SONO VALENTINA SORO E QUESTA E’ LA MIA STORIA. SETTE ANNI FA L’INCIDENTE: POI IL “PESO” DELLA DISABILITA’ E IL SENTIRSI PRIGIONIERA A CASA PROPRIA

ph: Valentina Soro

di Romina Fiore

L’ho incontrata dopo 6 anni. L’ultima volta che ci eravamo viste era ancora una mia alunna, in una classe V superiore. Ricordo che spesso, durante le lezioni, si faceva venire a prendere da qualche familiare perché i dolori non le consentivano di sopportare l’orario scolastico per intero. Del resto era passato solo un anno dall’incidente e il sorriso, che spesso mostrava, non riusciva a sovrastare lo smarrimento dei suoi occhi.
Siamo però sempre rimaste in contatto, seppur virtualmente, e qualche giorno fa le ho mandato un messaggio su chiedendole un’intervista. Lei ha acconsentito, ripercorrendo quei giorni di dolore, sbigottimento, paura e sconcerto. Ma anche le difficoltà nella quotidianità del “dopo”. Di un mondo ancora ostile alla disabilità. E Valentina si è spogliata, con coraggio e umiltà, mettendo a nudo uno stato d’animo attraversato da una varietà di emozioni fortissime. Dopo aver letto le sue parole, credo ci sforzeremo tutti di essere un po’ migliori. Forse.

Valentina, se non è troppo doloroso ripercorrere il giorno dell’incidente, ti va di raccontare cos’è successo in via Petta, mentre tornavi a casa col motorino? E’ strano come qualcosa possa rimanere impresso nella mente per così tanto tempo, senza sbiadire mai. Era il 18 dicembre del 2008, stavo andando in palestra, per qualche incomprensibile motivo quel giorno avevo preso una strada diversa dal solito.
E’ accaduto tutto in un attimo. In lontananza ho visto una macchina ad alta velocità venire dalla corsia opposta alla mia, era una scheggia ed ha attirato subito la mia attenzione. All’improvviso mi ha tagliato la strada e tutto si è fermato. Ricordo ogni cosa: l’odore acre della benzina che mi avvolgeva, la solitudine, la paura. La cosa peggiore era stata la consapevolezza di essere sola, stesa per terra senza potermi muovere, con gli occhi rivolti al cielo. Non c’era nessuno che mi tenesse la mano. Nessuno mi chiedeva scusa.

Da tempo gridi, coi mezzi di comunicazione a te consentiti, le difficoltà della tua condizione di disabile. Problemi che investono diversi campi, cominciamo con la valutazione dell’assistenza ospedaliera. Quella delle visite di controllo, dell’assistenza, dei rimborsi delle terapie e via dicendo.
Che difficoltà hai riscontrato?
[Valentina sorride prima di rispondere a questa domanda…] Da dove possiamo cominciare, prof? L’ospedale di Olbia non offre alcuna assistenza ai disabili, se pensa che non esiste neanche un reparto di Unità Spinale (ovvero un centro dove il personale sia preparato a ricevere pazienti con varie patologie che riguardano la colonna vertebrale e le mielo-lesioni). I medici mancano di preparazione riguardo al mio problema, spesso capita che debba essere io a spiegare loro alcune incognite legate alla patologia. Ma andiamo per gradi, però, partiamo dai parcheggi. Sono in una posizione sfavorevole per chiunque abbia una disabilità, troppo lontani dalle entrate principali, non coperti e neanche sorvegliati, così che tutti sono liberi di posteggiare lì. I reparti mancano di qualsiasi ausilio, tutte le volte che sono stata ricoverata ho dovuto combattere per avere un letto adeguato (che si alzi e si abbassi per favorirmi negli spostamenti da quest’ultimo alla sedia). I bagni sono generalmente inaccessibili e, spesso, utilizzati come ripostiglio per le scope. Le visite specialistiche, quelle da effettuarsi negli ambulatori, sono quasi completamente impraticabili, soprattutto nel caso della ginecologia, che non ha un lettino che si alzi e si abbassi, creando così serie difficoltà per la visita. Come ci salgo io lassù? E mi domando anche se un giorno avrò un bambino e per colpa di queste mancanze mettessi a rischio la sua e la mia vita?

Una città come Olbia, dal punto di vista delle barriere architettoniche, che qualità di vita offre a chi è costretto su una sedia a rotelle? Olbia, la mia città, il posto dove io dovrei sentirmi a casa, somiglia ad una prigione. Potremo tranquillamente definirla una città antidisabili. A partire dai marciapiedi completamente inadatti con discese ripide (nei rari casi in cui si sono ricordati di farle, pali o alberi al centro del marciapiede che ti costringono a camminare per strada, con le macchine che sfrecciano accanto). Al centro storico tutti i negozi hanno almeno uno scalino, i locali idem. Nessun esercizio commerciale, a parte il cinema, ha un bagno adeguato, e se lo hanno ci sono almeno due scalini per arrivarci. Non esistono palestre, al di fuori della piscina, in grado di offrire un servizio ai disabili, ed anche quella la maggior parte delle volte funziona male. I trasporti pubblici sono gestiti in maniera pessima ed i tranvieri non sono preparati per far salire e scendere una persona con disabilità. Più di una volta mi hanno lasciata a piedi perché non sapevano usare la pedana e non volevano prendersi la responsabilità. Insomma Olbia non è proprio una città che facilita la vita a un disabile.

Proviamo a ripercorrere una tua giornata-tipo e vediamo di capire quanti e quali problemi devi fronteggiare quotidianamente? Le racconto una giornata in particolare per renderle l’idea. Era un giorno d’estate e mi sono recata all’ospedale vecchio per sbrigare delle incombenze, cerco un parcheggio per i disabili e ovviamente li trovo tutti occupati. Chiedo dunque ad una signora di controllare se in tutte le macchine ci fosse il tagliando. La signora gentilmente dà un’occhiata nei vari parabrezza e mi conferma che nessuna aveva il tagliando. Decido dunque di parcheggiare la macchina a tappo, lungo i parcheggi occupati dai cafoni e vado a fare le mie commissioni. Al mio ritorno mi accorgo che uno dei signori ai quali avevo bloccato la macchina stava cercando di fare una manovra azzardata per uscire, mi avvicino al buon uomo e gli faccio notare l’abuso di aver messo l’auto nel parcheggio dei disabili per chi, come lui, disabile non è.
Non solo mi ha pesantemente insultata, ma mi ha anche detto che lui aveva posteggiato sulle zebrature e non nel parcheggio vero e proprio. Lo guardo e lascio correre, alla fine magari di quel parcheggio ne aveva più necessità di me. Prima di tornare a casa vado a fare la spesa. All’arrivo al supermercato scopro che i parcheggi per i disabili erano misteriosamente spariti, decido allora di occupare un parcheggio normale. Espongo bello in vista il tagliando, con la speranza che nessuno decida di attaccarsi troppo alla mia portiera, ed entro. Come al solito non ci sono carrelli appositi per i diversamente abili, dunque afferro il cestello piccolo, lo poggio sulle gambe, e proseguo con i miei acquisti. All’improvviso il cestello pieno mi cade per terra davanti ad un signore che non solo s’infastidisce perché la mia spesa gli è cascata tra i piedi, ma non mi aiuta neanche a raccogliere ciò che è sul pavimento. Ci penso io, raccatto tutto e vado alla cassa, pago e mi dirigo alla macchina. Prof., indovini un pochino dove hanno parcheggiato un’auto? Proprio vicino vicino alla portiera della mia. Rientro nel supermercato, con la spesa addosso, e chiedo gentilmente ad un signore di spostarmi la macchina. Finalmente posso tornare a casa mia.

Se dovessi fare un bilancio fino ad ora, nella gente ti è capitato di trovare più umanità, insensibilità o indifferenza? La gente prof. è tutta strana, ormai. Un tempo avrei detto che la maggior parte era tutta insensibile, col tempo ho capito che non è né indifferenza, né insensibilità. E’ semplicemente paura. Il disabile è ancora visto come un problema perché nel disabile ci sono tutte le più grandi paure dell’uomo. Perché tutti pensano che una volta così non si possa più vivere. Secondo me se la società cambiasse opinione sulla disabilità in generale le cose andrebbero sicuramente meglio.

Dopo 7 anni dall’incidente, a fine settembre, è stata fissata la data dell’udienza per omissione di soccorso del ragazzo che ti ha investita. Quel giorno, mentre andavi in tribunale, il tuo avvocato ti ha chiamata per dirti che c’era stato l’ennesimo rinvio, col rischio che andasse tutto in prescrizione. Ci sono stati dei momenti nei quali hai perso la voglia di lottare? In cui hai pensato “basta, sono stanca. Fate quello che volete, mi arrendo”? Devo dire che quel giorno sono entrata nello sconforto più totale, ho pensato che non fosse giusto giocare così con la vita delle persone. Non ho mai pensato realmente di arrendermi: non potrei mai farlo. Vorrebbe dire darla vinta a tutti quelli che pensano che le persone disabili siano deboli. Io, sin da quando ho preso coscienza del mio problema, ho deciso che sarei stata pronta a lottare per i miei diritti.

A fine novembre, finalmente, la prima udienza. Com’è stata quella giornata? Ti ha dato la speranza di poter finalmente vederti riconosciuta come individuo che ha subito un danno e non come una pratica da archiviare? Il giorno del processo, prof, io mi sono sentita libera. Ho dato una voce a quelle pagine scritte, ho potuto guardare negli occhi chiunque presente in quella stanza e dirgli. – io esisto, eccomi qua, mi chiamo Valentina Soro e questa è la mia storia. – Devo dirle anche un’altra cosa importante, ho capito dopo il processo che l’odio e il rancore logorano l’anima e che alla fine non mi cambierà la vita se lo condanneranno o meno. Dopo il processo ho perdonato tutti: chi mi ha investito, l’avvocato della controparte ma, soprattutto, prof ho perdonato me stessa per essermi fatta male per tutti questi anni odiando e tramando vendetta.

C’è un rimprovero che senti di voler gridare al mondo? Oppure un consiglio che le persone dovrebbero tenere a mente quando incontrano un disabile? Vorrei dire al mondo che il diverso non è sempre sbagliato e che la paura che genera la diversità si può combattere. Basterebbe soltanto riconoscere che i disabili esistono, che hanno il diritto di vivere la loro vita al meglio, come chiunque altro, lontano dalla pietà delle persone. Vorrei raccomandare qualcosa anche a quei disabili che non hanno il coraggio di alzare la voce. Vorrei ricordare loro che è importante che tutti abbiano gli stessi diritti e che ne varrà sempre la pena, in un modo o nell’altro. Io ho accettato la mia vita, dopo un lungo percorso ad ostacoli e in salita, grazie alla mia psicologa, alla mia famiglia e le mie amiche. Io oggi mi guardo allo specchio e sono finalmente fiera di chi sono. Sono Valentina, sono disabile, ma sono anche un milione di altre cose.

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