“VI RACCONTO IL TEATRO, LA MIA VITA”: IL VIAGGIO DI LAURA PAZZOLA, DA CAGLIARI A PARMA. FINO A PARIGI

Laura Pazzola

di Giovanni Runchina

«Il nostro è un mestiere fatto d’incontri, un’arte del fare che ha il potere di abbassare le frontiere tra le persone». Laura Pazzola è autrice, attrice e regista teatrale. Trentacinque anni, laurea in Beni Culturali, l’artista cagliaritana ha già accumulato molte esperienze nello zaino della sua carriera. Dal 2008 a Parigi, Oltralpe si è diplomata all’École Internationale de Théâtre Jacques Lecoq – due anni di corso con ben tre selezioni, età minima richiesta 22 anni e precedenti esperienze lavorative almeno biennali «un viaggio memorabile nel corso del quale si attraversano tutti i territori drammatici e si lavora a tempo pieno alla creazione» – e ha seguito una formazione professionale sulla creazione e la scrittura della Magie Nouvelle al CNAC (Centro Nazionale delle Arti del Circo) di Châlons-en-Champagne.

Scelta, quella di frequentare una scuola «non un obbligo ma è comunque elemento importante per la formazione», maturata dopo cinque anni in Emilia Romagna nella compagnia Cà luogo d’arte di Parma. «Era il 2003, mi sono trasferita senza grandi addii e con una valigia minuscola. Non mi ponevo domande sulla data di ritorno, l’unico pensiero era lo spettacolo da farsi. Con questo spirito, ho lavorato sino al 2008 sotto la direzione di Maurizio Bercini, regista, tra i fondatori del Teatro delle Briciole di Parma. Nella Bassa emiliana, in una cascina in campagna dove al posto della stalla si trova un teatro, tra nebbia e profumo di cirmolo, ho imparato il nobile mestiere di burattinaia, mosso i primi passi come aiuto scenografa, e recitato tanto – in Italia e talvolta in Francia – nelle fattorie, dentro acquedotti e sotto i campanili».

Il biennio alla Jacques Lecoq lo inquadra così: «L’ho scelta perché si basa su una pedagogia forte. È una scuola internazionale, vi arrivano attori da tutte le parti del mondo. Si lavora nel confronto tra culture e abitudini teatrali diverse, è come una miccia di creatività».

Impegnata in questi mesi all’Enacr, la scuola Nazionale delle arti del circo di Rosny-sous-Bois, Laura insegna recitazione agli artisti circensi, accompagnandoli nella creazione dei loro numeri. «Credo che per un attore sia importante confrontarsi con la pedagogia e io mi diverto molto nel farlo. Quest’inverno mi aspettano una piccola tournée europea e delle date di Figurines, l’ultimo spettacolo che ho scritto, sull’importanza dello sguardo nella società d’oggi e sul desiderio di scoperta proprio all’infanzia. Mi sono ispirata alle “Immagini d’Épinal”, antiche stampe antenate dei fumetti odierni e patrimonio della storia dell’arte popolare francese».

Vulcanica ed energica, racconta la passione per ciò che fa: «Non ricordo di aver voluto far altro nella vita se non teatro. Sono cresciuta nel rispetto e nella fascinazione verso quest’arte. Oggi potrei cambiare ma non rinnegherei la mia vita e anche se decidessi di studiare l’origine dei pinguini, li vedrei con uno splendido smoking mentre entrano in scena dalla quinta nevosa in fondo a sinistra». E per come lo fa: «Raramente lavoro da sola, credo nella forza del gruppo. Faccio parte di due compagnie: una si chiama 38 cit, collettivo internazionale di tanti artisti provenienti da tutto il mondo; l’altra è l’AlambicFabrique de Théâtre, composta da 4 donne che ha sede nelle Vosgi. Cerco di difendere l’idea di un teatro popolare che si rivolga a tutti. Quando è possibile, creo “eventi speciali”, progetti culturali finalizzati alla creazione di spettacoli che coinvolgano un’intera collettività. Si tratta di vivere in un luogo e di realizzare alla fine una grande rappresentazione in cui recitino, o collaborino alla messa in opera, tutti gli abitanti. Queste manifestazioni sono occasione di reale scambio tra le persone, si trasformano in feste inconsuete e importanti poiché tutti ne sono gli artefici».

Incontro, quello col teatro, che nelle sue parole è stato creato dal destino in quell’alchimia tra spazio, tempo e persone mai facile da mettere a fuoco. «Per me, nulla avviene per caso. Oggi ho l’impressione di essere come scivolata nel mio destino. Il mio migliore amico m’invitò ad assistere a una replica di una sua recita; tornai a casa entusiasta, poco dopo entrai a far parte di quella compagnia, in modo naturale. Verso i diciotto anni poi ho capito che si trattava di autentica passione. Ho iniziato a seguire stage e corsi di teatro promossi dall’associazione Carpediem in occasione del Festival Cantiere di lavoro teatrale di Montevecchio. Tra le miniere abbandonate ho deciso di farne il mio mestiere. Devo molto alle persone che mi hanno accompagnato in quegli anni».

In Francia ha trovato, per ora, l’equilibrio ideale tra prospettive artistiche e tranquillità economica: «Qui il nostro lavoro – racconta – è tutelato da uno statuto speciale detto a intermittenza, che ci assiste nei momenti di disoccupazione. Elemento impensabile in altri paesi. Altro fattore importante è una vera apertura ai giovani. In Francia l’età non incide mai sulla remunerazione o sulle relazioni lavorative. Se ci si rimbocca le maniche, si può ancora fare dignitosamente il nostro mestiere e questo non è sempre possibile in Italia. Mi piacerebbe tornare, come molti migranti sento il richiamo della Sardegna; confesso di avere sempre con me nel mio zaino un sacchetto di fiori secchi di elicriso. Di tanto in tanto lo metto discretamente sotto il naso e ci gioco con le dita che ne mantengono il profumo. So che farò ritorno un giorno o l’altro, ma oggi vivo il mio presente senza rimpianti. Ho scelto di stare all’estero e viaggiare fa parte della mia natura. A chi vuole fare teatro, consiglio una cosa su tutte, porsi domande che sono importanti perché ci aiutano a preservare lo stupore indispensabile per fare questo mestiere al meglio e per resistere quando la strada professionale diventa faticosa».

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