LA LEGGENDARIA FULVIA RICCARDINO, CAGLIARITANA CLASSE 1928: LA PRIMA INGEGNERA DELLA SARDEGNA


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In uno di quegli umorali pomeriggi cagliaritani, in cui non è difficile che si avvicendino tutte e quattro le stagioni in una manciata d’ore, osservo rapita il lavoro di una figura quasi mitologica. È Bruno Meloni, reo confesso di tradire la professione di ingegnere con la sua arte. La sua componente creativa schizza da ogni angolo dello studio, dalla collezione di radio e macchine da scrivere d’epoca, sino ai trattamenti pop art di nudi di donna.  Un elemento torreggia incontrastato a supervisionare il flusso caotico dei pensieri di Bruno, è una gigantografia che lo rappresenta con la regina del suo mondo: sua madre, la leggendaria Fulvia Riccardino, prima ingegnera di terra sarda.  Fulvia è una miscela di numeri e poesia che viene al mondo nel 1928, dopo Fernanda che, a sua volta, fu tra le prime donne medico in Sardegna e per questo importante traguardo venne insignita della medaglia d’oro dall’ordine dei Medici.

Un’infanzia difficile. Figlia di Anna Pau e di Spartaco Riccardino, letterato torinese, direttore del convitto Vittorio Emanuele II, che si trova nella centralissima via Manno di Cagliari, Fulvia rimane orfana molto presto: papà Spartaco muore sotto la guerra per complicazioni del diabete. È il 1943 quando una pioggia di ordigni offende la città di Cagliari e obbliga le tre donne con un bimbo in arrivo, a scappare dalla casa di via Sardegna, nel quartiere di Marina, ed imbarcarsi con la prima nave utile, nella speranza di trovare maggiore serenità a Chiaverano, città del papà di Fulvia, nelle vicinanze di Ivrea. Ma come si dice “se Atene piange, Sparta non ride”, e sfollate in Piemonte, le donne Riccardino realizzano di esser scampate alle bombe ma di trovarsi nel bel mezzo della Resistenza. Fulvia viene impiegata, come Oriana Fallaci, come staffetta partigiana. Questo è il primo decisivo momento in cui la donna fa capolino dai giorni di fanciulla, che maturerà molto in fretta. Durante una delle sue numerosissime missioni viene catturata dai tedeschi e messa al muro in attesa della fucilazione, provvidenzialmente sventata da un intervento dei compagni. Fulvia fa rientro in Sardegna, a diciassette anni, assieme a mamma Anna, Fernanda e il piccolo Spartaco II. La vita riprende un ritmo sereno, conclude gli studi classici e il peggio, ormai, sembra essere un ricordo lontano.

Fulvia assorbe il grande spirito indipendente dell’ardimentosa madre e riesce a godere di ogni singolo momento di felicità. Vuole costruire il suo futuro sulle fondamenta della sua più grande attitudine: lo studio della scienza tecnica. I tempi dell’università sono appassionanti. Lo strazio della guerra fa germogliare nella ragazza un’insaziabile fame di vita da placare con il sapere, la musica, l’arte, lo sport ma soprattutto tanto, tanto studio. 

Incontra l’amore. Ed è proprio tra i banchi della facoltà di Ingegneria Mineraria che Fulvia incontra lo sguardo di un ragazzo timido, elegante e studioso.  Lui è Franco Meloni. Condividono la grande passione per la fisica, la matematica e per l’entroterra sardo, dove nel verde lussureggiante di Aritzo trascorrono degli indimenticabili momenti di vacanza. Franco è nato proprio lì, nella gemma barbaricina, in quella casetta incastonata tra gli alberi che si vede ancora oggi dal curvone che da Aritzo porta a Belvì. 

La laurea. Gli esami volano uno dietro l’altro e lo zelo di Fulvia porta a compimento un primo importante traguardo. È il 29 novembre 1952, con una tesi intitolata “Ghise e grafite sferoidale” è la prima donna ingegnere della Sardegna a soli ventiquattro anni.

Arriva il matrimonio nel 1955. Fulvia e Franco andranno a vivere in via Pacinotti, di fronte al mercato di San Benedetto. Il primogenito arriverà solo dopo tre anni di matrimonio. In un arco di tempo che va dal 1958 al 1965 Fulvia diverrà mamma per cinque volte dando alla luce Sergio, Bruno, Carlo Spartaco, Laura e Anna.  Un mese dopo la nascita di Bruno, nel giugno del ’59, il caro fratello Spartaco morirà in Piemonte, precipitando con l’aereo da lui condotto. Sarà una perdita immensa che Fulvia elaborarerà nel tempo.  I figli crescono, secondo le proprie inclinazioni. Divengono medici, ingegneri e imprenditori, ma solo dopo una ricca formazione umanistica sulla quale Fulvia non transige, pur essendo lei donna di scienza. Fulvia, figura eclettica, dolce, enigmatica è protagonista di una pagina storica di assoluto rilievo per la città di Cagliari, specie negli anni della contestazione studentesca in cui l’impegno civico è vissuto con sensibilità talvolta fanatica dagli universitari.  Ci chiediamo cosa mai significasse essere un allievo, o ancor meglio, il figlio di un’icona di storia patria. Bruno, il suo secondo genito, ricorda: «La nostra casa era sempre aperta a tutti i nostri amici e coetanei, che come si può immaginare erano tantissimi dal momento che noi figli siamo nati tanto vicini cronologicamente. Ricordo che per tutti loro mamma era un punto di riferimento, un’istituzione e una confidente, per via della sua grande apertura mentale. Ricordo che a noi, forse per non impressionarci troppo, non raccontava nel dettaglio l’angoscia dei giorni partigiani. Minimizzando ci faceva capire che lo stato di necessità e l’amore per quella gente l’aveva resa coraggiosa». Con gli allievi, naturalmente, era più rigida perché all’epoca la scuola era veramente seria e non vi era tutto questo gran dialogo con i docenti. Lei insegnò all’istituto industriale Scano, di via San Lucifero a Cagliari, per tutta la vita. I suoi allievi andavano a scuola in giacca e cravatta, erano ragazzi serissimi e lei per di più insegnava Elettrotecnica e Misure elettriche, discipline che non si prestano troppo al dialogo. I giorni allo Scano si inseguono veloci e felici. Passano trent’anni. Fulvia costruisce l’avvenire di generazioni di ragazzi, parallelamente a quello dei propri figli assieme ai quali non perde una partita allo stadio, un concerto all’Auditorium o una sola mostra d’arte in città. Fulvia e Franco sono inseparabili, fanno tutto assieme, finché un’onda anomala nel caldo settembre di Sardegna non la tradisce nel mare di Chia. Gli allievi la attendono per iniziare l’anno scolastico ma Fulvia non c’è più. È il 10 settembre 1983. La regina delle rocce, che lasciò la disciplina mineraria per dedicarsi alla passione primigenia dell’insegnamento, non salirà più in cattedra. Oggi sorride felice dalle opere di Bruno da cui vigila su quella famiglia a cui ha saputo trasmettere i frutti maturi di sentimento e ragione e un incontenibile senso di stupore verso la realtà.

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