COME SI FA A NON PRESTARE FEDE A UNA PAROLA DATA? LA RESILIENZA, PAROLA DI SOPRAVVIVENZA


di Mario Salis

Come si fa a non prestare fede ad una parola data, soprattutto quando è in gioco una questione di sopravvivenza. Spopola nella rete, genera speranze, infonde ottimismo, sembra avere effetti miracolosi, ma non è un farmaco. È la resilienza: parola d’ordine e quasi magica per aprire la nostra giornata quando si può fare la differenza. Equilibrata, perfetta nel suo idioma italico, immune da contaminazioni anglofile. Altro non è che la forza d’animo, talvolta innata, faticosamente evocata e ritrovata, che ci permette di reagire e superare le avversità quotidiane. Nasce nel cuore prima di trasferirsi nella mente per mettere a frutto il suo potenziale che non è sfuggito neppure a Beppe Severgnini nel suo libro “il viaggio”.
Nei giorni scorsi il Professor Graziano Pinna, il noto scienziato oristanese del dipartimento di Psichiatria dell’Università dell’Illinois a Chicago, ha tenuto nella sua città una conferenza sul tema “dal trauma alla resilienza” alla luce dei suoi importanti studi sulle dinamiche della depressione, il disturbo post traumatico da stress unito all’azione dei farmaci. Devastanti psicosi ad orologeria, dove la guerra continua a seminare vittime anche lontano dal fronte dell’Iraq o dell’Afghanistan, con 12 suicidi al giorno tra suoi reduci e veterani, un quinto sui trentamila che si consumano negli Stati Uniti.
Una società del benessere che se da una parte raggiunge traguardi impensabili verso una nuova qualità della vita, non allunga invece sensibilmente le distanze dal disagio sociale e dell’emarginazione, che per certi versi diventa un suo effetto collaterale. Infatti lo stress non è l’ospite imprevisto di una giornata particolare ma il fattore ricorrente, inevitabile di una giornata normale. Se evitarlo è pressoché impossibile tanto vale conviverci. Appunto, una parola! Resilienza è un fenomeno relativamente moderno, le scienze umane se ne occupano sistematicamente da quarant’anni. Sconta gli equivoci e l’approssimazione del suo carattere polisemico, dei suoi molteplici significati mutuati da varie discipline. In tecnologia, fin dal 1932, spiega la capacità dei materiali di sopportare forti sollecitazioni strutturali senza deformarsi, nell’ambiente la capacità di un ecosistema di rigenerarsi, nei servizi come adeguarsi al ritmo dei mutamenti demografici e sociali. Flessibilità e dinamismo in grado di fronteggiare eventi che hanno segnato la vulnerabilità di ambienti, organizzazioni e comunità insieme alle sconfitte individuali. Ma è in economia che la resilienza consacra la sua notorietà, antidoto al capitalismo mutevole. Se in Europa non varca la soglia della diffidenza di una parola che al massimo può ingannare la crisi senza convincere, il presidente Barrack Obama parla di “resilience” nei suoi due discorsi di insediamento alla Casa Bianca, sventando così le accuse di neoliberismo della destra repubblicana. E se nella vita quotidiana non si può evitare lo stress le intraprese economiche non possono fare a meno del rischio, tanto vale prevederlo tempestivamente e correre ai ripari.
Mentre il defatigante negoziato del drammatico recupero crediti tra l’Europa e la Grecia viaggia sull’orlo degli ultimatum e dei rinvii a tempo scaduto, mostrando un paese alla deriva, con innegabili tragedie sociali e morti sul campo, c’è chi guarda con interesse ad incoraggianti segnali di resistenza per fronteggiare una crisi reale. Da Atene a Patrasso e Salonicco è il capitale umano e sociale a fornire prospettive di ripresa o meglio di resilienza, fondati su un assetto del territorio con risorse agroalimentari ancora da sfruttare, un patrimonio immobiliare e fondiario incentrato sulla piccola proprietà che genera meccanismi di solidarietà sociale, in grado di fronteggiare anche i danni provenienti dalle calamità naturali. Inutilità, ingenuità, incoscienza per molti altri. Promuovere città più resilienti, fin dal 2009 fa parte di un progetto dell’ANCI, per attrezzare i comuni sul versante della protezione civile. Un bel paese da promuovere ma ad alto rischio idrogeologico, che deve ancora dotarsi di adeguate infrastrutture e risorse economiche per fronteggiare le calamità con cittadini più formati ed informati. Certo non bastano gli allarmanti sms che annunciano possibili emergenze meteo, ispirati più dalla preoccupazione di declinare fastidiose responsabilità amministrative che da tempestivi interventi di prevenzione. Il caso dell’Aquila mostra una comunità resiliente ma una città ancora da ricostruire. La Sardegna che potrebbe essere un’isola felice, combattuta ancora tra autonomia e rinascita fallita, si dimostra una società resiliente per vocazione, il suo assetto territoriale e sociale mostra indubbie analogie comuni a tutto il bacino Mediterraneo.
Fare tesoro dei propri fallimenti per non ripetere vecchi errori, dovrebbe interessare più da vicino la comunità politica. Gli errori sono le porte delle scoperte – secondo Joyce, ma anche la via maestra per l’umiltà che conduce ad una democrazia moderna e di rinnovamento. Ieri: resistere, resistere, resistere come sulla linea del Piave – correva l’anno 2002 del 12 gennaio nelle fredde aule del Palazzo di Giustizia di Milano – il grido di allarme del Procuratore della Repubblica Francesco Saverio Borrelli – chiuse una stagione travagliata della Repubblica per aprirne una nuova senza mutarne sostanzialmente il clima. La politica attesa al suo fatidico bivio resta bloccata dentro le rotonde delle sue città, senza credibili vie d’uscita. A Roma la vicenda del Sindaco Marino che sicuramente non ha tutte quelle colpe ma importanti responsabilità, il venticello delle primarie che soffia insistente al comune di Cagliari, flebile invece la calma piatta ad Oristano non sembrano regalarci nell’immediato comuni resilienti. Tuttavia non mancano le novità, Bosa e Macomer storicamente ai confini dei vecchi e nuovi limiti provinciali saranno uniti dal primo Festival della Resilienza. Dal 27 luglio al 2 agosto ospiteranno la manifestazione organizzata dall’associazione “Propositivo”, dopo le prime due edizioni dell’evento regionale “Sardegna in Transizione”. I partecipanti saranno chiamati alla sperimentazione del progetto Brainsurfing, «un incontro tra riflessione dinamica (brainstorming) ed ospitalità diffusa (couchsurfing) che vedrà professionisti locali ospitare e raccontare il territorio ad esperti nazionali».
Esplorazioni, workshop ed eventi culturali «attraverso cui fornire al territorio metodologie ed energie per declinare operativamente le strategie europee e regionali a livello locale». Una comunità resiliente si esercita alla ricerca dell’alternativa, promuovendo una classe dirigente al servizio della collettività. Le esperienze di comuni virtuosi e città in transizione dimostrano un percorso praticabile. Mentre le borse europee sono messe a soqquadro dal dramma greco, si susseguono le accuse di ingenuità insieme ai sospetti di mosse astute per il rilancio della mediazione, che fanno strame strame di una comunità verso cui vantiamo un incalcolabile debito culturale: Europa e democrazia sono nate in quella civiltà che parla una lingua ancora oggi vitale, tutt’altro che morta come la consorella latina e non è un caso che resilienza in greco si scrive ???????????? e si pronuncia elastikóti?ta.
Leonida, a chi gli diceva che non era possibile vedere il sole a causa delle fittissime frecce dei Persiani rispondeva: “meglio così: potremo combattere all’ombra”. L’ottimismo della volontà talvolta non risparmia le sue stesse vittime, è il realismo il suo confine immediato come il passo decisivo che conduce dalle parole ai fatti.
A Detroit dopo il ridimensionamento della General Motors, a Fukushima dopo il disastro sismico e nucleare, agli studi universitari di Chicago, fino agli inediti sviluppi della sfida di Atene è la storia di piccole comunità come nella nostra Isola che hanno ancora molto da raccontare. Gli studiosi di storytelling e di resilienza le definiscono zone di sicurezza narrativa, che possono valorizzare il dialogo tra più generazioni, per la prima volta coinvolte in una crisi epocale senza più distinzioni tra padri e figli. Un’adeguata comunicazione, anche se è la prima vittima nel pubblico come nel privato a cadere sotto i tagli drastici di bilancio. Una più corretta informazione dove bisogna metterci la faccia e pur sempre la testa ma anche il cuore, come diceva Tiziano Terzani, oltre la passione. C’è tanto ancora da lavorare. Di questi tempi una benedizione, necessità e virtù.

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