I FINALISTI DI VISIONI SARDE: “EL VAGÒN” DI GAETANO CRIVARO E ANDRÈS SANTAMARIA


di Bruno Culeddu

Nella stazione di Cagliari Gaetano Crivaro e Andrès Santamaria, giovani filmmaker, s’imbattono fortuitamente con Antonio e Patrizia, una coppia che vive in una carrozza  abbandonata. Invitati ad entrare nella loro casa-vagone ai due registi viene svelata una vicenda di eversiva emarginazione.

Gaetano Crivaro, nato a Crotone nel 1983, vive a Cagliari dove svolge la professione di filmmaker e fotografo. Tra i suoi lavori troviamo I Love Benidorm  del 2009,  Good Buy Roma girato nel 2011.

Andrés Santamaria, di origini colombiane, classe 1984, ha lavorato a Berlino come filmmaker e fotografo. Realizza nel 2013 Demonstration. Adesso vive in Colombia.

I due artisti si pongono il problema di come raccontare l’inatteso incontro senza cadere nella banalità di un patetico reportage televisivo. Scelgono quindi  di servirsi di molteplici supporti: dal Video Digitale alle riprese con lo Smartphone, dal Super 8 alla Fotografia Stenopeica realizzata artigianalmente con pezzi di fortuna. Il tutto per garantire un osmotico rapporto con i due borderline. La giornata termina  con una foto di gruppo scattata con una piccola scatola di biscotti.

Questi diversi strumenti di ripresa si sono trasformati in uno singolare  film  per riflettere sul tempo, sullo spazio e sull’immagine stessa.

Ma di tutto sarebbe meglio che a parlarne fossero gli autori.

• El Vagon è un documentario che tratta un argomento drammaticamente attuale. Quali sono le motivazioni dietro la realizzazione del documentario e quali sono gli obiettivi che volete raggiungere con la sua diffusione?

El vagon è un film, un esperimento sul tempo e sulle immagini. Drammaticamente attuale non è tanto la storia di Antonio e Patrizia. Storie come le loro ne sono sempre esistite e sempre ne esisteranno. Esiste – citando Rino Gaetano, (chi suda, chi lotta, chi mangia una volta, chi gli manca la casa, chi vive da solo chi prende assai poco, chi gioca col fuoco, chi muore al lavoro). Drammaticamente attuale secondo noi, è la facilità con la quale, in questo periodo storico, si producono immagini. Migliaia e migliaia di immagini al giorno vengono prodotte e caricate su facebook, su you tube. Nel periodo in cui abbiamo incontrato Antonio e Patrizia, quando abbiamo incontrato Antonio e Patrizia stavamo sperimentando delle foto di gruppo stenopeiche. Una foto di gruppo stenopeica costringe un gruppo di persone a mettersi in posa, immobili, per 4, 5 anche 10 minuti in base alle condizioni di luce. Una cosa d’altri tempi. Per questo forse abbiamo cercato di realizzare un film che ruotasse attorno alla produzione di un’unica immagine, una fotografia stenopeica che è diventata un legame indelebile tra noi e loro, e tra noi tutti ed il mondo.

• Perché avete scelto di utilizzare diversi strumenti di ripresa che vanno dal video digitale alle riprese con lo smartphone, dal Super8 alla fotografia stenopeica?

Ricollegandoci alle ultime righe della precedente domanda, probabilmente (è forse questo l’esperimento di questo piccolo film), puntare un obiettivo verso un oggetto, produrre un’immagine, e fare la stessa operazione con diverse tecnologie ci mette di fronte immagini completamente diverse realizzate nello stesso momento. E questo ci costringe ad una riflessione sul tempo e sullo spazio. Più precisamente su come interpretiamo il tempo e su come interpretiamo lo spazio mediato dalle immagini. Non stavamo facendo un film su Antonio e Patrizia, non abbiamo mai pensato che fosse un film su di loro. Pensavamo invece che potesse diventare un film sul rapporto tra noi che filmavamo e loro che si facevano filmare, un film in cui anche la telecamera o la scatola stenopeica diventando oggetti che passano da una mano all’altra, si trasformano in oggetti relazionali e non in strumenti di potere. Non dimenticando che eravamo noi a produrre un’immagine di loro e che comunque un certo potere è intrinseco nel mezzo stesso, abbiamo deciso istintivamente di metterci in gioco, entrando nel film, diventando registi si, ma anche parte attiva di quello che in quei momenti stava accadendo. Il vagone è il vero protagonista, uno spazio in grado di dilatare all’infinito l’incontro tra noi e loro. 

Che cosa è la fotografia stenopeica? 

Fotografare significa scrivere con la luce.

Il Foro stenopeico (STENOS OPAIOS – Stretto Foro) è un foro sufficientemente piccolo, che si pratica sulla parete di una camera oscura, per vedere proiettata, sulla parete opposta, l’immagine di ciò che esiste, esternamente, di fronte al foro.

In sostanza una scatola stenopeica non è altro che una scatola con un piccolo foro da cui entra la luce che va a finire sulla parete opposta su cui è posizionato un supporto fotosensibile.

• Quali sono state le difficoltà che avete incontrato durante la lavorazione? 

La difficoltà principale è stata meramente un fattore geografico. Abbiamo impiegato quasi un anno a montare il film, semplicemente perché quando abbiamo iniziato a lavorarci eravamo uno a Berlino e uno a Cagliari, per cui è stato un continuo mandarsi versioni, incontri via skype, revisioni, finchè non ci siamo dati un tempo limite.

L’altro problema, e forse in questo il lungo tempo di montaggio ci è stato d’aiuto, è stata la ricerca di una direzione che mettese in secondo piano la carica eversiva di due personaggi come Antonio e Patrizia. Il rischio che percepivamo era che tutto si potesse trasformare in un film che racconta semplicemente la storia di due marginali che vivono in un vagone.

• A che tipo di cinema vi siete ispirati? 

Siamo dei documentaristi e per forza di cose ci lasciamo ispirare dal reale. Ci sono molte influenze in questo film che hanno a che fare con le nostre esperienze cinematografiche e umane, ma non c’è un film in particolare a cui ci siamo ispirati. E’ un film casuale, nato per caso, istintivo. 

Avete intenzione di lavorare insieme o portare avanti progetti separati?

Abbiamo lavorato insieme a molte cose, anche ora a distanza (Andrés in Colombia, Gaetano a Cagliari) portiamo avanti dei progetti insieme. Abbiamo frequentato insieme un Master in Cinema a Barcellona nel 2012, lì abbiamo fatto coppia per un film collettivo di Victor Kossakowsky che si chiama Demonstration. Nel 2014 Andrés è a Cagliari per lavorare al progetto Passu Passu (un progetto di esplorazione urbana) finanziato dal Comune di Cagliari e promosso dalle Associazioni l’Ambulante, di cui Gaetano è co-fondatore, e (S)cambiare. E’ durante lo svolgimento di alcuni sopralluoghi per questo progetto che abbiamo incontrato Antonio e Patrizia.

• Prossimi progetti?

Andrés porta avanti un progetto editoriale di arte che si chiama NN e che coinvolge Berlino, Barcellona e Bogotà. Ha iniziato inoltre un progetto laboratoriale a Bogotà che si chiama, Filmare la realtà, promosso da Blackmaria Escuela de Cine. Attualmente sta lavorando al montaggio di un film girato con il cellulare nei 4 anni in cui ha vissuto a Barcellona.

Gaetano lavora a dei progetti laboratoriali sul VideoRitratto e progetti di arte urbana legati alla fotografia Stenopeica, come il Borgo Analogico, ed ha appena finito di montare un film girato a Crotone, co-diretto con Emanuele Milasi e prodotto da RAM FILM, il cui titolo è Radio Migrante, e di cui speriamo si sentirà parlare.

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