SU RAI UNO LA STORIA DI GIAMPIERO MACCIONI CHE DA VENT’ANNI VIVE CON IL CUORE DI ROBERTO CUBONI, MORTO IN UN INCIDENTE STRADALE

nel fermo immagine, da sinistra Roberto Cuboni, la sorella Susanna e Giampiero Maccioni

di Gian Piero Pinna

Trapianti. La testimonianza,  a Storie vere su Rai 1 del 20 gennaio scorso, di Giampiero Maccioni, presente in studio, che da diciannove anni vive con il cuore di un altro, quello di un ragazzo di Lanusei, Roberto Cuboni, vittima di un incidente in moto. Toccanti le lacrime della sorella di Roberto Cuboni, Susanna, che in trasmissione ha sintetizzato quanto aveva già affermato dieci anni fa, in occasione di un incontro dibattito dell’Associazione Sarda Trapianti, svoltosi a Lanusei, parlando del messaggio profondo del valore sofferto del dono e della solidarietà per la vita nuova, che rinasce con un trapianto e ha raccontando la sua esperienza di dolore e di speranza. “La giornata di oggi nasce da un’intensa esperienza di vita – esordisce Susanna – dove prevale il dolore per una grande perdita, quando il 25 ottobre 1996, giorno in cui mio fratello Roberto perde la sua fragile e breve vita in un incidente in moto. Di certo, uscendo da casa per provare i freni della moto, Roberto non pensava che stava per intraprendere un altro viaggio. Il 25 ottobre 1996 – continua nella  sua testimonianza Susanna Cuboni – ho sentito il sapore amaro della morte, il sapore del dolore che è come un coltello affilato che spezza il cuore in due. Il taglio è così glaciale da non darti il tempo di sentirlo che già ti appartiene. Sei tu stessa dolore. Roberto è stato soccorso e portato all’ospedale di Lanusei. Dopo le prime cure è stato trasferito all’ospedale Brotzu di Cagliari nel reparto di rianimazione. La mattina successiva io e i miei genitori siamo entrati nello studio del primario. Ho ancora vivo nella mia mente quel momento. Mi sono seduta di fronte a lui e guardandolo negli occhi pendevo dalle sue labbra che lentamente e con umanità dicevano: “Roberto è in Paradiso”. D’istinto avrei urlato ma non l’ho fatto. Ho trattenuto il respiro. La mente correva veloce, incredula alla realtà, pensando alle parole del medico e a cosa potessi fare per far vivere Roberto, per strapparlo alla morte. In quei minuti eterni di morte e di vita, il primario ci propone la donazione degli organi ed ecco che la mia disperazione di sorella esplode in quel “sì”. Un “sì” che prende forma dentro di me e ancora oggi mi accompagna. Ho avuto numerose parole di conforto e molte mi sono rimaste in mente come quelle pronunciate da Padre Salvatore: “Vedrai un giorno capirai, vedrai tutto ha un senso”; muore il corpo e la sua assenza è dura perché gli occhi hanno bisogno di vedere, le mani di toccare e le orecchie di sentire chi amiamo e vive giorno per giorno con noi e quando ci lascia, il suo dolce ricordo può essere ancora più doloroso. Quando lasceremo il corpo e quindi il mondo terreno: se noi crediamo davvero in Dio e siamo disposti a portare la croce che è l’unica a farci sentire vicino a Dio dobbiamo ancora di più credere che continueremo a vivere spiritualmente in Lui che spiega tutto, che ci aiuta ad andare avanti, ad andare oltre il nostro pensiero. E perché la morte non sia morte, e perché il senso di tutto trovi il suo significato la giornata di oggi deve essere una testimonianza dell’esistenza e del legame continuo con quel qualcosa che è al di là di ogni nostro limite umano. Perché si può con un pensiero sfiorare il volto di Dio e con un gesto d’amore tocca il suo cuore. Dio è lì e non attende nient’altro… solo quel gesto. Le cose che non capiamo, i dolori a cui non sappiamo dare una spiegazione trovano luce dopo tanto buio quando tutti i suoi obiettivi sono raggiunti e sono svelati ai nostri occhi e spiegati al nostro pensiero. È chiaro che i tempi di Dio non sono i nostri tempi e che dobbiamo accettare per poter capire. Dobbiamo imparare ad essere umili per essere grandi. Avere coraggio per andare avanti ed avere fiducia per sperare, per pregare. Non è una giustificazione e forse neanche una consolazione. È solo una conferma del nostro essere piccoli e grandi allo stesso tempo agli occhi di Dio, ad essere ciò per cui siamo stati creati. L’amore di Dio si svela nel tempo, un amore che sempre ci accompagna. Dobbiamo abbracciarlo, cercarlo, volerlo per sentirlo e per essere in continuo contatto anche nei periodi d’aridità che sono numerosi e lunghi. Citando un passo di Gibran: “Vorreste conoscere il segreto della morte. Ma come scoprirlo se non cercandolo nel cuore della vita? Il gufo dagli occhi notturni, ciechi di giorno non può svelare il mistero della luce. Se davvero volete scorgere lo spirito della morte, spalancate il vostro cuore al corpo della vita. Giacché la vita e la morte sono una cosa sola, così come il fiume e il mare”. Quindi la testimonianza di Susanna, ritorna indietro nel tempo, quando Giampiero Maccioni aveva espresso il desiderio di conoscere la famiglia del giovane che gli aveva donato il cuore, che così ricorda l’episodio: “Oggi a distanza di otto anni siamo venuti a conoscenza che il ricevente del cuore di Roberto desiderava incontrarci. Ho constatato quanto sia stato importante quel “sì” detto in un momento di estremo dolore, di estrema sofferenza, che da una parte toglieva la vita del nostro amatissimo Roberto e dall’altra dava continuità ad un cuore che si stava spegnendo. Oggi con quel gesto il cuore di Roberto batte prepotentemente nel petto del signor Giampiero. Sono stata la prima componente della mia famiglia ad averlo incontrato di persona. Inizialmente ero un po’ impaurita perché non sapevo che effetto avrebbe suscitato su di me quest’incontro. Rotto il ghiaccio posso dire di aver provato una forte emozione e stando accanto a lui il pensiero che faccio costantemente è che il cuore del mio amato e mai dimenticato Roberto, è dentro di lui. Sapere che con il dolore si compie per noi qualche cosa che tocca l’ordine universale del bene, qualche cosa che è al di là di noi, ma cui pure partecipiamo è già una luce. Tenue, ma sufficiente a farci capire che il dolore ha un senso”, conclude Susanna Cuboni. Parole che hanno commosso tutti i presenti e che hanno fatto dire a Giampiero Maccioni: “Ho ascoltato in “religioso silenzio” la tua triste, commovente e allo stesso tempo meravigliosa e luminosa esperienza di vita, sostenuta e incoraggiata dalla profonda fede nell’Uomo e nel Suo Divino Creatore. La commozione è stata intensa fino a far sgorgare dai miei occhi, sempre avari di pianto, una lacrima liberatrice. Grazie Susanna! Ripeto oggi le parole riconoscenti di allora, quando all’oscuro del nome del mio donatore, scrivevo al compianto cardiochirurgo Dott.Ricchi che aveva eseguito il trapianto”.

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