UNA VALIGIA PIENA DI SALE: DALLA SARDEGNA A PROCIDA, PER VIVERE DA “FORESTIERO”

Procida

di Leonardo Mureddu

Come molti sardi vengo da una famiglia un po’ chiusa, legata alle tradizioni locali. Mia nonna apparteneva a quella generazione di donne sagge che trovavano naturale tirare il collo a una gallina che fino al giorno prima avevano chiamato per nome, e la stessa gallina sembrava tutto sommato accettare questo suo destino.

Poi ci fu la guerra, seguita dal bisogno di ricostruire, di normalizzare. Molti emigrarono, altri prendevano il lavoro che trovavano. Mio padre vinse un concorso come contabile nell’amministrazione carceraria. Accettò il posto “provvisoriamente”, in attesa di meglio, ma poi mise su una famiglia di sei figli e lo tenne per tutta la vita.

Quell’impiego governativo comportava trasferimenti di sede: ecco perché a un certo punto ci imbarcammo sulla motonave “Città di Tripoli” che ci portava a Napoli, e da lì un piccolo vaporetto ci sbarcò a Procida. Erano gli anni ’50, avevo cinque anni allora. Andammo a vivere sul punto più alto dell’isola, la “Terra Murata” dove c’erano le carceri.

Molte sensazioni che provai allora mi accompagnarono per tutta la vita, e ancora sono presenti. Per esempio, che la terra di arrivo fosse una terra straniera, o meglio che noi fossimo degli stranieri in quella terra. Non fu certo la scuola a togliermi questa sensazione, malgrado almeno lì dentro si parlasse più o meno tutti l’italiano. Ricordo che il maestro mi trattava in modo differente dagli altri, e diceva esplicitamente “proprio tu che sei forestiero” per esortarmi, o “anche lui che è forestiero l’ha imparato” per esortare gli altri.

L’idea di integrarci con la popolazione locale non ci sfiorava neppure. Noi eravamo lì “provvisoriamente”. Anche se eravamo gli unici sardi presenti su quell’isola, facemmo subito comunità a parte, unici portatori delle nostre tradizioni che cercavamo di preservare dalle contaminazioni procidane. Mia madre non comprava volentieri pesci e ortaggi tipici di quella zona e diversi dai nostri, anche se venivano decantati da pescivendoli e ortolani, e cercava di cucinare secondo le ricette della sua famiglia.

Mio padre la ammirava molto per questo. Noi bambini legavamo poco con i bambini locali. Invece, devo dire, tra le famiglie del vicinato ce n’era una di siciliani: legammo con loro, che almeno avevano in comune con noi il fatto di essere forestieri. Nessun altro motivo: non certo la lingua o le ricette. Solo il fatto che fossimo delle minoranze, linguistiche e culturali.

E che avessimo le dispense piene delle nostre specialità, ognuno le sue. Loro con il loro caciocavallo, l’olio e i barattoli di conserve, noi con il nostro pecorino e il prosciutto di montagna, sottile e secco come il legno. Ricorderò sempre l’odore della nostra dispensa, fortissimo di pecorino stagionato, di pepe e di polvere insetticida, per tenere lontane le formiche. Ricordo i bambini di quella famiglia, tanti quanti noi e coetanei, e in particolare una biondina di cui mi innamorai perdutamente tanto da perdere la dignità.

C’era un’altra cosa che univa noi sardi a loro siciliani: il sale. Sardegna e Sicilia godevano di un regime di libertà nel commercio del sale, grazie alla produzione abbondante delle nostre saline e delle loro miniere. In Italia invece il sale era sotto monopolio, e si vendeva nei tabacchini. “Sali e Tabacchi” diceva l’insegna, e il prezzo era alto. Allora ogni viaggio di vacanza, ogni ritorno dai nostri parenti a Cagliari, si riattraversava il mare con una valigia carica di pacchetti di sale, di nascosto come contrabbandieri. Non per venderlo, certo! per usarlo noi tutto l’anno e per regalarlo agli amici e alle persone importanti, il Sindaco, il Direttore, il Maresciallo, il Parroco, che accettavano di buon grado.

E così, in pochissimi anni ho imparato a fare l’emigrante, ad appartenere a una minoranza linguistica e culturale, a solidarizzare con altre piccole comunità, a fare il contrabbando, tutto, nominalmente, senza uscire dall’Italia. Inoltre, prima dei dieci anni sapevo cos’era l’amore e soprattutto mi era chiaro che nessuno in Italia prende le leggi sul serio.

http://www.sardegnasoprattutto.com/

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