ad azzerare la coscienza di tutti. C’è spazio per un’azione politica di rottura. E mai come in questo periodo diventa evidente la necessità di porre al centro del dibattito pubblico il tema della nostra autodeterminazione.

C’è chi ha affrontato momenti peggiori di quello attuale, senza perdersi d’animo, mettendosi in gioco fino all’estremo sacrificio. Se i tempi sono cupi come sembrano, più che piagnucolare o cercare con chi prendercela, direi che faremmo meglio a ricordare gli esempi virtuosi di cui disponiamo e a tenere duro.

Non è vero che siamo soli e non è vero che siamo così pochi come ci raccontano. Non è un referendum a decretare la fine di una lotta di libertà e dignità, tanto meno a sancire la caduta delle sue ragioni. Prendiamo atto della realtà e viviamoci dentro, consapevolmente e con forza d’animo. Cosa c’è da perdere che non perderemmo comunque?

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