IL VIRTUOSO E “ANARCHICO” DELLE LAUNEDDAS: ANDREA PISU, IL SUONATORE DEL SIMBOLO DELLA CULTURA MUSICALE DELLA SARDEGNA

Andrea Pisu

ladonnasarda.it

Le launeddas in Sardegna sono il simbolo di una cultura musicale millenaria. Uno strumento antico che riporta la nostra memoria indietro nel tempo sino alla preistoria, considerazione avallata dal ritrovamento dei bronzetti di Ittiri, raffiguranti un suonatore di launeddas.  Andrea Pisu, giovane suonatore di Villaputzu, è definito da più parti un vero e proprio virtuoso dello strumento. Andrea ha fatto della sua passione per le launeddas il motore trainante di una carriera, in giro per la Sardegna e per il mondo, a raccontare in musica il valore della nostra cultura, con la convinzione che preservarla sia un nostro dovere. Premio Maria Carta nel 2005, Andrea ha suonato in tutta Italia e all’estero: da Roma a New York, tra festival nazionale in internazionali. Ha toccato ogni angolo d’Europa e ha collaborato con diversi artisti e generi musicali che vanno dal jazz, insieme ad esempio al sassofonista americano Evan Parker, al blues, alla world music.
Ma Andrea è anche un “anarchico” delle launeddas, ne sonda i mille usi, le contamina con altri generi. All’attivo i dischi da solista “Pass’e tresi” e “Oltre il confine”, nei quali intrepreta suonate antiche e temi più innovativi; alla formazione “tradizionale” (il primo approccio con lo strumento avviene sin dalla tenera età con Aurelio Porcu, il maestro di Villaputzu), Andrea ha unito uno stile personale ed innovativo, praticato con coscienza e un profondo rispetto per la tradizione e ciò che rappresenta, lontano da velleità egocentriche fini a se stesse. 

Come è cominciata la tua passione per le launeddas? Nel 1994 a Villaputzu la pro-loco istituì un corso e decisi di frequentarlo, spinto da una fascinazione particolare che le launeddas hanno sempre suscitato in me. I sistemi tradizionali erano incentrati sul talento, rispetto alle scuole di musica le quali sono basate su un impianto più “democratico” di insegnamento. Il maestro Aurelio Porcu, che scelsi come insegnante, volle mettermi alla prova prima di accettarmi nella sua “classe”. Quando poi fui accettato la mia fortuna fu proprio la facilità nell’assorbire i suoi insegnamenti. “Zio Aurelio” era un genio, non solamente come musicista: era un poeta e un “narratore” di aneddoti stupendi che mi pento di non aver registrato. Lavorai con il maestro per circa un anno e mezzo ma lui era già in là con l’età e non aveva più le energie per proseguire. Da quel momento il mio percorso di apprendimento può definirsi da autodidatta. Nella mia stanza ascoltavo e riproducevo le musiche dai dischi di Efisio Melis e Antonio Lara, registrazioni degli anni Trenta che rappresentano un patrimonio musicale inestimabile. Dopo circa due anni ero pronto per fare le prime esibizioni; la mia prima uscita ufficiale fu infatti a dodici anni ad Amsterdam.

Che ricordo hai di te adolescente in giro per il mondo? Lo vivevi come un “sacrificio”? Ho un ricordo vivido di quel periodo e non come un sacrificio, nonostante mi sentissi “diverso” rispetto ai miei coetanei i quali andavano a giocare a calcio, mentre io mi esercitavo a casa con le launeddas. Quando cominci ad esibirti sin da piccolo hai negli occhi lo stupore di un mondo affasciante ed elettrizzante ma anche la spensieratezza, e forse incoscienza, che la giovane età ti concede. Probabilmente non mi rendevo veramente conto di quello che stavo costruendo, e la costante presenza e sostegno dei miei genitori è stata fondamentale per non “perdermi”.

Nel tuo percorso hai insegnato a tua volta a dei ragazzi. Com’è stare dall’altra parte della barricata? Ho insegnato nella Scuola Civica Musicale di Sinnai e devo ammettere che, nonostante sia stata una bella esperienza, forse non la rifarei. Mi sono reso conto di avere poca pazienza e l’insegnamento ne richiede tanta, soprattutto quando hai a che fare con dei giovani non propriamente predisposti allo studio assiduo e costante. Forse pensavo che tutti i ragazzi che seguivo dovessero avere la mia stessa voglia inesauribile di suonare ed imparare in fretta. Non è stato così, e spesso mi sono scontrato con questo atteggiamento. Tutti possono diventare dei bravi suonatori ma se ci si cimenta col vastissimo repertorio della musica per launeddas non si può farlo con leggerezza, o per lo meno dopo non si deve avere la pretesa di essere annoverati fra i migliori. 

Cosa è cambiato nel modo di concepire le launeddas? Come strumento musicale ma anche come cultura? I suonatori di launeddas, ad oggi, non sono più nel loro habitat naturale. Il contesto sociale ideale di noi suonatori erano gli anni Trenta, quando ancora c’era una vasta conoscenza, da parte di tutti, dello strumento e di ciò che rappresentava a livello sociale. Il suonatore prima aveva un ruolo centrale nella vita di un paese, basti pensare che senza di lui non c’era la festa. Era il nucleo di un universo di convivialità che passava attraverso il ballo: gli scapoli, ad esempio, durante le feste avevano l’opportunità di trovare una fidanzata tramite la manifestazione delle proprie capacità come ballerini. Adesso fa sorridere una cosa del genere, ma allora era una vera e propria forma di corteggiamento. Oggi i suonatori sono relegati, invece, in momenti fissati e cadenzati dalla rigidità di un programma di una festa o manifestazione folkloristica; non c’è spazio per l’improvvisazione (aspetto che da sempre ha caratterizzato il suonatore di launeddas) e la nostra, molto spesso, diventa una esibizione pura e semplice, quasi a voler creare una suggestione di “sardità” che non ha niente a che fare con il valore reale dei suonatori. 

Una tua caratteristica è quella di aver sdoganato l’aspetto più tradizionale delle launeddas, guardando ad altri universi musicali.  La modernità della tradizione sta nella condivisione e nell’avvicinamento con le altre culture; far incontrare le launeddas con il mondo è ciò che mi affascina. Però è solo dopo avere acquisito una perfetta padronanza dello strumento e del repertorio, che ci si può permettere di fare qualcosa di diverso e che rivolga lo sguardo a generi musicali che non penseresti mai di toccare con le launeddas. 

È questo concetto che sta dietro il progetto musicale del 2013 “Fantafolk” in coppia con l’organettista Vanni Masala. Assolutamente. Io e Vanni Masala siamo partiti dal progetto Sonadores, e abbiamo esordito con “Sonadores in Ramadura” (2008), per poi produrre nel 2011 “Freellu”, con il quale abbiamo gettato le basi di un discorso musicale che guardasse con curiosità a ciò che c’è fuori dalla nostra isola. Con “Fantafolk” il nostro gusto estetico e passione per la musica ci ha portato a voler adattare l’organetto e le launeddas a sonorità di tutto il mondo: alle nodas tradizionali abbiamo intervallato, tra le altre, variazioni di melodie e sonorità gitane, scozzesi, balcaniche.

Tu fai parte dell’Associazione “Maistus de Sonus” che ogni anno a Villaputzu organizza il Festival delle Launeddas.  Villaputzu è il paese dei “Maestri di launeddas” (come recita il cartello all’entrata del paese) e io insieme agli altri suonatori, Giancarlo Seu, Gianfranco Mascia e Salvatore Trebini, non potevamo che volere fortemente che esistesse un festival a loro dedicato. Le launeddas nel mondo sono uno strumento che incanta; ovunque mi sia recato l’accoglienza è sempre stata incredibile e delle volte trovo disarmante il fatto che proprio in Sardegna troppo spesso si trascurino certe tradizioni a scapito della nostra identità. Con il festival vogliamo proprio riempire quel divario fra il pubblico, non necessariamente solo di cultori, e la divulgazione di una tradizione musicale che rappresenta il nostro passato e che è linea guida di ciò che siamo oggi. 

Il mondo prevalentemente maschile delle launeddas, dopo anni di “oscurità”, ha da qualche tempo aperto le porte alle donne. Cosa ne pensi? Ai primi del Novecento era impensabile che le donne suonassero le launeddas. Questo limite era essenzialmente riconducibile due questioni: una di tipo sociale, poiché un padre non avrebbe mai permesso alla figlia di imparare a suonare lo strumento e di andare in giro per le feste, e una di tipo fisico relativa alla difficoltà intrinseca della respirazione circolare, la tecnica che richiedono le launeddas per essere suonate. Ad esempio, la figlia del maestro di Villaputzu Giovanni “Giuanniccu” Cabras stava imparando dal padre che seguiva nelle trasferte, ma ben presto, in primis la madre, le impose un rigoroso divieto a proseguire. Con l’apertura delle scuole di musica le donne hanno potuto mettere in pratica concretamente il loro desiderio di suonare e, nel mondo musicale sardo, stanno diventando una presenza importante.

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