PAOLO FRESU, BEBO FERRA, CORO TASIS E TANT’ALTRA SARDITA’ A PESARO: SA DIE DE SA FRATERNIDADE CON IL CIRCOLO “ELEONORA D’ARBOREA”

Bebo Ferra e Paolo Fresu

di Paola Cecchini

Il sardo “Sa Die de sa fraternidade” si traduce in “La Giornata della fratellanza”.  Sto parlando della festa promossa nel fine settimana (19 e 20 settembre) dall’Associazione Culturale “Eleonora d’Arborea” di Pesaro, unitamente a Comune, Amat, Fano Jazz Network (direzione artistica di Adriano Pedini).

L’Associazione  è nata nel 2009 per promuovere e divulgare i valori della sardità, tenere vivo l’interesse per la cultura, l’arte, la storia e la tradizione della Sardegna ed  interagire  con altri popoli ed in particolare con la popolazione locale, con la quale i sardi intrattengono ottimi rapporti sin dagli anni ’30 del secolo scorso.

Infatti,  durante il Ventennio, a seguito dei problemi esistenti presso le miniere di zolfo di Perticara (Pu), Ca’Bernardi e Bellisio Solfare (An), numerosi minatori delle nostre zone si trasferirono nel Sulcis (assieme ad abruzzesi, lucani e siciliani) a popolare il grosso centro minerario di Carbonia (1938), per dar vita al sogno di Mussolini che voleva realizzare nel luogo una sorta di “Ruhr italiana”: dalla provincia di Pesaro partirono in 355.

Di converso, a seguito delle molteplici affinità riscontrate tra marchigiani e sardi (forte senso della famiglia, impegno e dedizione al lavoro, riservatezza, correttezza e onestà nei rapporti interpersonali), molti sardi si trasferirono nella nostra provincia (Montefeltro ed Urbinate in particolare) attorno agli Anni Sessanta: almeno all’inizio fu un’emigrazione prevalentemente pastorale che sostituì nelle campagne abbandonate, agricoltori ed allevatori locali che inseguivano maggior benessere ed un più soddisfacente status sociale.

La comunità agro-pastorale sarda è divenuta col tempo molto numerosa ed esercita attività intensa e proficua di allevamento (oltre 22.000 tra ovini e caprini, moltissimi bovini, suini ed equini) con una produzione annua superiore a 50.000 ettolitri di latte, alla cui lavorazione e trasformazione in prodotti caseari provvedono una ventina di aziende a carattere familiare, con notevole incidenza sull’economia e l’occupazione locali.

Le cronache raccontano che Pietro Delà fu il primo, nel 1960, a trasferire il proprio gregge da Bitti (Nu) alle campagne di Monteciccardo, organizzando un’azienda familiare tuttora punto di riferimento nel settore. I sardi operano conservando la loro forte ed indiscussa identità (la produzione tipica è molto apprezzata sul mercato), rispettando e integrandosi nella tradizione locale, come avvenuto per la casciotta di Urbino, recuperata, valorizzata e divenuta DOP anche con il loro contribuito.

La denominazione “Eleonora d’Arborea” è stata scelta dall’assemblea dei soci del 22 novembre 2009, per onorare le gesta eroiche e la straordinaria saggezza di Eleonora, regina sarda del Giudicato di Arborea dal 1383 al 1403”, mi racconta Luigi Lilliu, presidente dell’Associazione. Eleonora (Molins de Rei, 1340- Oristano, 1403) è tuttora molto apprezzata dai sardi per essere stata l’ultima regnante indigena della Sardegna ad aver protetto il trono più a lungo di altri dagli attacchi stranieri ed aver promulgato la Carta de Logu, considerata uno dei primi esempi di costituzione al mondo. La Carta conteneva norme civili, penali e amministrative assolutamente innovative rispetto alle consuetudini dell’epoca, introducendo i fondamentali diritti di tutela dell’infanzia e della donna e sancendo l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge: rimase in vigore per secoli, fino alla sostituzione col codice di Carlo Felice di Savoia (il 16 aprile 1827), ormai alle soglie del Risorgimento.

La festa ha racchiuso la S. Messa in Cattedrale, allietata dai canti liturgici in lingua sarda del Coro polifonico Tasis di Isili, molto apprezzati da tutti. Un buffet a base di olive, pecorino, prosciutto di Talana, casizolu, salumi di Irgoli, oltre all’immancabile pane Carasau, ha preceduto nel cortile di Rocca Costanza, il pranzo sociale a base di malloreddus, porcheddu e seadas ed annaffiato da vini biologici vari.

Il pezzo forte della festa, però, si é svolto la sera del sabato, con il concerto di Paolo Fresu (tromba, flicorno, live electronics) e Bebo Ferra (chitarra).

E’ ancora grande l’eco dell’evento realizzato da Fresu a L’Aquila il 6 settembre scorso, allorché oltre 600 musicisti (tutti coinvolti a titolo gratuito), decine di palchi allestiti in altrettante location, un centinaio di concerti (dalle 12 fino a mezzanotte e oltre) hanno fatto de L’Aquila e del suo centro storico, almeno per un giorno, la capitale del jazz tricolore. E’ stato un evento epocale, irripetibile, probabilmente il più alto mai vissuto dal jazz italiano ed uno dei più importanti nella storia della musica italiana. A Pesaro i due musicisti hanno suonato quella che Fresu definisce “musica melange”: si tratta di jazz meticciato con altri linguaggi, carico di una straordinaria energia dinamica.

Fresu (Berchidda, 1961) gioca e punta tutto sui dialoghi: punta la tromba e il flicorno verso Ferra (Cagliari, 1962) e intreccia un fitto duetto, fatto di domanda e risposta, uscendo dal più classico cliché della figurazione del duo, in maniera decisamente sorprendente.

Grazie al suono del flicorno, i brani assumono una liricità intensa, anche se la melodia si avvicina raramente all’originale: Fresu é volto l’invenzione continua, sia quando si abbandona a un lirismo quieto, sia quando si scapicolla su ritmi più dinamici. Poco importa il titolo del tema.

Ferra é un’ottima spalla: cresce di concerto in concerto andando a conquistare la palma di uno fra i più attenti innovatori di uno stile chitarristico moderno che trova poche altre esemplificazioni a tale livello espressivo e qualitativo.

Insieme hanno suonato temi originali ma anche vecchie canzoni (E se domani, Fellini), non tralasciando Mare nostrum, le cui tematiche, come hanno ricordato, sono terribilmente attuali.

Non conosco il sardo e non ho potuto comprendere le struggenti parole de A Diosa -più conosciuta come No potho reposare- una canzone scritta nel 1920 da Giuseppe Rachel col tempo di mazurka, sulle parole della omonima poesia, composta cinque anni prima dell’avvocato sarulese Salvatore Sini: versi d’amore che un giovane del luogo dedica alla sua innamorata, da tempo entrati a far parte della cultura e della tradizione popolare sarda.

La poesia é stata cantata da artisti famosi quali Noah, Anna Oxa, Laura Pausini, Mango ma primo fra tutti e nella versione più commuovente, dal grande Andrea Parodi con il formidabile gruppo dei Tazenda.

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