SOGNARE IN MUSICA: CARLO CABIDDU, AL CONSERVATORIO DI CAGLIARI E’ DOCENTE DI VIOLONCELLO

ph: Carlo Cabiddu

di Paola Pitzalis

Musicista eclettico, interessato a varie forme e diversi generi musicali, docente di Violoncello al Conservatorio di Cagliari, collabora con varie formazioni e con musicisti di diversa estrazione musicale e culturale. I suoi interessi sconfinano dalla musica colta e lo portano a esplorare campi come il Jazz, la Musica Etnica, Elettronica e l’Improvvisazione. Fondatore di vari gruppi fra cui Spaziomusica Ensemble, Ensemble di Violoncelli, Quintetto Màganos con i quali ha partecipato a diverse rassegne concertistiche in Europa, Stati Uniti, Argentina, Brasile, Singapore e Russia. Tutto questo ed altro è Carlo

Carlo, quali sono i ricordi più importanti del tuo percorso artistico? E cosa ho fatto? Non ho fatto niente! Da ragazzo ascoltavo mio fratello Gianfranco che suonava il flauto e gli correggevo le note che non intonava. Frequentava il Conservatorio con Gesualdo Pellegrini e mi propose di dedicarmi allo studio musicale. Provai diversi strumenti, contrabasso, flauto, ma non mi accettarono per i denti storti e un giorno entrando nella classe del grande Maestro Franco Maggio, che suonava il violoncello, ne rimasi folgorato. Così iniziai il mio percorso a 15 anni, età limite per quel periodo.

Vi è un’età per iniziare lo studio di uno strumento? Iniziando da piccoli si ha la possibilità di acquisire un iter esperienziale maggiore ed in modo più ludico e spensierato rispetto ad un adulto. Diciamo che ci sono i pro e i contro. Essere troppo consapevoli ti pone maggiori problemi, se sei spensierato apprendi anche con il gioco.

Quando hai incominciato la tua carriera? Ho iniziato prima del diploma. Chissà se Piero Marras se lo ricorda! Quando si chiamava Piero Salis e lasciò il “gruppo 2001”, al mio terzo anno del conservatorio, dovendo incidere un suo disco a Napoli nella casa discografica di Aurelio Fierro, mi invitò. Ricordo che la casa di Piero all’epoca era piena di libri di poesie. Inoltre, mi cimentai in moltissima musica da camera e compresi l’importanza di suonare con gli altri, andare d’accordo, intonare reciprocamente. Io consiglierei a tutti gli studenti di cimentarsi da presto alla musica da camera e d’insieme: acquisisci consapevolezza. Ho accresciuto la mia formazione anche in orchestra quando frequentavo il settimo anno e per me fu il mio primo lavoro. All’inizio, per la mia giovane età, è stata dura, con la perseveranza mi sono conquistato la stima dei colleghi. Una grande esperienza umana. Poi mi proposero l’insegnamento a Oristano alla scuola media sperimentale dello strumento e a seguire una supplenza di 4 anni  al Conservatorio di Cagliari. Poco prima del diploma insegnai, con la nascita della prima Scuola Civica di Musica in Sardegna fondata da Antonietta Chironi, a Nuoro. Ricordo la bidella che ci preparava il fuoco in una casa isolata dal centro città. L’incontro con Elena Ledda avvenne già al Conservatorio perché eravamo colleghi.  Avevamo collaborato ad altri lavori con il Teatro Sardegna in Splendori e Miseria della Metropoli di New York di Bertold Brecht dove simulavo un contrabbassista di colore che dopo l’assolo lanciava la sua paglietta al pubblico.

Come nacque il Sonos de Memoria? Grazie alla curiosità di mio fratello Gianfranco. Trovandosi a Roma all’Istituto Luce lavorò incessantemente visionandole e catalogandole pile di pellicole senza etichetta. Trovò lavori di Fiorenzo Serra e materiale molto interessante non solo dal punto di vista storico, ma anche artistico. Gianfranco a questo materiale diede un’organicità propria riportandolo in vita, dal lavoro nei campi alla tonnara di Carloforte dei pescatori in gilè e berrita fino alla festa. Da questa serie di montaggi gli nacque l’idea di accompagnare il lavoro con un coro. All’epoca vivevo a Sedilo e frequentavo tanti artisti sardi. Gli proposi il Coro di Santu Lussurgiu. Non volendo soffermarsi solo su musica di tradizione orale e volendo volgersi verso la musica attuale pensò a Paolo Fresu. Paolo si mise subito al lavoro e sottolineò la presenza fondamentale delle Launeddas. Infatti i filmati inquadravano delle processioni con Launeddas e con donne che cantavano. Integrare la voce di Elena Ledda e Mauro Palmas ha permesso un corpus completo. Io unico arco e le Launeddas al Maestro Luigi Lai, non si poteva non chiamarlo.

Dove vi ha portato Sonos de Memoria? La nostra prima timida esibizione fu a La Maddalena per il Premio Solinas. Affascinammo Gillo Pontercorvo in giuria che ci invitò a debuttare a Venezia per il Festival del Cinema. Nonostante il Festival sia una grande macchina organizzativa, si dimenticarono di fornirci dei monitor per accompagnare con la musica dal vivo le immagini e così dovettero smontare degli specchi dai bagni per colmare la mancanza. Fu un grande successo. Dal 1995 abbiamo girato per quasi tutto il mondo. Ricordo che in Argentina incontrammo un signore figlio di un lussurgese emigrato che assistendo alla proiezione riconobbe il paese dei suoi genitori, uguale a come lo aveva conosciuto lui 50 anni prima. Un grande impatto emotivo.

Il progetto Màganos? Ho sempre portato avanti parallelamente vari lavori, dalla musica classica a quella di ricerca. A Darmstadt ci sono stato diverse volte. Incontri compositori  e musicisti che ti chiedono di suonare le loro musiche. Faticosissimo, ma bellissimo. Ho conosciuto Alan Brett di Berlino, Rohan de Saran del quartetto Arditti e Fernando Grillo. Uno scambio reciproco. Era il 1986 e a Cagliari in quegli anni c’era già vivido fermento con Franco Oppo. Avevano fondato le giornate di musica contemporanea, musica all’epoca bandita dai puristi della classica. Màganos invece rappresenta l’idea di un insieme di realtà diverse. Ho formato nel 1995 un quintetto d’archi, 2 violini, 2 viole e 1 violoncello, perché è raro sentire questa musica con questa formazione. Il nome grecizzante me lo ha ispirato una campagna di Sedilo così denominata.

Come vedi il futuro di tutte le produzioni  e generi della musica sarda? Dal punto di vista folk noto un certo decadimento. L’aspetto televisivo prevale troppo. Si è persa la spontaneità dei cantori ed artisti sardi che oggi dànno rilevanza ad altri aspetti. Prima si cantava nei bar, davanti a un bicchiere di vino, e se c’era un poeta ancora meglio. Oggi si preferisce la televisione e si riduce la musica sarda ai minimi termini.

Un sogno? Continuare a suonare, fare concerti con musicisti come Sonos o Antonello Salis e la sua umiltà.

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