DANIELE MONACHELLA CANTA EMILIO LUSSU: A MILANO “UN ANNO SULL’ALTIPIANO” TRA LE ATROCITA’ DELLA GUERRA CENT’ANNI DOPO

nella foto da sinistra: Andrea Pisu, Daniele Monachella, Andrea Congia

di Sergio Portas

 “Quel mazzolin di fiori…”, accidenti come canta bene questo Daniele Monachella, sassarino e isolano “uanandredpercent”, intonandola triste e lenta, giusto come canto atto a scandire la marcia di una truppa di giovani soldati che sa di andare verso un destino di morte possibile, e ha poco o niente di cui gioire. I soldati in marcia da tre giorni sono i sardi della “Brigata Sassari”, siamo sul Carso, altipiano di Asiago, il libro che ne parla è quello di Emilio Lussu: “Un anno sull’altipiano”, la guerra è quella “grande”, l’autore del libro ( lo scriverà vent’anni dopo nel ’36 , a riposo forzato dopo un’operazione che gli aveva impedito di continuare a combattere in Spagna con le brigate internazionali) ha venticinque anni, tenente di grado, una “laurea di guerra” in giurisprudenza (mai stato buon scolaro) e viene da Armungia, paesino del Gerrei, quando vi nacque nel 1890 toccava i mille abitanti, ora ne conta neanche la metà. Per agevolare i continentali che scorrono queste righe a meglio orizzontarsi diciamo loro che al centro del paese, a fianco del vecchio palazzo comunale, c’è un nuraghe: nessuna possibilità di equivoci: trattasi di Sardegna profonda. Il Monachella che canta, insieme a  due Andrea, uno a cognome Congia che maneggia una chitarra che pare un’orchestra, cagliaritano, l’altro Pisu da Villaputzu, in mano tre canne palustri forate alla bisogna da cui riesce a tirare fuori suoni che ti fanno accapponare la pelle e suona tamburi che confondono tuoni a rombi di cannone. I tre qui a palazzo Cusani, quartiere Brera di Milano, drammatizzano secondo i dettami registici del Monachella il libro di Lussu, Daniele ne legge degli stralci modulando la voce secondo registri timbrici che paiono materializzare, davanti agli astanti, generali e graduati, fantaccini e umili portantini. Sentite tale generale Leone, nuovo comandante di Divisione, che interroga il tenente Lussu “sugli attenti”: “Dove ha fatto la guerra, finora? Sempre con la brigata, sul Carso. E’ stato mai ferito? No, signor generale. Come, lei ha fatto tutta la guerra e non è stato mai ferito? Mai? …E’ molto strano. Come lei mi spiga codesto fatto?… Molto strano. Per caso sarebbe lei un timido? Credo di no, – risposi. Lo crede o ne è sicuro?… Il generale cambiò argomento. Ama lei la guerra?… Ebbene io ritengo, non potrei affermare di prediligere, in modo particolare, la guerra… Ah, lei è per la pace! Come una donnetta qualsiasi, consacrata alla casa, alla cucina, all’alcova, ai fiori, ai suoi fiori, ai suoi fiorellini! E’ così, signor tenente?…”  (pag.51, 52 ediz Einaudi). Codesti ufficiali, come tutti “i superiori”, come ben sa ognuno che abbia avuto modo di occupare posizioni subalterne, sono da subito valutati dalle truppe, per quello che valgono veramente, non certo per i gradi e le stellette che possono esibire (molti sardi della brigata neanche riuscivano a distinguerli i gradi). Un superiore era anche Lussu, la sua famiglia era la più ricca del paese, il babbo Giuanniccu era “nobile” e quando si mise in testa di sposare una ragazza di umile famiglia di cui si era innamorato, i suoi parenti, giusto per fargli capire come andassero le cose di famiglia, lo fecero finire in galera con accuse inventate di sana pianta. Scagionato, dovette attendere otto anni di fidanzamento, superare ostracismi di ogni sorta, ma alla fine portò la sua amata all’altare. E nacquero due figlioli, Peppino ed Emilio ( una bimba morì appena venuta alla luce). La mortalità infantile era allora altissima, vediamo qualche cifra che fotografi la Sardegna di inizio novecento: Solo sette dei 364 comuni sardi hanno le fognature (sette!). In 250 non esiste l’acquedotto. In 199 il cimitero è insufficiente. In 156 non c’è la scuola: e il censimento del ’21 confermerà le proporzioni inquietanti d’un fenomeno che causa anch’esso d’arretratezza: 366.000 analfabeti su una popolazione di poco superiore al doppio (appena 859.000 gli abitanti censiti); il che vuol dire che, ogni cento sardi, quarantadue non sanno leggere e scrivere. Peppino ed Emilio, di tre anni più piccolo, crescono nella prima casa di Armungia, il rione si chiama Cannedu, sotto il nuraghe. C’è un cortile, irregolare e in pendenza, con rose, buganvillee e una pianta d’arancio. In basso il pollaio, il porcile, la tettoia per i buoi, la tettoia per i cavalli. In alto un edificio di muri a secco, di granito. La vita di giorno si svolge nella grande cucina, giù. Da qui s’accede a vani senza finestre, le domus de crai (case con la chiave), per le scorte. Dunque la casa del formaggio, la casa del lardo, la casa delle fave, la casa del vino; e c’è anche la casa delle selle. Sopra, le stanze per la notte: il pavimento è di tavolato grezzo, il soffitto è di cannicci sostenuti da grandi travi di ginepro non sgrossate. Ma torniamo giù. Il focolare in mezzo alla cucina, senza camino, con tante sedie di legno d’oleandro tutt’intorno, è il centro reale della casa.( Joyce Lussu, L’olivastro e l’innesto, Cagliari 1982, pp.9-10). Emilio Lussu nasce ricco, studia a Lanusei (un giorno di cavallo) e poi a Roma e Cagliari dove è il capo degli “interventisti”, quelli che finalmente si va a “liberare” Trento e Trieste “dal giogo austriaco”, i suoi compagni di giochi sul Flumendosa (tutti rigorosamente scalzi, anche Emilio), loro di scuola non ne vedono punto e per loro Trento e Trieste potrebbero stare sulla luna, come  l’Italia tutta del resto, e a loro nessuno chiede se vogliano o no andare in guerra per il re Vittorioemanuele terzo di Savoia. Capelli rapati a zero (così i pidocchi imparano!) e tutti intruppati nell’unica brigata italiana a leva regionale: la “Sassari”, sono loro i protagonisti di “Un anno sull’altipiano”, un magnifico libro sulla guerra che ne svela meccanismi, atrocità, incongruenze. Dice di assalti alla baionetta per conquistare trincee perse e riprese decine di volte, della nostra artiglieria che ci spara contro (ma anche quella austriaca spara spesso sui suoi di soldati), della voglia di una licenza per tornare a casa, dei soldati che si sparano ai piedi per farsi ricoverare in ospedale, dei disertori e dei carabinieri che li debbono fucilare, dell’orribile puzza di cognac che si sprigiona durante l’assalto: Savoia! E dopo qualche mese: Forza paris! Insomma racconta quale brodo di coltura sia stata la grande guerra per fascismi e nazionalismi di ogni risma. Che sfociarono inesorabilmente nella seconda sui cui assetti ancora oggi si fonda l’ordine mondiale. Paurosamente scricchiolante in quegli stati tracciati con il righello di inglesi e francesi prima, americani e russi dopo. Cento anni sono passati da allora, ma i nazionalismi sono ben lungi dall’essersi sopiti. Dalla Francia ne spira un vento che ha l’odore acre del cognac di cattiva qualità che ubriacava i fanti dell’uno e dell’altro fronte, ad ammazzarsi l’uno contro l’altro. In questa civilissima Lombardia governa da una vita una forza politica che si rifà, pari pari, alle parole d’ordine dei lepenisti francesi, trionfatori delle ultime elezioni amministrative, ben supportata da quel Berlusconi che ha dato loro dignità politica ( e ministeri, incarichi prestigiosi, seggi a Strasburgo). Nonostante il loro capo e fondatore stia subendo oggi un processo per distorsione di denaro (pubblico) ai danni del partito, le vele del loro razzismo, del rifiuto per il diverso, della chiusura delle frontiere, sembrano gonfiarsi più che mai. E quanti giovani nelle loro fila! Ameranno forse loro la guerra? Possibile non si rendano conto quanto meraviglioso sia questo tentativo di ventotto stati nazionali di mettersi insieme, sotto un’unica moneta ( ma qui il discorso si fa un poco complicato) e decidere che tra loro, mai più ci sarà una guerra? Tutti, a procedere insieme in un’Europa comune. “Il capo coro intonava: “Quel mazzolin di fiori…”. Il coro della compagnia rispondeva: “Che vien dalla montagna…”…La strada, ora, si faceva ingombra di profughi. Sull’Altipiano di Asiago non era rimasta
anima viva. La popolazione dei Sette Comuni si riversava sulla pianura, alla rinfusa, trascinando sui carri a buoi e sui muli, vecchi, donne e bambini, e quel poco di masserizie che avevano potuto salvare dalle case affrettatamente abbandonate al nemico. I contadini allontanati dalla loro terra, erano come naufraghi. Nessuno piangeva, ma i loro occhi guardavano assenti. Era il convoglio del dolore. I carri, lenti, sembravano un accompagnamento funebre.

La nostra colonna cessò i canti e si fece silenziosa.” (pag. 20-21). Se aveste difficoltà a immaginare la scena, ogni giorno che dio ci manda, si possono vedere le medesime file di disperati, in ogni canale televisivo e ad ogni ora, che scappano dalla guerra di Siria, di Libia di Iraq, di Afganistan, di Yemen, di Congo e Sudan, anche loro tesi a tranciare filo spinato che gli stati europei hanno evidentemente e fortunatamente tenuto nei magazzini, e ora viene buono per tentare di fermare la marcia di questi disperati.

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