MASKARAS DI BACHISIO BANDINU E PIERO SANNA: PRESENTATO AL CIRCOLO SARDO DI MILANO, UN DOCUMENTARIO SENZA TEMPO SUI RITI DEL “CARRASEGARE”

nella foto da sinistra: Piero Sanna, Bachisio Bandinu, Pierangela Abis

di Sergio Portas

Il circolo culturale milanese, presiede Pierangela Abis, invita due intellettuali isolani, il bittese Bachisio Bandinu e Piero Sanna di Benetutti a presentare un loro lavoro datato 1983, un video in bianco e nero a titolo: “Maskaras”. Sanna ne è il regista ovviamente, che è il mestiere portato avanti con tenacia pur nella contemporanea militanza nell’arma dei carabinieri, quando l’avevo cercato per un’intervista nella caserma di via Solferino a Milano avevo dovuto chiedere del “maresciallo Sanna”, suo il lungometraggio: “La destinazione” del 2002 che ha vinto numerosi premi e ha avuto critiche lusinghiere (si può vedere integralmente su You Tube). Bachisio Bandinu è scrittore e giornalista, è stato direttore dell’”Unione Sarda”, dirlo antropologo è chiuderlo in una definizione troppo stretta, si interessa da sempre della cultura tradizionale della Sardegna ( specie quella interna, barbaricina), della sua repentina trasformazione negli ultimi anni, si occupa in particolare  di questioni d’identità culturale e politica. Esordisce nella saggistica con un libro scritto assieme a Gaspare Barbiellini Amidei: “Il re è un feticcio” (E’ del 1976, la Ilisso di Nuoro lo riproporrà nel 2003), anche lì venivano analizzati i rapporti tra il mondo tradizionale della pastorizia e la società dei consumi che faceva il suo timido ingresso in Sardegna. Bachisio è uno di quelli che teorizzano che non basti nascere in Sardegna per potersi definire sardo. Sia lui che Sanna hanno avuto la ventura di costruirsi una carriera professionale in continente, Bandinu è stato insegnante per diversi anni tra Varese e provincia, Sanna che si è diplomato alla Scuola Civica di Cinema di Milano ha collaborato per anni con Ermanno Olmi. Ambedue godono di quel privilegio, parafrasando Husserl, che consiste di poter “mettere tra parentesi” ciò che si conosce della Sardegna (ovvero sospendere il giudizio, atto da lui definito in greco epochè), ne consegue una libertà di critica nel senso più alto del termine, in cui i processi di riflessione hanno l’intento di formare giudizi solidi mediante osservazione, esperienza , ragionamento e comunicazione. Bandinu ad esempio ama spendere la sua acquisita professionalità nei campi più disparati, è direttore responsabile del notiziario dell’associazione “Cresia” (Cresia.net), nato nel quartiere cagliaritano della Marina dopo la sollevazione dell’incarico al parroco don Mario Cugusi. Ma torniamo a “Maskaras”, un documentario senza tempo, lo dice Bandinu, il film si giustifica di per sé, è pura gestualità, e il mio testo che intercala le varie sequenze è sempre interpretazione. Girato com’è ai primi degli anni ’80 ha un valore documentario quasi di pura testimonianza, che trent’anni sono un tempo sufficiente per poter fare dei confronti, poter dire “come eravamo” e se da allora qualcosa è cambiato e in quale direzione. Sfilano i Mamuthones a Mamoiada  (Bandinu è stato mamuthone ad honorem nel 2012, quest’anno l’onore è per Caterina Murino, mooolto più carina), le maschere di pero selvatico squadrano nasi e occhi incavati. “La maschera non è una roba che ti metti e ti togli. No. La maschera sarda è tragica. Nel “Carrasegare” si sacrifica qualcosa, o qualcuno, qualche animale, si taglia della carne. Col mascheramento si opera una vera e propria metamorfosi: tu cambi completamente, magari diventi bove. Chi è la maschera e chi è l’uomo? Bisognerebbe avere l’avventura di guardare attraverso quei solchi che sono occhi, dall’interno della maschera per avere una percezione del reale più vera. Trent’anni fa in corso Buenos Aires, a Milano, sfilarono maschere provenienti da tutto il mondo, ebbene c’erano anche i Mamuthones: essi non erano nello spirito delle altre. Erano altra cosa. Questi sonagli dal suono inquietante, ad Austis al loro posto le maschere scuotono le ossa, in testa ramoscelli di corbezzolo, c’è la vita, morte e rinascita. I Turpos di Orotelli diventano ciechi per parlare con gli Dei. Perché il sardo si maschera e da quando? Documentazione storica non ne esiste, Agostino nel 3° secolo dopo Cristo scrive che i sardi amano travestirsi, c’è un processo di cristianizzazione del rito, a Mamoiada l’inizio è per “Santu Antoi ‘e su focu”. Queste maschere sono Dei.” Scorrono i fotogrammi, ognuno dei quali, nella sua fissità, è un quadro di per sé: Merdùles e Boes, sa Filonzana. Pastrano nero d’orbace e gambali. Campanacci col loro peso di schiavitù. Escono dal loro tempo storico per entrare in quello mitico. Si rinuncia alla propria identità. Il tempo avvertito come ingovernabile, come 4000 anni fa. La vestizione è un vero e proprio rito sacro. Mastruca, la berretta sarda, su muccadori. Il travestimento violenta il corpo umano. I legacci di pelle cruda sono stretti. La maschera non rivela uno stato d’animo.

Gli Hissocadores con “sa veste de turco” hanno corpetti colorati di rosso vivo, è possibile che mimino una situazione in cui dei prigionieri mussulmani venivano fatti sfilare legati. E’ la narrazione di un destino. Non c’è una recita, è un’esperienza diretta. Inedita, indecifrabile. Tutto il corpo è mascherato. Il rito è di propiziazione e salvezza. Tutto è naturalezza e improvvisazione. Solo in Sardegna ci si può trasformare, non mascherare, in bue. Ci si getta a terra, pancia in giù, nell’atto di farla procreare. Anche i bimbi partecipano da protagonisti. La Filonzana, vera e propria “accabadora” torce il filo della vita. E può tagliarlo a suo capriccio, nerovestita, maschera nera che notte senza luna. A Orotelli i Turpos, i ciechi, calano il cappuccio sui volti neri di sughero affumicato. Mascherarsi è un destino. Il giogo cala sul dorso e un aratro di legno attende la loro metamorfosi. Il ritmo lento è scandito dagli scarponi. Gli uomini-buoi tirano l’aratro. Sacerdoti di un rito senza tempo. La violenza si sprigiona terribile, improvvisa. Il bovaro tira la fune e ha in mano il pungolo che usa spesso, ordine del potere. Picchiano, urlano, aggrediscono. E’ un essere posseduti dallo Spirito. Il ballo ricompone l’umanità di uomini e buoi. E’ la storia del gruppo sociale, il ballu tundu, che si stringe e si allarga come fosse un respiro. A Mamoiada il mamuthone incede quasi di inciampo, un colpo di spalla e una battuta del piede contrario. Gli Hissocadores hanno balzi più agili, ogni tanto il loro lazo, la soca, imprigiona uno degli astanti, per essere liberati tocca pagare da bere. Nessuno comunque parla durante la sfilata, Solo l’unisono dei campanacci scandisce l’incedere del gruppo. Sono 30/40 chili di campanacci che fanno entrare in uno stato di trans e di estraneamento, anche perché i legacci che stringono il torace comprimono il respiro. Gli indumenti sono , alla fine, religiosamente custoditi per l’anno dopo. Se c’è stato un tempo in cui gli uomini, tutti, credevano nelle maschere, in Sardegna quel tempo è ancora nostro. Che questa è una terra di tradizioni religiose in senso lato, Marisa Iamundo De Cumis, di Dualchi (il paese di mio nonno Cherchi) ha pubblicato da poco un libro con l’editore Delfino dedicandolo ai pani della panificazione tradizionale sarda: “La sacralità del pane in Sardegna”, 440 pagine, 1000 fotografie a colori, schede dettagliate dei singoli pani. Non c’è regione italiana che possa vantarsi di una simile diversità e ricchezza.  Ma perché la donna non si maschera in Sardegna? Risponde Bachisio Bandinu: “Perchè essa è la maschera per eccellenza. La donna è capra. Non è pecora che trotta seguendo il gregge passivamente. E’ una capra che salta dove le pare, con scarti improvvisi, la maschera non si addice alla donna, “non dechet a sa femina”, essa è già animale-dio, bestia da salto, da una sponda all’altra, da una rupe all’altra (Bachisio bandinu: “La Maschera la Donna Lo Specchio, Spirali editore 2004) pag.119. In lei “è sempre in atto una ipertrofia dei sensi: sente rumori non verificabili, capta odori particolari, avverte sapori non decifrabili, ha le voglie, le doglie e le visioni, col tatto recepisce ogni messaggio, ha timori inspiegabili, rivela ciò che è assente e anticipa ciò che sta per accadere. Recepisce gli influssi della luna, è acquatica “(pag.120). E il carnevale sardo? E’ un desiderio di idearsi, di farsi dio, un desiderio d’eternità. La protome taurina che è così presente nel paesaggio dei nostri avi, domus de janas e tombe dei giganti, dicono di un dio Dioniso che qui entra in gioco, un dio giocoso e ubriacone che viene dalla Tracia (leggi Libano) non dalla Grecia. Il sardo tende sempre a mascherarsi, specie nel linguaggio, la limba è usata spesso per intendersi per camuffamento. Meglio sempre negare. Il sardo è a identità debole. Soffre la critica del paese, la critica ti denuda, ti riduce a maschera (meglio che non fossi mai nato). E le maschere della Sardegna del sud? Fermiamoci ad Oristano: Su Componidori è un vero e proprio sacerdote, non deve toccare terra dopo la vestizione, benedice la folla con sa “pippia ‘e maju”. Un aspersorio di duemila viole che effonde echi di primavera.

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