DIALOGANDO CON FABIO CARTA, IL MANAGER MUSICALE TRA PALCHI E REALTA’

ph: Fabio Carta

di Natascia Talloru

Fabio Carta è un manager musicale originario di La Caletta. Dopo diversi anni come promoter e organizzatore di eventi, si dedica al management creando insieme ad altri collaboratori due associazioni, KUNTRA e MIS, con l’obiettivo di dare input alla musica isolana e alle diverse forme d’arte che di conseguenza vi ruotano attorno. E’ stato il manager di Marco Cappai, in arte Madh, noto per la sua partecipazione a X-Factor. Attualmente lo è di altri artisti locali, come i Sikitikis e Train to Roots,  che oramai da diversi anni calcano con successo la scena musicale isolana. Sempre alla ricerca di nuovi talenti, tra i quali spicca The Heart & The Void (Enrico Spanu), Fabio Carta ha fatto sì che la musica divenisse il suo lavoro scegliendo consapevolmente di vivere in Sardegna. Così tra agenzie viaggi, biglietti aerei, e progetti tra palchi e realtà, scopriamo un personaggio che, in quindici anni, ha contribuito notevolmente a creare quel movimento di musica live in Sardegna, favorendo l’ascesa di numerosi artisti emergenti.

Fabio, raccontaci il tuo percorso  in breve…

Faccio una precisazione, io nasco soprattutto come promoter. Ho organizzato tantissimi live, Festival e concerti di artisti di estrazione diversa, dalla musica rock-indie al reggae, artisti italiani e stranieri. L’ho fatto per almeno quindici anni in Sardegna con un’ associazione che si chiama Kuntra. Cinque anni fa circa mi sono trasferito a Cagliari e nel tempo mi sono dedicato molto di più al managment,  di conseguenza ho mollato pian piano gli eventi e i concerti. Adesso mi occupo maggiormente di  produzione musicale, seguo la vita e tutte le esigenze degli artisti, da quelle discografiche, ai concerti, alla gestione in generale delle band. Per fare il manager ho tirato su MIS, una nuova struttura che racchiude il managment e poi tutta una serie di attività, anche eventi, nello specifico, non solo in campo musicale, ma apriamo le porte ad altri ambiti e settori.  Mi occupo anche di scouting, cerco proprio degli artisti e poi se mi interessano sviluppo dei percorsi.

Insomma, quindi dietro parecchi concerti realizzati in Sardegna fino a oggi ci sei tu, nascosto dietro le quinte…

(Ride, ndr). Mah, guarda! Quando fai  ad esempio il promoter o il manager, la ribalta è tutta dell’artista ovviamente, dietro c’è un lavoro gigantesco. I concerti sono il luogo migliore per stare dietro le quinte, dai più piccoli ai più grandi, che ne so come Caparezza o i Sud Sound System. Sopra il palco non ci vai mai però  quel concerto l’hai messo in piedi tu.

I nostri problemi logistici limitano la fruibilità della musica creata in Sardegna?

Ci sono diverse scuole di pensiero. C’è chi dice “vado via, non riesco in Sardegna”! Io apprezzo comunque chi si realizza. Che sia stando qui piuttosto che a Bologna non ha importanza, ciò che premia è il percorso che fai. Personalmente ho scelto di rimanere in Sardegna, con grandissime difficoltà e molto spesso con una grande perdita di economia ed energie. Non la vedo però come una battaglia, non sono stato lì a dire voglio/non voglio per forza rimanere, ma l’ho presa come una cosa positiva. Cioè sono sardo, mi piace stare qui, mi piace diffondere la musica anche attraverso i concerti, l’ho fatto in passato e lo faccio ancora. E’ difficile, perché uno dei problemi più grossi per me sono i numeri, non è tanto l’isolamento. Ho vissuto una vita tra agenzie viaggi a fare biglietti per gli artisti e posso affermare che si,  il peso dell’insularità è notevole. Nel 90% dei casi si trattava di artisti non sardi, italiani e internazionali, quindi il problema non è  tanto legato a quanto spendi per farli arrivare, piuttosto il numero delle persone che partecipano. In Sardegna siamo pochissimi, e quando mi chiedono come mai non arrivano grandi nomi pongo questo esempio, perché a seconda di chi porti rischi di fare dei buchi pazzeschi! Spesso non c’è una forza pubblico, e in seguito il problema è anche economico dunque.  Questo lavoro non è un gioco, cerco di vivere con la musica nonostante abiti in un posto piccolo. Quando vado a Milano mi rendo conto delle diversità, anche solo numericamente. Ci sono delle bellissime teste qui e professionalità con grandi capacità. Però ripeto, siamo pochi e a volte questo mercato fatica a decollare.

Musica italiana e internazionale: quali sono le differenze, e in riferimento alla scena musicale isolana,  secondo te nonostante vi siano artisti interessanti, c’è ancora un senso di inferiorità rispetto al resto del mondo?

Credo che il problema sia un altro, che poi si riflette anche nella parte del mio lavoro.  E’ vero a volte in Italia soffriamo la competizione, ci sentiamo piccoli rispetto agli altri a livello di esposizione,  poi vai a fondo e ti accorgi che la qualità c’è.  La differenza con i grandi artisti, che ne so, inglesi o americani, secondo me è tutta una questione di background  e DNA. Gli inglesi sono bravissimi a parlare degli inglesi stessi come delle star assolute, anche la stampa è totalmente a favore. Per carità, son venuti fuori realmente bravissimi artisti, però sono i tabloid inglesi a farli diventare delle star, e di conseguenza anche tutta una filiera più grande e più piccola. In Inghilterra per esempio gli artisti più giovani se noti sono sempre in ottime posizioni in classifica. Sul web parlano in maniera nazionalistica esagerata come se fossero le cose più fighe del mondo e poi lo diventano per davvero.  I giornalisti sono molto forti a parlare e a convincere il pubblico, e questo fa si che gradualmente la strada diventi sempre più facile.

I progetti da te ideati e le rispettive associazioni non si occupano solo di musica, ma anche di eventi dedicati all’arte illustrativa, alla grafica e alla fotografia. Cos’altro?

Fondamentalmente l’associazione che raccoglie più apertura possibile anche al di fuori dalla musica è Mis. Mis raggruppa il mio lavoro di management di artisti musicali, per estendersi poi a tutta una serie di aspetti che all’artista servono, come l’immagine, la comunicazione, la grafica, i video per esempio. Quindi, partendo dal lavoro che faccio con la musica, i prodotti che devo realizzare, i materiali eccetera, conosco poi delle altre professionalità con cui sviluppo dei progetti, che a quel punto non toccano più solo la musica ma anche altre arti come appunto la grafica, il montaggio video e così via.

In tanti anni di esperienza quali sono secondo te  gli aspetti che contraddistinguono in positivo gli artisti sardi, e se vi sono dei limiti, quali?

Allora, per quanto riguarda gli aspetti positivi, dal punto di vista strettamente artistico, secondo me l’essere isolati funziona ed è un elemento a favore. Magari è una visione un po’ romantica però ho il pensiero che stando isolati e dovendo comporre, quindi diciamo essere meno a contatto con un circuito artistico e musicale grosso, si ha la possibilità di preservare un’integrità artistica e sonora bella, cristallina, importante. Per contro gli aspetti negativi sono legati a uno scarso contatto e scambio con altre realtà, a una insufficiente  apertura verso un pubblico maggiore e verso una commercializzazione che non vuol dire per forza mercificazione,  ma indirizzata a un crescendo di numeri che nella nostra realtà è in negativo. Se stai in Sardegna i numeri che girano a supporto di artisti che hanno una produzione propria sono bassi, e se non ti dai da fare per andare oltre, tutto rimane abbastanza piccolo. Puoi essere molto bravo, ma se non porti il tuo prodotto e se non cerchi di veicolarlo in qualche modo verso l’esterno a quel punto diventa difficile.

Quindi vi sono degli aspetti che si ripercuotono nell’artista stesso che, non estendendo il prodotto all’esterno, in un certo senso portano anche a morire la sua espressione e la sua ispirazione, perché infine non ci crede più…

Tu porti l’esempio del va a morire. Io dico che va a morire il progetto artistico in senso esattamente artistico, cioè non ti viene più lo stimolo, produci di meno, e a quel punto perviene la morte, chiamiamola così. Ma non è una morte solo simbolica, è autentica, nel senso che molti gruppi quasi si sciolgono, smettono di esistere, alcuni artisti appendono la chitarra al chiodo. E’ più facile arrendersi, purtroppo ho riscontrato questa cosa. Se non sei abbastanza determinato a portare in giro la tua scrittura rischi di soccombere, non c’è abbastanza ricambio. Si crea una scena autoctona fatta di artisti, produttori e pubblico molto piccola. Potrei prendere a paragone alcuni paesi scandinavi per esempio, nel senso che hanno una bassa popolazione come la Sardegna, non vi abitano milioni di persone, eppure i loro prodotti funzionano, perché c’è comunque tanta gente che supporta. Qui di base siamo pochi e pochi ti supportano, ecco. Molti progetti non riescono nemmeno ad autoalimentarsi.  Per riassumere, la parte strettamente artistica e quindi di scrittura, la parte di intelletto, ribadisco, è assolutamente buona. Poi il prodotto che realizzi deve in qualche modo vendersi, deve poter essere ascoltato da molte persone, diffuso e condiviso. Questo in Sardegna non avviene e se non ci sono sbocchi rischi di implodere e di non farcela.

Crisi economica, lavorativa e sociale vanno a braccetto con l’arte?

Secondo me si,  vanno a braccetto. L’arte che ognuno di noi decide di coltivare e di istruire in maniera singolare e soggettiva penso sia una parte divertente, che ti fa stare anche a cuor leggero, non intendo in maniera superficiale. Però l’arte, e quindi la musica, il cinema, la pittura, sono tutte cose che comunque ti fanno stare bene e ti fanno sorridere, e di conseguenza sprigionano positività in un individuo, o comunque una serie di stati emotivi che ti coinvolgono, ti fanno essere più protagonista e meno schiavo. Secondo me è un arricchimento.  Ma la gente oggi non ha voglia di leggere, di comprare un disco, di appassionarsi, di andare a vedere un concerto o una mostra, quindi c’è una crisi, c’è un inaridimento personale, e di conseguenza anche commerciale a quel punto.

Tre aggettivi che, a tuo modo di vedere, fanno di una persona un artista/musicista.

Sicuramente la sensibilità, nel senso, per me hanno avuto sensibilità anche gli Slayer quando hanno scritto “Angel of Death”, una canzone sul nazismo. Ne sono convinto, oltre a essere un loro estimatore! Altra caratteristica è sicuramente la pazzia. E poi, non so se scegliere tra perseveranza e coraggio, o comunque un qualcosa che stia a significare che ci credi veramente e sei determinato. Poi non è detto che diventerai Elton John o Ed Sheeran, ma si può vivere dignitosamente della propria arte e della propria musica stando anche in una striscia più piccola. L’importante è crederci. 

Una risposta a “DIALOGANDO CON FABIO CARTA, IL MANAGER MUSICALE TRA PALCHI E REALTA’”

  1. Sono un fisarmonicista che sa suonare quasi ogni tipo di ballo sardo vorrei avere tua consulta il numero del mio collaboratore 3882477680

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