A PAULILATINO IL 15 GENNAIO, AL MUSEO PALAZZO ATZORI, LA PRESENTAZIONE DEL LIBRO “ARBURES MATAS ERBAS”


di Gian Piero Pinna

Il 15 gennaio prossimo, nel Museo Palazzo Atzori di Paulilatino, con inizio alle ore 18, ci sarà la presentazione del libro “Arbures Matas Erbas – Piante tra Natura e Tradizione nella Civiltà Agropastorale della Sardegna”. Oltre alla coautrice dell’opera, Costantina Frau, interverranno il sindaco di Paulilatino, Domenico Gallus e il Coordinatore dell’Associazione Ambientale Guilcer, Angelo Saba.

In Arbures Matas Erbas, si parla delle specie vegetali più significative della Cultura e delle Tradizioni della Civiltà Agro-pastorale che, per millenni, ha caratterizzato l’economia della Sardegna fino agli anni Cinquanta del 1900, quando in epoca premoderna, la correlazione tra le piante e la gente che abitava nei paesi era stretta. Il libro, è scritto nella variante del sardo di mesania e in italiano, ed è corredato da centinaia di foto che riproducono le piante, gli attrezzi usati da massaias e massaios, le pietanze tradizionali a base di erbe e le marmellate.

Gli autori si sono serviti dell’apporto delle nonne e dei nonni che hanno vissuto quando la terra si arava con l’aratro a buoi, si filavano e si tessevano le fibre vegetali, si utilizzavano gli attrezzi di legno, ci si svagava con strumenti di canna, di sughero e di ferula e si curavano i disturbi con decotti e impacchi fatti con le erbe spontanee, che spesso si utilizzavano anche nell’alimentazione, quando si badava più alla genuinità del cibo, che alla quantità. La loro esistenza era molto frugale, si mangiava per vivere e non sempre si aveva il necessario e i vegetali avevano un ruolo importante, in quanto si utilizzavano le foglie, gli steli, i tuberi, le radici delle piante erbacee e i frutti davano il loro apporto di vitamine e di ssali minerali. Molte erbe, drupe e bacche, venivano consumate crude, più saporite e con le proprietà integre, altre le si cucinava, dopo averle pulite e lavate. Né mancavano mai in cucina le erbe aromatiche, che oltre a rendere più saporito il cibo, avevano anche proprietà medicamentose atte a prevenire molti disturbi fisici e mentali. Un capitolo intero del libro, è dedicato alla menta, all’aglio, al basilico, alla cipolla, alla salvia, al rosmarino, all’origano, senza trascurare l’uso che se ne faceva di alcune nei riti religiosi, in determinate festività e a scopo medicamentoso. Oltre a quelle spontanee, che le nonne conoscevano certamente bene, tra cui le bietole, le cicorie, i cardi, i finocchietti, il crescione, la borragine, il rafano, per citare le più comuni, che sapevano dove andare a prenderle e

quali parti adoperare in cucina, erano anche  a conoscenza delle loro proprietà medicamentose e delle dosi che occorrevano per curare, o alleviare, certi disturbi, utilizzando le parti più adeguate come le radici, il tronco, la corteccia, le foglie, i fiori e i frutti. Importante era anche prendere delicatamente ciò che serviva, senza mai eccedere, usando il rispetto che si deve a tutti gli esseri viventi. Niente è più salutare di una bella passeggiata in campagna e immergersi nel verde e nel silenzio della Natura, ascoltando il canto delle piante fatto di parole eterne, che raccontano storie infinite e poi fare ritorno a casa con il cuore più sereno e i frutti di stagione e i mazzi di erbe tra le mani, utili al benessere del nostro corpo, ma anche allo spirito stanco della vita frenetica e tumultuosa di oggi, alimentata dai cibi preconfezionati, surgelati e conservati in barattoli, provenienti chissà da dove. Dall’esempio delle persone anziane, dalle loro parole e dalle conoscenze apprese in testi specifici, gli autori hanno capito che l’alimentazione è un fatto naturale il cui significato trascende l’aspetto nutrizionale, in quanto è un patrimonio di saperi da trasmettere ai posteri. L’alimentazione passa attraverso i sensi che suscitano piacere, quando si mangiano i cibi genuini. Salvaguardare la cucina tradizionale, è salvaguardare la storia di un popolo, cucinare ciò che la terra offre spontaneamente, significa conoscerla e valorizzarla, oltre che star bene con sé stessi e con gli altri. Nel libro, inoltre, si dimostra come la preparazione dei frutti e delle erbe selvatiche, non richiede più tempo di quelle coltivate, o di certe pietanze elaborate che hanno perso le virtù salutari. Non viene trascurato nemmeno il lato salutistico del loro uso in cucina, in quanto, è sufficiente lavarle, tagliarle a pezzi, lessarle e condirle con olio, volendo, si possono anche saltarle in padella, fare torte salate, frittate e minestrone. Nel cucinarle si dovrebbe ridurre all’indispensabile l’uso del sale, che pure gli antichi consideravano simbolo di saggezza, tanto che i preti mettevano un granello di sale nella bocca dei battezzanti dicendo “ricevi il sale della sapienza” e i romani lo usavano per eliminare

l’amaro di alcune erbe, da cui la parola insalata, ma anche per salvaguardare il cibo dal deterioramento. Essi, per insaporire i cibi, utilizzavano le bacche di alcuni arbusti e le erbe aromatiche, come i finocchietti, i porri, gli asparagi e le tante altre, e con esse preparavano le salse. Perché non provare anche ora a condire con questi vegetali

la pasta e il riso, o a metterli nel minestrone? Di sicuro i cibi così preparati, coi sapori e i profumi che emaneranno, inebrieranno il cuore e la mente con le stesse dolci melodie ancestrali che inebriavano l’antico popolo nuragico.

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