LA FERITA DEL BETILE: LA SCOMPARSA DI ZAHA HADID E QUEL SOGNO SVANITO PER LA SARDEGNA INTERA

ph: il progetto Betile

di Francesca Mulas

Uno spazio fluttuante tra cielo, mare e terra, dove avrebbero trovato casa le opere della Sardegna nuragica e di quella contemporanea: così era stato immaginato il Betile, museo dalle linee futuristiche sul lungomare di Sant’Elia. Un’idea che ha affascinato e fatto discutere, che ha portato i Cagliaritani a guardare la propria città con occhi nuovi e prospettive diverse, a interrogarsi su cosa sarebbe diventata in un futuro non lontano. Il grande Betile è rimasto solo sulla carta, e ora che la sua creatrice Zaha Hadid è scomparsa la ferita di un sogno svanito brucia ancora per la città e la Sardegna intera. L’architetta irachena celebre in tutto il mondo è morta a Miami, stroncata da un attacco di cuore seguito a una brutta bronchite. 65 anni, dopo la laurea in architettura a Beirut si era trasferita a Londra dove aveva dato vita al suo studio, lo Zaha Hadid Architects, dove si incontravano progetti e idee di 246 architetti. Porterà con se le sue morbide visioni e le sue linee ispirate alle forme naturali: le stesse pensate per il Betile, il Museo per l’Arte Nuragica e Contemporanea che avrebbe dovuto cambiare lo skyline di Cagliari secondo un progetto di dieci anni fa mai portato a termine.

LA STORIA DEL BETILE

Nel 2005 la Hadid partecipa al bando di concorso internazionale di progettazione “Museo regionale dell’arte nuragica e dell’arte contemporanea del Mediterraneo” pubblicato sul sito della Regione Sardegna per costruire un museo nell’area del porto o sul mare di Cagliari, voluto grazie a una intesa firmata da Regione, Comune e Autorità Portuale. Il costo per il progetto è di 40 milioni di euro. Partecipano al bando nove studi di caratura internazionale: Massimiliano Fuksas, Herzog & De Meuron, Gonçalo Nuno Pinheiro de Sousa Byrne, Studio Archea, Francesco Garofalo, Giampiero Lagnese, Mutti & Architetti, OBR. La giuria, composta da nomi come Stefano Boeri, Antonio Marras, Cristiana Collu, Catherine David, Salvatore Settis il 19 ottobre 2006 sceglie tra tutte l’idea di Zaha Hadid. Il Betile viene illustrato ai cagliaritani con una conferenza stampa a cui partecipa la stessa Hadid: “Il mio museo è stato concepito come parte del paesaggio, senza distacchi. Così come i modernisti erano stati influenzati dall’arte antica, anch’io sono stata influenzata dall’arte classica in combinazione con l’arte del futuro. E c’è il vuoto che può essere concepito sia come un luogo interno che esterno. È importante l’idea dell’intersezione, della fluidità degli spazi e dei movimenti che devono essere collegati. Si tratta di viaggi che si intersecano fra di loro e c’è un continuo rimando di riferimenti. Ci sono spazi che fanno parte di ciò che sta dentro, ma possono essere considerati anche come spazi esterni”. Il capoluogo ebbe modo di affezionarsi a quell’idea, decisamente in contrasto con il grigio dei palazzoni di Sant’Elia e il cemento dello stadio, grazie a una mostra di pannelli e plastici ospitata al Lazzaretto nel dicembre 2006 che mostrava come il Betile avrebbe cambiato la città, il suo waterfront, il suo panorama: Cagliari come Bilbao, come Marsiglia, come i grandi centri metropolitani dalle architetture fantastiche. Sulla carta, appunto: la Regione pagò lo studio della Hadid per il progetto preliminare ma la struttura non fu mai realizzata. Lo scontro che in quei mesi si consumò tra la Regione guidata dal centrosinistra con l’allora presidente Renato Soru e il Comune di Cagliari con il sindaco Emilio Floris trovò terreno fertile anche sul museo pensato per Sant’Elia. Stop all’accordo, il progetto si fermò allora con banali motivi burocratici: nell’aprile 2008 il Comune non ratificò l’accordo di programma quadro con la Regione a causa di tempi troppo stretti.

LE POLEMICHE

Si fermò il progetto, ma non le polemiche: nel corso degli ultimi dieci anni il Museo Betile è diventato un sogno perduto per i Cagliaritani. L’idea di un riscatto che sarebbe arrivato insieme all’opera di una famosa archistar, che avrebbe trasformato la città in una Bilbao del Mediterraneo con visitatori da tutto il mondo, articoli su riviste patinate di architettura e l’idea di un capoluogo che finalmente si affacciava sul panorama delle grandi città d’arte. Già, sarebbero bastati quaranta milioni e un accordo tra gli enti, e Cagliari avrebbe avuto tutto questo, insieme a 1500 posti di lavoro e una marea di finanziamenti pubblici. Ma cosa avrebbe contenuto il Museo, nei suoi grandi spazi sinuosi? “Arte nuragica e contemporanea“, si leggeva nel bando; “Arte nuragica“, secondo una proposta recente dei consiglieri comunali Giovanni Dore e Ferdinando Secchi; “arte moderna” per Nicola Montaldo, segretario del Pd cittadino, come dichiarava in un’intervista all’Unione Sarda un anno fa. A prescindere dal contenuto, che in tutta questa vicenda è sempre stato assolutamente secondario, l’idea che Zaha Hadid aveva della città di Cagliari era evidentemente troppo avanti per una regione dilaniata da dissidi interni e scontri ideologici. Resta oggi un bel sogno sulla carta e la speranza di una città che guarda, finalmente, al futuro.

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