LUCI E OMBRE SULLA MOBILITÀ DEI LAVORATORI EUROPEI: E I SARDI DOVE VANNO … SE IL LAVORO NON CE L’HANNO?

nella foto di Elisa Sodde del convegno di Trento da sinistra: Maurizio Tomasi, Francesca Mazzuzi e in piedi Silvia Aru

di Elisa Sodde – Vice Presidente Vicario del CEDISE

Emigranti a metà. Frontiere permeabili e mobilità dei lavoratori. Questo il titolo del Convegno internazionale tenutosi il 23 e 24 ottobre scorsi sulle complesse tematiche del lavoro in Europa, curato anche quest’anno – a nome delle associazioni aderenti all’UNAIE (Unione Nazionale Associazioni Immigrazione Emigrazione) e dei movimenti europei per il dialogo sociale iscritti all’EZA (Europäisches Zentrum für Arbeitnehmerfragen – Centro Europeo per le questioni sul lavoro) – dall’Associazione Trentini nel Mondo Onlus, con il contributo finanziario della Commissione Europea.

Al tavolo dei relatori si sono succeduti undici vivaci personalità italiane e straniere che, come al solito, si sono confrontate in  modo molto proficuo col numeroso pubblico intervenuto, proveniente da 12 diverse nazioni, in rappresentanza di una ventina di associazioni di italiani nel mondo.

Dopo un excursus storico-metodologico sul concetto di frontiera e il suo significato, i temi trattati hanno spaziato dall’evoluzione delle frontiere intra-europee, alla distribuzione e alle caratteristiche dei lavoratori frontalieri in Europa; dall’esperienza dei lavoratori che giornalmente attraversano il confine per recarsi al lavoro nello stato confinante, alle nuove forme di mobilità; dai diritti di tale particolare categoria di lavoratori, ai partenariati sindacali interregionali europei. Fra i casi significativi di frontalierato in Europa, si sono analizzati nello specifico quelli relativi a Italia-Svizzera, Bulgaria-Grecia e Ungheria-Austria, a cui si sono poi aggiunte delle testimonianze di lavoratori frontalieri che hanno esposto, in modo ancor più diretto, luci ed ombre di questi rapporti lavorativi a cavallo delle frontiere fra gli stati confinanti.

Fra i relatori dell’annuale Convegno Eza-Unaie anche Silvia Aru e Francesca Mazzuzi del CEDISE (Centro Europeo Diffusione Informazione Sardegna Estero) con un intervento dal titolo Superare le frontiere della crisi. L’indagine Cedise sulle nuove mobilità dalla Sardegna.

Nell’immaginario collettivo dei sardi, la frontiera presenta una doppia valenza (fisica e forse anche simbolica): la prima, quella del mare che delimita le coste dell’isola; la seconda, quella più ampia, dei veri e propri confini dell’intero territorio italiano. Molti sardi, infatti, si definiscono “emigrati” non appena varcano il Tirreno per andare a risiedere definitivamente in un’altra regione italiana. In questo duplice senso di confini e frontiere si è trattato delle migrazioni dei sardi.

Le due ricercatrici hanno esposto, con dovizia di particolari, le prime tappe dell’inchiesta che stanno curando per il Centro studi, attraverso l’analisi delle risultanze di un questionario rivolto online ai sardi che, dalla fine degli anni ’70 in poi (con un’attenzione particolare alle partenze degli ultimi lustri), hanno lasciato l’isola a favore di un’altra meta italiana o estera, alla ricerca di un lavoro.

In effetti, anche nell’analisi proposta nel suo ultimo libro Ascesa e declino. Storia economica d’Italia (Il Mulino, 2015) dal professor Emanuele Felice (ex “cervello in fuga” appena rientrato in Italia per insegnare Economia Applicata all’Università di Pescara), si individua negli anni ’70 del secolo scorso uno spartiacque importante in cui si è registrata l’incapacità dell’azione politica nel saper adeguare l’economia e le istituzioni al passo veloce dell’innovazione e della competizione internazionale, ponendo così le basi delle principali ragioni dell’attuale crisi italiana.

Portandoci ai dati più recenti, si nota che un cospicuo numero dei rispondenti al questionario Cedise ha lasciato la Sardegna negli ultimi vent’anni, tra il 1996 e il 2015, in particolare dal 2008 in poi. La gran parte di essi ha un livello di istruzione medio-alto; il numero di coloro in possesso della laurea o di un titolo post-laurea aumenta a partire dal 2002 e, dal 2008 la presenza femminile supera quella maschile. Dato, questo, in linea con la maggiore presenza femminile fra i laureati italiani: nel 2014, infatti, tale percentuale a livello nazionale è del 60% e sale, addirittura, al 64% per la sola regione Sardegna.

Al momento, dai dati dell’indagine, emerge che un terzo dei rispondenti è domiciliato in altre regioni italiane (segnatamente quelle del centro-nord), mentre i due terzi del campione si trova all’estero. In ordine di espressione di preferenza, le motivazioni alla base della partenza dalla Sardegna sono risultate: il bisogno di fare un’esperienza formativa (studio, formazione professionale, volontariato); le varie problematiche afferenti al lavoro (disoccupazione, bassa remunerazione, trasferimenti, licenziamenti, ecc.); il miglioramento del proprio tenore di vita; il puro spirito d’avventura; il senso d’insofferenza (per l’ambiente familiare, per l’insularità, per l’Italia); la necessità/volontà di raggiungere familiari o amici.

L’età del campione è compresa tra i 19 e i 62 anni. La fascia d’età maggiormente rappresentata è quella dei 35-44 anni, alla quale segue quella tra i 25 e i 34 anni. Mentre, se si prende come riferimento il dato dell’età al momento della partenza, quella più rappresentata risulta essere soprattutto la fascia che va dai 25 ai 34 anni, seguita da quella inferiore ai 24.

Anche il professor Enrico Moretti, docente all’Università di Berkeley, autore del celebre testo La nuova geografia del lavoro, uscito nel 2012 negli USA e subito diventato un importante punto di riferimento nel dibattito economico americano, spiega che ‹‹i giovani italiani nati dopo il 1970 affrontano uno dei mercati del lavoro più difficili, e non è certo tutta colpa loro. Tuttavia hanno una delle più basse mobilità geografiche nella storia d’Italia (…)›› e poi aggiunge che ‹‹La mobilità “paga”, spostarsi rende›› perché se si rimane in un’area ad alta disoccupazione, le opportunità sono inferiori. Consiglia, infatti, ai giovani di investire i primi due o tre anni della propria carriera all’estero. ‹‹L’esperienza all’estero non è una fuga irreversibile, i flussi di andata e ritorno sono diffusi. (…). È come aggiungere un altro pezzo di scolarità, ed è più facile farlo a 20 anziché a 40 anni[1]››.

Nell’indagine Cedise, infatti, dal raffronto fra la condizione occupazionale precedente alla partenza e quella successiva al trasferimento nel Nord Italia o in un paese straniero, i dati che emergono sembrerebbero molto positivi ed incoraggianti (per chi decide d’intraprendere questa scelta). La cifra relativa alla “categoria studenti” decresce sensibilmente dal 33,1% al 4,5%, a favore della categoria degli “Occupati” che sale vertiginosamente dal 26% al 69,5%; mentre, il dato comparato relativo alla situazione di disoccupazione prima e dopo la partenza, passa dal 34,4% al 9,1%. Una parte dei rispondenti al questionario, una percentuale attorno al 5%, non ha compilato questo campo o ha risposto “altro”.

Come già anticipato in modo più preciso nel precedente articolo apparso su queste colonne[2], quasi il 50% dei rispondenti al questionario desidera restare nel luogo in cui si trova attualmente; oltre il 25% pensa di trasferirsi altrove; mentre circa il 21% tornerebbe in Sardegna.

Altre recenti ricerche confermano che oltre il 60% dei giovani italiani tra i 18 e i 34 anni sarebbe disposto a espatriare (in Australia, Stati Uniti, Regno Unito) per cercare un lavoro adeguato alle proprie esigenze. Anche in Sardegna, dove il mercato del lavoro risulta incapace di assorbire ulteriormente le competenze elevate (anche dopo il progetto regionale del c.d. “Master and Back”), si registra un aumento della propensione alla partenza verso l’estero, in particolare dei giovani altamente qualificati[3].

Il venir meno di questa categoria di popolazione deve essere considerata in relazione ad altri fattori, che nell’isola si manifestano in maniera più acuta rispetto alla gran parte delle regioni italiane: il progressivo arresto della crescita demografica, l’invecchiamento della popolazione, l’aumento generale della disoccupazione, la progressiva diminuzione delle immatricolazioni universitarie e l’aumento degli abbandoni degli studi (anche come reazione alla crisi). ‹‹Questa condizione  – sottolinea Francesca Mazzuzi – può senza dubbio sfociare in una pericolosa perdita di capitale umano qualificato e in gravi mancanze di opportunità di crescita, sviluppo e innovazione per la Sardegna››.

Il CEDISE lancia, dunque, un appello ai sardi sparsi nel mondo, giovani e meno giovani, affinché facciano conoscere, attraverso il nostro Centro Studi, i loro progetti di migrazione insieme alle loro esperienze di vita; le caratteristiche culturali, storiche ed artistiche che portano con loro quando lasciano l’Isola o che vengono più o meno apprezzate all’estero, ma anche quelle che incontrano nei loro viaggi formativi o definitivi trasferimenti; le problematiche che si trovano ad affrontare per l’inserimento in un nuovo e diverso contesto territoriale e sociale; le specificità, curiosità e insegnamenti che traggono dall’incontro di nuove normative, regole, abitudini di vita, nei paesi che scelgono come loro nuova residenza.

Chi avesse piacere di accogliere il nostro invito, può accedere al questionario attraverso la pagina del sito che presenta la ricerca: http://www.cedise.net/it/ricerca-sardi-nel-mondo/

oppure direttamente al link relativo all’indagine:

http://www.indaginesardinelmondo.it/sondaggio/index.php/192171/lang-it


[1] Cfr. Federico Rampini, Talent Economy. Il nuovo lavoro nasce solo dove ci sono le idee, in La Repubblica del  5 dicembre 2012.

[3] Banca d’Italia, L’economia della Sardegna. Rapporto annuale, in Economie Regionali, n.20/2015,. Iris, Secondo rapporto di valutazione del Programma Master & Back, Prato, 2015.

3 risposte a “LUCI E OMBRE SULLA MOBILITÀ DEI LAVORATORI EUROPEI: E I SARDI DOVE VANNO … SE IL LAVORO NON CE L’HANNO?”

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