IL VIAGGIO DALL’ISLANDA ALLA PATAGONIA: ALESSANDRA IBBA, CICLISTA D’AVVENTURA PER CASO


di Angelo Orfanò

È salita sulla sua prima mountain bike alla “veneranda” età di 28 anni e non ne è più scesa. Anzi ci ha preso così gusto che si è fatta diverse migliaia di chilometri nelle lande più impervie e lontane del globo. Nel suo palmares finora c’è scritto Patagonia due volte, Bolivia e Perù, il periplo dell’Islanda(ben 1.500 chilometri in 3 settimane), Marocco, Spagna (la seconda parte del percorso di Santiago de Compostela), la Transardinia e quest’anno, tanto per non perdere il “vizietto” probabilmente i mitici passi dolomitici, questa volta in sella ad una bici da strada. No, non stiamo parlando di una super-woman delle due ruote, ma di Alessandra Ibba, classe 1975, impiegata Tiscali nel ramo informatico che, dal 2003, si diletta, ritorna a nuova vita, si rigenera come dice lei, spendendo le sue ferie in giro per il mondo e per i continenti  “Privilegiando – sottolinea con un pizzico di fierezza – quelle nazioni o luoghi meno civilizzati. Perché il bello è proprio spogliarsi delle sovrastrutture a cui il mondo occidentale non sa più rinunciare, ritrovare quell’essenzialità e quel piacere che possono dare anche le minime cose: come andare in bicicletta e spingere te stessa verso nuovi limiti. Ma il tutto sempre in sicurezza e sopratutto per il proprio benessere, fisico e mentale”.

Quale molla è scattata in te per questi avventurosi e non poco faticosi viaggi. Insomma come hai iniziato? “Potrei dire in modo quasi casuale. Le ultime volte che ero stata in sella ad una bicicletta forse risalivano a quando ero ragazzina. Poi un giorno che non dimenticherò mai, era il 31 dicembre del 2003, un amico mi propone un giro in mountain bike sulla sella del Diavolo. E io senza pensarci due volte ho inforcato il mezzo e l’ho seguito. Lui davanti a me dava le indicazioni come cambiare le marce ed io eseguivo. È stato bellissimo ed emozionante”.

E come è avvenuto l’incontro con le lande sperdute e gigantesche del Sudamerica? “Sempre in quel giorno fortunato di Capodanno – racconta con occhi che sprizzano ancora felicità – alla fine della sfacchinata sono andata a vedere in un locale cittadino le proiezioni delle diapositive di uno dei tanti viaggi, questa volta in Patagonia, fatto dal mio amico e da quello che diventerà anche compagno di tante avventure Enzo Pascalis, che io avevo conosciuto all’età di 12 anni. E già allora per me era una specie di “mito””.

Passa qualche anno e il rodaggio avviene in Spagna nel 2008. E Alessandra comincia a pedalare nella seconda parte del cammino, non solo religioso, di Santiago de Compostela. E si sciroppa tra i 4 e i 500 chilometri. “Non dico che sia stata una passeggiata, ma la scelta ben ponderata è caduta su un percorso attrezzato, dove avevamo tanti punti di riferimento. Ma la cosa che mi è rimasta dentro sono stati gli incontri con la gente più diversa. E me ne sono resa conto quando nei pressi del santuario venivano scanditi gli arrivi delle persone: un florilegio di nazionalità e culture. Che arricchimento ragazzi!”.

Ma il bello deve ancora avvenire e si concretizza con il primo viaggio in Patagonia, viatico e superamento dei 5.000 chilometri percorsi sinora da questa giovane donna determinata a conoscere il mondo e i continenti con la forza dei suoi allenati muscoli. Che oltre a spingere i suoi 52 chili si devono sobbarcare la mountain bike e il prezioso carico che spesso supera i 30 chili, necessari per la sopravvivenza e per affrontare viaggi in posti dove le possibilità di ristoro o di riposo distano anche qualche centinaio di chilometri fra loro.

“E sì – racconta un’Alessandra ancora estasiata dal ricordo – è stata la svolta, la scoperta di questi spazi immensi e indescrivibili. Una natura ammaliante e completamente diversa da ciò che siamo abituati a vedere. E poi la fatica. Il primo giorno tremenda, con i muscoli che a fine giornata urlano, tanta stanchezza da non riuscire facilmente a prendere sonno. Ma poi via via l’abitudine, la gente che conosci, il tuo bagaglio culturale ed emozionale che si arricchisce sempre di più. La tappa più faticosa la ricordo bene è stata di 87 chilometri, salite da dimenticare, con un dislivello di 1.500 metri con il carico da trainare. Le mani mi facevano così male allo sforzo che ero costretta a riposarmi ogni 15 minuti”.

Quanto è durato questo primo viaggio e con chi lo hai fatto, pianificato? “Beh, come diciamo noi, e per noi intendo io, Enzo Pascalis e Roberto Biagini, dal canale di Mammaranca siamo riusciti ad arrivare a quello di Beagle. È con loro due che abbiamo organizzato tutto e non mancavano i piani di emergenzaqualora qualcosa fosse andato storto. Ma non ce ne è stato bisogno. Il tutto è durato un mese nel quale abbiamo percorso 1.000 chilometri e siamo arrivati alla fine del mondo, dove non ci sono più strade. A soli 1.000 chilometri dall’Antartide, pensate un po’”.

Sensazioni di viaggio,aspetti positivi e negativi del girovagare su due ruote per i continenti? Lo consiglieresti e perché? “Così d’acchito, perché non è facile esprimere o spiegare ciò che si prova in tante ore di pedalate o di incontri con gente unica, anche se spesso povera, consiglio tutto il Sudamerica. Qui ci sono molte affinità con noi sardi ed italiani. Poi è gente dignitosa. Non altrettanto posso dire in genere dell’Africa e in particolare del Marocco. Ecco qui ho avuto persino paura, non mi sono sentita libera, anzi i miei allenati sensi, anche alle avversità , non mi facevano stare tranquilla. Sì, mi sono sentita minacciata. Eppure eravamo in una comitiva di 10 persone. Ebbene, se fossimo stati solo in tre, perché ormai di solito è questo il numero con cui affrontiamo le nuove esplorazioni, non sarei stata al sicuro. E poi sopratutto in Africa c’è l’aggravante di essere donna. Proprio in Marocco sono entrata da sola ingenuamente in una cucina, per curiosità, così come si fa mentre stai viaggiando ed è stato un errore che non ripeterò mai più. Sono dovuta letteralmente scappare. Forse puoi essere più tranquilla se hai un uomo al fianco, ma non è detto. Comunque sul piano della natura tra l’argilla e la sabbia finissima, per non parlare dei volti dei bambini a volte ricoperti di henné, beh l’Africa in genere, e il Marocco che io ho scoperto, sono davvero imperdibili”.

E nella gelida Islanda? “A parte gli indescrivibili panorami mozzafiato, i geyser, insomma la natura, quello che abbiamo riscontrato negli islandesi è il loro buonumore, il sorriso. pare azzardato dirlo, ma ci ha sorpreso la loro solarità. Inaspettata. Poi ovviamente c’era la singolarità del momento rappresentata dal fatto che non viaggiavamo mai con le tenebre, Non c’erano. Era sempregiorno e la luce, anche se a fine giornata più fioca, non ci lasciava mai”.

Insomma, tu Enzo Pascalis e Roberto Biagini avete portato, come si nota dalle numerose foto, in queste lande deserte e non solo la bandiera dei 4 mori. Perché? Orgoglio sardo? “Sì, ma non solo quello. Come dice il mio amico Enzo, la bandiera con i 4 mori è un passepartout. Anche se c’è qualche italiano che la confonde come ci è capitato proprio in Islanda. Dei connazionali ci hanno chiesto se venivamo dalla Corsica, mentre i locali sapevano benissimo della nostra isola e conoscevano bene il nostro vessillo”.

Quindi dopo il primo viaggio tra Argentina e Cile, con Patagonia e Terra del Fuoco, e Marocco l’anno successivo, il 2011 è dedicato alla Bolivia del nord e al confine peruviano. Come ti alleni per sostenere queste immani fatiche, raccontami delle avversità e delle difficoltà superate? “No, nulla di particolare. Certo la sveglia a casa mia ogni mattina suona alle 6. E dopo mezzora sono pronta per il nuoto o per le due ruote. In piscina vado su e giù per le vasche per un’ora e mezza”.

Dunque un metro e 58 centimetri di muscoli, tonici e ben allenati da 3,5 chilometri di nuotate in piscina, alternate a 40/50 chilometri di bicicletta. Così Alessandra si tiene quotidianamente in forma e pronta ad affrontare nuove e faticose avventure, fatiche alle quale dice lei stessa il corpo umano sa bene adattarsi. Nel 2012 ti “riposi” facendo la Transardinia e l’anno successivo sei nella sorprendente Islanda dove nonostante il vento sferzante, altro che maestrale sardo!!!, e il freddo pungente, anche 4 gradi nonostante l’estate. Ma forse tra i tuoi più belli ricordi c’è proprio l’ultimo viaggio, quello dello scorso anno quando con i tuoi compagni di avventura hai battuto i sentieri dell’Argentina e del sud della Bolivia. “Proprio così. E la giornata passata sul Salares, la più grande distesa di sale della Terra, me la ricorderò finchè campo. Questa incredibile distesa è grande quanto la provincia di Cagliari, si stimano che ci siano 10 miliardi di tonnellate di sale e 25 mila ne vengono estratte ogni anno. Nulla può rendere l’idea di pedalare in questo luogo, lo devi provare. È un istante eterno che non finisce mai, le ruote che rompono i cristalli di sale come se fosse neve ghiacciata”.

Quanta distanza avete percorso voi tre e che nazioni avete toccato? “Argentina, Cile e Bolivia. E nei 1.200 chilometri ci sono stati 11.000 metri di dislivello, con la quota minima di Salta, il punto di partenza di 1.200 metri fino ad arrivare ai 5 mila metri degli altipiani boliviani. Il tutto fatto in tre settimane e abbiamo chiuso con una meritatissima settimana di turismo tra Buenos Aires e le cascate di Iguazu in Brasile. Cosa mi porto dietro da questi viaggi? Lo ripeto: il riappropriarsi di tempi più primitivi, senza lo stress e gli impegni quotidiani che ormai assillano la nostra vita anche nella bella Sardegna; gli sguardi incancellabili dei bambini che ho incontrato per le vie del mondo, la natura, l’essenzialità di andare in bici, unico come mezzo di trasporto con agganciati appena 30 chili di materiale di prima necessità. Insomma spogliati di ogni benessere si ritorna alla natura, ai suoi ritmi. E il viaggiare in bicicletta, con le nostre mountain bike spinte dalla forza delle nostre gambe, è l’assenza di limiti. Insomma per me è, è stata e sarà sempre una condizione di totale libertà e autonomia. Come ormai quasi nulla è in grado di darti. Se non in quei paesi dove la bellezza dei posti e la fatica della conquista rappresentano il binomio perfetto per alleggerire la mente. E ciò è possibile farlo in luoghi quasi disabitati, per niente civilizzati. Una condizione ormai introvabile nel nostro mondo occidentale dove troppo spesso ci si affanna alla ricerca di una introvabile serenità e felicità”.

E dopo tutti questi viaggi come di solito il rientro in patria, nella tua amata Sardegna? “Meraviglioso. E il bello e che sono sempre felice di ritrovare la mia adorata isola. Viviamo davvero in un posto meraviglioso e io me ne rendo ancora meglio proprio perchè viaggio. E questi avventure non sono certo delle fughe. È fondamentale, a mio parere vivere bene la quotidianità, il viaggio è decisamente qualcosa di più che ti arricchisce”.

* Sardinia Post

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