VIVERE A BUENOS AIRES: ANDREA PORCU RACCONTA COME LA SUA VITA SIA CAMBIATA IN UNA NOTTE CAGLIARITANA

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di Andrea Porcu

Ho incontrato Francesca una notte di fine gennaio, reduce da un piccolo viaggio con un amico tra le miniere di Montevecchio. Un giorno di sole, pace e solitudine finito nel buio di un locale della Marina cagliaritana.
Ricordo che non avevo voglia di uscire e che mi ci aveva quasi costretto il mio amico. E’ un dato che mi si e’ impresso nella memoria distintamente. Due lauree sulle spalle e dieci anni passati dentro un centro commerciale, in una libreria, a fare scontrini e a vendere libri e dischi opinabili. Piu’ che una libreria, un supermercato totale. Uno dei tanti non-luoghi del nostro tempo. Stipendio sicuro, garanzie sociali, ferie, viaggi e un binario ben oliato, con arrivi e partenze sicure. Dopo la seconda laurea, avevo deciso di mettere le cose a posto per l’ennesima volta e di addentrarmi con piu’ coraggio e lucidita’ in tematiche altamente appassionanti come graduatorie, iscrizioni, punteggi, supplenze, prime, seconde e terze fasce, ripescaggi, immatricolazioni e burocrazie varie. E sempre con questo spirito severo ho cominciato a spedire curriculum ai quattro lati del pianeta alle scuole italiane all’estero, ricevendo quasi sempre cortesi risposte negative. Ho provato anche con l’Arabia Saudita e le Filippine. Ero senza pretese. Giuro. Ma solo quella notte, dunque, in un locale buio e nascosto della via Barcellona, un inaspettato ordigno senza che ne avessi minimo sentore ha fatto saltare in aria il mio binario sicuro, lasciandolo a brani, in pezzi. Francesca lavorava a Buenos Aires ed era a Cagliari per le vacanze e sarebbe ripartita due giorni dopo. “Si si, stanno cercando una persona, fammi avere il tuo curriculum, mandamelo stanotte stesso!”. E cosi’, per tagliare corto, dopo due colloqui in rete con la direttrice della scuola in cui avrei lavorato, eccomi qua, appollaiato a un decimo piano, in uno degli altissimi palazzi che tentano l’assalto al cielo di Buenos Aires, con le luci della citta’ che sfavillano nella notte e con il ventre del palazzo che assorbe e trasfigura il rumore di fondo della Avenida Santa Fe, un nastro largo di asfalto, dritto come una freccia, che corre e finisce in quella che i bonaerensi chiamano Capital, cioe’ la Ciudad Autonoma, sede del governo federale. Tutto il resto e’ chiamato comunemente Provincia. I fili e i pali della corrente elettrica, i grattacieli, i murales e le strade larghissime e spaziose, sono la punteggiatura creativa e unica di questa metropoli tutta in piano, distesa come un mare possente. Quando ti capita di girarla in lungo e in largo, ti racconti questo fatto nella felicita? delle notti trascorse per locali o nelle passeggiate solitarie in sella a una bicicletta: ti racconti che ti sembra sempre tutta uguale e nello stesso tempo la vedi e la senti tutta diversa. Una maschera pirandelliana che gioca a non mostrarsi e a non scoprirsi troppo. Paradossi. Irriducibili paradossi nonostante le mille domande che il tuo occhio si pone per scioglierli. La scuola dove insegno e’ immersa nel verde, in un quartiere chiamato Olivos, una zona ricca, con alberi eleganti ai lati delle strade, silenziosa e disegnata da ville ordinate e costosissime. La struttura scolastica e’vecchia, un po’ fatiscente, quando piove – le poche volte in cui piove – suole allagarsi tutto il piano superiore. L’edificio mi appare ogni volta come una casa di punizione. Mi hanno riferito che tempo fa, cioe’ negli anni ’50, non era altro che una casa qualsiasi, simile a quelle che le stanno intorno, e successivamente riattata a scuola. Maldestramente, mi pare di capire. Sbarre e inferriate dappertutto, come capita di accorgersi in qualsiasi abitazione di Buenos Aires. E a volte, nei perimetri esterni, direttamente il filo elettrico, se la casa costa parecchio e il suo possessore ha molto da perdere. Dal cortile interno in cui giocano i bambini, l’edificio mi appare come una casa di punizione. Asfittica, poco gentile. Griglie di ferro verde che contrastano il mattone rosso stile inglese dei muri che la cingono. Dall’esterno stessa scena. Lastroni di ferro abbracciano i finestroni delle aule, ostacolando qualsiasi ipotesi predittiva. Solo il tumulto tipico, le bandiere che svettano da un edicola ricavata nel muro e il portone di ingresso rimandano al concetto e all’idea di scuola. Una delle prima volte in cui sono arrivato in Capital, cioe’ una delle prime volte che dal nord, dove abito, sono “partito” per il centro, ho realizzato il significato di metropoli sudamericana. Una vertigine improvvisa. Chiunque prenda un treno con destinazione finale Estacion Retiro vedra’ con i suoi occhi la grande Divisione, il Muro invisibile. Guardando distrattamente all’esterno sul lato sinistro, un chilometro prima del capannone gigantesco del capolinea, comincia a definirsi, catapecchia per catapecchia, non-finito per non-finito, la famigerata e sterminata Villa 31 (che qui tutti pronunciano “viscia treinta i uno”), uno dei tanti luoghi della miseria conficcati nel corpo cementificato di Buenos Aires. Impossibile entrarci da curiosi o da turisti. Solo gli occhi degli abitanti dei ricchissimi palazzi di Avenida Libertador che le si ergono superbamente di fronte e’ concesso questo voyeurismo rovesciato. Un chilometro, un misero chilometro separa questi due mondi inconciliabili. La miseria di strade fangose e illuminate da fioche luci di stalla e dall’altra nella loro fredda distanza intoccabile lenzuola di seta, fasti patrizi e marciapiedi scintillanti. A formare la nostra piccola comunita’ scolastica di insegnanti e di professori, oltre a numerosi colleghi italiani, e senza contare la mia amica-scintilla Francesca, c’e’ un’altra ragazza sarda, Cinzia. La nostra settimana comincia il lunedi’ e termina nelle brume senza appello del venerdi’, al cui cospetto celebriamo ogni volta intenzioni belliche di grandi uscite, grandi concerti e grandi bevute, sapendo bene che resteremo a casa, ad assaporare finalmente il silenzio e a bere magari un po’ di caffellatte prima di chiudere gli occhi pesti dalla stanchezza. Ma il sabato e? diverso. Allora la nostra piccola comunita’ accende i motori e va a divertirsi. Ogni volta una meta diversa, a distanza di taxi e di bus che prendiamo senza sosta. A volte vorremmo che non finissero mai la baldoria, la musica, le ragazze e le strade illuminate. Dovremmo solo badare di piu’ alle stelle che ci stanno sopra e che brillano lontane come piccoli fiammiferi accesi.
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16 risposte a “VIVERE A BUENOS AIRES: ANDREA PORCU RACCONTA COME LA SUA VITA SIA CAMBIATA IN UNA NOTTE CAGLIARITANA”

  1. Stai mettendo in banca un bagaglio esperienziale enorme..io so quanta volonta’,coraggio e determinazione ci voglia per vivere e lavorare lontano dalla propria terra…a presto fratello

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