DAL BULLONE ALL’ARAGOSTA: GIANNI USAI OPERAIO, SINDACALISTA, POETA E PESCATORE INTERPRETE DI SE STESSO

ph: Gianni Usai

di Sergio Portas

Nei primi anni ottanta la “colonia felina” dei gatti di “Su Pallosu” non era ancora assurta a fenomeno mediatico amplificato dai social network, né nei bar di San Vero Milis  avresti trovato avventori disposti a scommettere un’Ichnusa (da intendersi come birra) che quei quattro randagi spelacchiati che amavano prendere il sole sugli scogli della spiaggia avrebbero attratto, come fanno oggi, più turisti della Sartiglia d’Oristano. E che il vicino capo Mannu, dove tirava sempre un maestrale che alzava onde di due metri e più quasi per trecento giorni all’anno, sarebbe divenuta meta di surfisti provenienti da mezza Europa, era sogno possibile neppure per i più appassionati cultori di cannabis. C’erano allora pochi pescatori su barche scassate assai che avevano la fortuna di buttare le reti su di un mare incontaminato, in cui regine erano le aragoste, vita dura comunque per questa gente che a fatica tirava fuori il minimo indispensabile per campare. E come scrive Gianni Usai (con Loris Campetti) nel suo: “Operaio in mare aperto, conversazione su lotta, uguaglianza, libertà”. (Edizioni GruppoAbele 2014): “Erano nelle mani dei grossisti che facevano il bello e cattivo tempo, imponendo condizioni e prezzi da strozzo, e tu non potevi ribellarti altrimenti il pescato sarebbe andato a male nel giro di poche ore e le aragoste sarebbero morte”(pag.85-86). Con Gianni siamo coetanei, anno ’46, lui è di Arbus e io sono guspinese, ambedue “repubblicani”, lui davvero per un capello che è venuto al mondo il tre di giugno ( io sono di settembre) quando fu ufficialmente reso noto l’esito del referendum che pensavamo ci avesse per sempre  liberati dai Savoia (ma sono tornati, e in televisione pure!) intesi comunque come casa regnante. I sardi, è storia, li volevano ancora ( lettura consigliata: Theodor Reik, “Il masochismo nell’uomo moderno, Sugar ed.) e votarono a grande maggioranza per la monarchia; mamma mia fu sicuramente una di questi, da sempre le ho sentito dire che aveva nostalgia delle regine e delle principesse della “casa reale”. In compenso babbo che vestiva la divisa dell’allora regio esercito fu, per precauzione e per preservarlo da attacchi alla persona, messo in gattabuia per i giorni che seguirono al conteggio dei dati, pare che fosse il solo “repubblicano” con le stellette del suo reparto, e aveva avuto l’ardire di palesare questa sua singolarità, una vera provocazione che, a dati invertiti del referendum, gli avrebbe sicuramente provocato guai seri. Minimo l’avrebbero congedato con disonore. Come se la sia passata politicamente con mamma non ho mai ben capito, vero è che la sua ventitreenne sposina portava in grembo il suo primo figlio (che ero io), ma tra le sue di lei ninne-nanne preferite c’erano, immancabili, i “battaglioni del Duce, battaglioni”, ed è noto che “per vincere ci vogliono i leoni, di Mussolini armati di valor!”. Il babbo di Gianni tra gli altri lavori era finito in miniera a Montevecchio dove peraltro si ammalò di silicosi, nel ’31, causa parentela con uno zio pluriomicida, per tre anni fu affidato al canonico del paese, sua madre, la nonna di Gianni, al confino vicino a Bari, così il Fascismo mondava le famiglie dal disonore che gettavano su di loro parenti criminali, altro che interesse per i più piccoli, fantascienza venata di follia l’idea che una coppia omosessuale avrebbe potuto adottare un giorno il figlio del partner (pure per i vescovi nostrani però). Loro lasciarono comunque la Sardegna nel ’62 per l’ingrata fumosa Torino (polveri sottili di là da venire, tutte le polveri erano rigorosamente di caratura superiore), esito lavorativo scontato, come era Montevecchio per arburesi e guspinesi, la Fiat di Gianni Agnelli. Questo libretto è davvero prezioso, io direi in maniera particolare per i più giovani che quei periodi non hanno vissuto, ma anche per coloro che come me si vanno chiedendo per quale beffa del destino si sia tutti (o quasi) vivendo tempi così grami, in termini di lavoro che non c’è, salari che perdono potere d’acquisto, contratti collettivi che non si rinnovano. Debacle dei corpi intermedi della democrazia, partiti politici, sindacati, istituzioni della repubblica. Una società così liquida, parafrasando Bauman (Zygmunt Bauman, “Il disagio della postmodernità”, Bruno Mondadori ed.) che minaccia di annegare il singolo individuo che cade nella pania del licenziamento, della perdita del lavoro (ammesso riesca a trovarne uno) e l’ultima legge sul lavoro è il famigerato “job-act”, impapocchiato da un ministro che proviene dalle “Coop rosse” e da un presidente del consiglio dall’associazionismo “bianco”. Nel ’69 la legge del lavoro varata era la numero 300: sarà per tutti: lo Statuto dei lavoratori. C’era scritto, tra le altre cose: articolo 14, diritto di costituire associazioni sindacali e  di svolgere attività sindacale garantita a tutti (prima mica si poteva), articolo 15: sancisce la nullità degli atti discriminatori, ogni atto o patto che miri a licenziare un lavoratore a causa, poniamo, di una sua partecipazione a uno sciopero ( e si faceva eccome). Articolo 17, che vieta la costituzione di sindacati di comodo (sindacati “gialli”, di azienda, oggi tipo “Marchionne”). Articolo 18, il giudice ti reintegra nel posto di lavoro se sei licenziato per una causa ingiusta. Quest’ultimo è così inerente alla dignità della persona, alla dignità di essere trattati nelle fabbriche con i medesimi diritti delle persone che insieme vivono in uno stato di diritto, per cui se subisci un’ingiustizia hai la facoltà di adire ad un giudice che ti tuteli, che non si capisce come abbia potuto essere cancellato da una maggioranza di parlamentari che si autodefinisce “di sinistra”. Gianni Usai diventa delegato di fabbrica, poi delegato sindacale per il “Manifesto” (allora quotidiano e anche partito politico), descrive il percorso di emancipazione sociale e politica di tutta una generazione di lavoratori, di operai, di cittadini, che sentivano di fare parte di un mondo condiviso, dove gli ultimi dovevano essere aiutati a condividere con gli altri il destino di vivere in un medesimo paese, parlare una lingua comune. Molti che vennero da sud a lavorare nelle fabbriche torinesi la dovettero imparare, loro malgrado. Questi giorni “Repubblica” nel quarantennale della sua fondazione, regala il primo numero ai suoi lettori, mercoledì 14 gennaio 1975, lire 150. Tra le altre cose, a pag.5 articoletto in taglio basso, senza firma: “Primo sequestro dell’anno in Sardegna” (del resto l’anno è appena cominciato), a Satulussurgiu, Salvatore Piras 75 anni, la moglie legata ad un albero, si ritiene che i banditi si siano diretti verso il massiccio del Gennargentu. (chissà se è finito “bene”!). Par di capire che la notizia, data la sua scontatezza non meriti che quattro righe di cronaca. Ma a pag.22, a chiosa di un articolo dell’allora governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi un grafico che mostra la crescita media annua dei salari minimi contrattuali dal ’71 al ’75: l’aumento è del 226%, più che raddoppiati. “Posto per posto i delegati, insieme ai lavoratori, analizzavano i rischi e la nocività, e sulla base dell’inchiesta operaia si costruivano le vertenze… le linee aeree a cui bisognava operare a braccia alzate furono sostituite dalle linee piane, i fumi delle lavorazioni furono incanalati e risucchiati dagli aspiratori” (pag.40). Scrive Loris Campetti, per anni giornalista del “Manifesto”: “Il lavoro di mappatura della fabbrica di cui parla Gianni coinvolge tecnici, ricercatori e scienziati…In molte realtà del nord Medicina Democratica lavora organicamente con le nuove strutture del movimento operaio. Un esempio particolarmente significativo è rappresentato dal lavoro sulla salute svolto alla Montedison di Castellanza dal consiglio di fabbrica con la collaborazione di Giulio Maccaccaro, medico e scienziato, direttore della rivista Sapere e fondatore della rivista Epidemologia e prevenzione” (pag.41). La crescit
a civile, il sacrosanto spostamento e l’aumento dei redditi che comportò dal capitale al lavoro fece paura a molti della cosiddetta “classe dirigente” e allora furono le bombe di piazza Fontana, dell’Italicus, di Bologna. Il terrorismo “rosso” delle Brigate. Il riflusso sindacale, l’occupazione della Fiat, la marcia dei “quarantamila”. Il licenziamenti dei delegati più “rossi”.

Gianni Usai, prima che lo licenzi la Fiat si autolicenzia e se ne torna in Sardegna. Località: Su Pallosu (il nome gli viene da quelle alghe marine che interagendo col mare si arrotolano a formare palle lisce che paiono finte). E’ l’inizio degli anni ’80. Ma nel frattempo è diventato famoso per una parte importante della società politica e sindacale e tutti, a iniziare da Loris Campetti per finire a Guido Viale, Adriano Sofri, Rossana Rossanda, fino a Stefano Benni, tutti a domandarsi: che fine ha fatto Gianni Usai? Finirà che andranno tutti a Su Pallosu e scopriranno, mercè lui, il fascino di un mondo incantato, fatto di dune sabbiose circondate da pini mediterranei che si inchinano al maestrale, di sapori genuini  di cibi conditi con ricette di janas, di cooperative di pescatori (vi contribuirà anche Gianni, che il lupo perde il pelo ma non il vizio) che si formano a tutela del mare e del pescato. Per chi naviga con “You Tube” tutto si può vedere nel film di Serena Dandini: “Le ragioni dell’aragosta”. C’è anche Gianni Usai che fa’ se stesso, bianco di barba e capelli, a interpretare la gramsciana volontà di tentare sempre di cambiare le cose per il meglio, sempre in condivisione con gli altri.

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