MORIRE AFFOGATI O SOTTO LE BOMBE: CHI SALVERA’ I BAMBINI SIRIANI? CAPIRE UNA GUERRA SIGNIFICA IMMEDESIMARSI IN UNA MADRE


di Claudia Sarritzu

Per saper raccontare una guerra in modo onesto: devi studiare, devi confrontare fonti, devi ascoltare tutte le parti. Devi distinguere i fronti, sapere la geografia, guardare almeno una volta le armi utilizzate, le divise dei soldati, la forma degli aerei da guerra. Poi, una volta che conosci almeno il motivo ufficiale (e spesso intuisci anche quello reale, anche se non hai prove) del conflitto, devi soffermarti sugli uomini e le donne che combattono. Su quanto sono capaci di odiare, di uccidere e continuare a dormire sogni tranquilli.

Ma anche così non avrai davvero imparato la guerra. Per sentirne il boato, anche a migliaia di chilometri di distanza, devi percepire sulla pelle la paura, lo sconforto, la solitudine dei civili, i crampi per la fame. Ma forse per dire: ho capito cosa è una guerra, devi saperti immedesimare in una madre. E’ l’unica parte della vita che una donna può fare sua anche se non ha avuto figli. Abbiamo tutte lo stesso ventre, anche chi ha scelto di non moltiplicarsi, di non trasformare mai il suo corpo, anche chi è nata sterile, costretta magari malvolentieri a cercare il suo senso aldilà di quella tappa che, spesso, molte di noi danno per scontata.

In queste settimane terribili, mentre la guerra in Siria si è intensificata, abbiamo informato quotidianamente delle conseguenze di queste “bombe Occidentali”. Abbiamo visto bambini dilaniati, smontati come bambolotti rotti. Abbiamo evitato di pubblicarle queste immagini, per un motivo molto chiaro: ci si abitua a tutto purtroppo, anche all’inferno, alla mostruosità degli effetti di una guerra sui corpi dei bambini. Non volevamo che i nostri lettori, anche i più sensibili, si abituassero all’orrore. Anche noi, che siamo spesso costretti a vederle, ogni volta che ci scontriamo con queste immagini, cerchiamo di restare umani, come ci avrebbe consigliato Vittorio Arrigoni. Voglio continuare ad avere paura e nausea di fronte alla violenza, voglio non considerare ciò che accade normale. La normalità non può essere un bambino ucciso nella sua terra, perché chi dice di voler salvare il suo Paese sbaglia, e invece che colpire i boia dell’Isis, ammazza il futuro di quella nazione straziata. Poi ci sono i bambini intatti che galleggiano come dormienti sul Mediterraneo. Le loro immagini sono più accessibili e infatti dopo Aylan non ci fanno più paura, ci rattristano qualche istante, poi torniamo a non vederli. Ed ecco che io ho trovato un modo per non ammalarmi di indifferenze. Forse è l’orologio biologico, chi lo sa? Ma a 29 anni a un figlio inizi a pensarci sul serio. Così, quando l’abitudine cerca di impadronirsi della mia umanità, penso di essere una madre siriana che di fronte a se ha solo due scelte: restare nella sua casa ad aspettare che l’Isis o i raid russi o americani o francesi uccidano le mie creature, e quindi (anche se mi dovessi salvare) spazzino via anche me che senza di loro non immaginerei più un solo giorno della mia vita. Oppure: fuggire, scappare, tentare di continuare a vivere attraversando il mare, rischiando di vedere i miei bambini annegare e non aver neppure una sepoltura, diventare numero in quella fossa comune che si chiama Mediterraneo. Ecco perché continuiamo a raccontare quanti bambini muoiono nei conflitti, ecco perché non postiamo foto strazianti, più del dovuto dovere di cronaca. Per salvare le nostre anime dalla banalità del male. Resta una domanda, che è più un urlo di rabbia e di dolore, che parte dalle viscere, da quello stesso ventre ancora asciutto: chi salverà questi bambini? Che hanno la sola colpa di commuoverci meno perché non sono europei o americani?

Nella mia Sardegna la morte di un figlio la immaginiamo attraverso la statua “La madre dell’ucciso” dell’artista Francesco Ciusa. Nella mia Sardegna, a Domusnovas, molte di quelle bombe le produciamo e vendiamo a chi ammazza quei bambini e con loro un’intera generazione.

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