AL “NONOSTANTE MARRAS” L’INCANTO DELLA SARDEGNA E DEI SUOI ARTISTI: TAPPA A MILANO PER “LE FAVOLE INIZIANO A CABRAS” DEL REGISTA RAFFAELLO FUSARO


di Mariella Cortès

Ci sono favole che iniziano in un tempo passato, in luoghi lontani e irraggiungibili, quasi epici. In Sardegna no. Nella nostra Isola le ambientazioni delle fiabe non oltrepassano il mare e sono senza tempo: potrebbero essere accadute cento anni fa come l’altro ieri. Non ha importanza il dove e il quando ma il senso ultimo di una contemporaneità che ci accarezza, che convive con noi, insieme ai suoi personaggi, soprattutto quelli dotati di un dono o un carisma unico che, come in una favola, raccontano la loro idea del mondo, il loro trascorso e il fluire nel tempo. È meraviglioso pensare che a cogliere questo aspetto, con rara sensibilità, sia stato un regista pugliese, Raffaello Fusaro con “Le favole iniziano a Cabras”. Il primo lungometraggio del noto regista è stato proiettato ieri davanti alla platea del Nonostante Marras, lo showroom milanese dello stilista Antonio Marras, dopo una lunga tournee sarda. Immersa tra la monumentale fontana e le sculture realizzate da Marras con i designer nuoresi Bam, in un contesto da fiaba con un nuovo allestimento, dedicato alla stagione invernale e alle prossime feste, impreziosito dal tocco del flower designer algherese Tonino Serra,  la proiezione del documentario ha coinvolto e trascinato i tantissimi presenti nella magia che fa della Sardegna una terra unica.  Mentre leggete questo articolo, sarà New York ad accogliere il film. Un lavoro che emoziona, quello di Fusaro, sotto vari punti di vista. E’ un documentario ma anche una metafora di vita, in un viaggio nella magia della Sardegna. Come una favola, ha i contorni sfumati, i passaggi da una testimonianza all’altra non sono mai netti ma accompagnati dalle melodie della natura, dai verbi sospesi della poetessa Lidia Murgia, da suoni arcaici e contemporanei, da voci mai manifestate nella loro quotidianità ma con esperimenti vocali come quelli di Gavino Murgia che riportano a un’idea di ancestralità o in ninna nanne sospirate, sulla musica di “No potho reposare”, e in quelle note, come il vento che scompiglia i capelli, firmate Paolo Fresu. La musica del mare, attraverso il racconto del navigatore Gaetano Mura e lo scalpitio delle fiamme, i murales e i pozzi sacri e, anche, le cave di marmo che diventano anfiteatri onirici, accompagnano una narrazione non semplice con diversi picchi di intensità. 10  voci e sguardi d’artisti, seguono la corsa degli scalzi di Cabras che apre e chiude il film. Questa onda bianchissima, nella sua ritualità, diviene metafora di vita. Partire per poi tornare, senza sentire la stanchezza. Per riniziare da zero o creare seconde possibilità o per, attraverso una parte di se’, avviare un nuovo percorso. Antonio Marras, apre le porte della sua casa di Alghero, partendo dalla prima collezione “Piano piano dolce Carlotta” e da quegli abiti facenti parte del meraviglioso guardaroba dello zio, rientrato dall’America, che narravano ancora di emigrazione e contaminazioni tra culture. Perché, in fondo, come dice lo stilista nel lungometraggio, siamo frutto delle incrostazioni dei popoli che ci hanno preceduto e c’è un Ulisse, dentro di noi, che non vede il mare come limite ma come mezzo per andare altrove. Ecco, in Marras, i pomeriggi dell’adolescenza passati al cinema di Alghero e le  lunghissime telefonate con Laura Betti, le sfilate che hanno radici profonde, che vivono di ricordi e storie, come quella – alla quale ha recentemente dedicato la collezione uomo-, del grande artista Costantino Nivola, apostrofato dalle vicine di casa sarde come “ricco e famoso” e riassunto dalla madre come “Mischino, costretto a vivere in terra straniera!”. E poi, c’è lei, Maria Lai, la fata dell’arte che lo stregò con la forza della semplicità, insegnandogli “a guardare le cose, rispettarle e saper aspettare”, raccontata nei commoventi ricordi custoditi in quella che Marras chiama “La casetta di Maria”.  Dall’Alghero di Marras alla Sassari del regista Antonello Grimaldi e del Theatre en vole con una riflessione profonda su quell’idea che ha attraversato il mare per poter essere raccontata e trasmessa anche quando si ha la conferma che vita è dura, come dicono i solchi sul bellissimo viso di un’anziana che ripete a memoria l’incipit della Divina Commedia. C’è un mondo da raccontare nella sua verità e istinto come fa il fotografo dei rapaci, Domenico Ruiu, in maniera innovativa nei lavori dell’artista visivo Tonino Casula, nella scrittura di Marcello Fois o come Pinuccio Sciola, facendo raccontare alle sue pietre sonore la storia più antica, quella del “Mio tempo che non ha tempo” che inizia “quando non ero in tempo, quando il magma incandescente celava il mistero della mia formazione”. Perché partire e perche tornare, allora? Perché, alla fine, si torna sempre per far risuonare quell’anima profonda che caratterizza ognuno di noi. E, allora, lasciamo che sia la Terra Madre che accoglie, vede partire e far ritorno attraverso le onde del suo mare a far da incantevole scenario alle visioni di chi vive d’arte, costruendo mondi fantastici e onirici, senza tempo, ma partendo sempre da una riflessione profonda sull’uomo nel suo fluire, incessante, nel tempo. 

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