ALLA SCOPERTA DI “ALTRI MONDI”: IL MIO VIAGGIO NELLE MARCHE

l'infinito dal Monte Tabor

di Stefania Calledda

Percorrendo la A14, appena superato Riccione, le Marche si spalancano a noi in un’epifania di colori mediterranei, nel susseguirsi morbido del colli, e scomparsa la linea rossastra dell’inquinamento padano all’orizzonte, il cielo si fa terso e torna quel vago accenno pastello tra l’azzurro e il lilla. Le nuvole bianchissime, mentre raggiungiamo Porto Sant’Elpidio, ormai giunti nella parte meridionale della regione, si affacciano sull’azzurro e blu del mare, così limpido, così immensamente eterno. Delle Marche, a dir la verità, ignoravo quasi tutto, eppure mi ha sempre incuriosito, come tutto il centro Italia, per le tante volte che appare nella Storia e per quella distanza dallo spregiudicato turismo di massa che invade altri luoghi. Chi l’avrebbe mai detto che mi sarei innamorata di Macerata, avrei guardato l’eurobasket su una spiaggia del Conero, pranzato con un cartoccio di olive ascolane e partecipato all’”arrosticino day a Porto Sant’Elpidio, comprato un cofanetto del Banco del mutuo soccorso in uno di quei buchi ricavati nella città vecchia che si ostinano ad esistere nonostante l’industria discografica! E poi, non possiamo capire le storie della Deledda senza aver conosciuto il nuorese, o sentire profondamente Vivaldi senza aver visto Venezia e le campagne venete, ad esempio, e così il primo Leopardi ci appare straniero, se non si percorrono le vie di Recanati per affacciarsi sull’infinito ripetersi delle fertili colline marchigiane. Sì, questa terra mi era sconosciuta e oggi mi appare uno di quegli incontri indimenticabili che ti danno appagamento e restituiscono alla vita un sapore assai più dolce, e la separazione già si fa nostalgica, per quel sentirsi così pieni di bellezza e beatamente più ricchi. Sarà per il ripetersi di campi di girasoli, le note bucoliche di pentagrammi collinari, il peso della sua storia che si impone nei suoi borghi medievali, intonsi di mattoni rossi, città murate che sovrastano la modernità quasi a schernirla, perché qui fu romana, barbara, signoria e comune, fu pontificia, e più volte liberata, repubblicana e partigiana. Con me una cartolina da Recanati, indugiando sul tavolino degli studi “disperatissimi” del Leopardi, per quella devozione che m’impedisce persino di toccarlo, e dall’alto dell’“ermo colle”“sedendo e mirando interminati spazi” e “sovrumani silenzi”, avere la certezza che resterà “sempre caro” questo mio girovagare marchigiano. 

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