ROTOLANDO VERSO SUD: FABIO ARU E LA GEOGRAFIA DEL CICLISMO CHE CAMBIA


di Fiorenzo Caterini

Fino agli anni ’80 la geografia del ciclismo su strada era piuttosto semplice: si correva in Francia, Italia, Spagna, Belgio, Olanda e Svizzera. Giusto qualche tedesco, inglese e portoghese, ma i ciclisti provenivano tutti da lì. Dal dopoguerra in poi, il ciclismo si era configurato come uno sport molto popolare, secondo solo dietro al calcio da questo punto di vista, ma poco diffuso nel mondo, localizzato in quelle nazioni. Poi a partire dagli anni ’80 hanno iniziato ad aggiungersi ciclisti provenienti da grandi potenze sportive come gli Usa, la Russia, l’Australia, già molto forti a livello dilettantesco e di ciclismo su pista. Ora possiamo dire che il ciclismo è uno sport quasi universale, diffuso in tutte le nazioni di almeno tre continenti. Il giro d’Italia dell’anno scorso ha visto trionfare un colombiano, Quintana, davanti al connazionale Uran (secondo anche l’anno prima) e al nostro beniamino Fabio Aru. Tre anni fa il giro era stato vinto invece dal canadese Hesjedal. E quest’anno il quarto classificato proviene dal Costarica.

Giova ricordare che questi due grandi campioni, Uran e Hesjedal, sono gli stessi che Fabio Aru si è tolto di ruota con una progressione perentoria nel finale della lunga tappa di montagna del Sestriere, la seconda che lo ha visto trionfare al traguardo.

La geografia del ciclismo è dunque cambiata, nel mondo, ma con Aru, possiamo dire, è cambiata anche in Italia.

Infatti fino a poco tempo fa il ciclismo era diffuso solo dalla Toscana in su. L’Italia, una delle più grandi potenze ciclistiche, praticava il ciclismo solo in quelle regioni.

Motivazioni di carattere culturale, di tradizione sportiva, ma anche sociale, il costo della bicicletta e dell’altra attrezzatura non era alla portata di tutti, ha comportato una minore partecipazione del sud d’Italia alle imprese ciclistiche nazionali.

Oggi invece troviamo Vincenzo Nibali, insieme a Contador uno dei più forti interpreti delle corse a tappe nel mondo, che proviene dalla Sicilia. Il secondo degli italiani dopo Aru a questo Giro, Damiano Caruso, classificatosi ottavo, che anch’esso proviene dalla Sicilia. Ma non è finita: gli altri due unici italiani nei primi venti sono Visconti (un corridore di vertice, già campione italiano), e l’esperto Tiralongo, entrambi siciliani.  E se il piccolo scalatore lucano Pozzovivo non fosse caduto e si fosse ritirato, lo avremo visto certamente trai protagonisti.

Su quattro italiani nei primi venti, uno è sardo e tre sono siciliani.

Una cosa incredibile sino qualche anno fa.

Cosa è successo? Come è stato possibile sovvertire una così tradizione consolidata?

Il ciclismo su strada, si sa, è uno sport di fatica. Per poter creare un ambiente idoneo alla crescita dei giovani talenti, occorrono tecnici, sponsor, materiale umano e tecnico. Queste condizioni, per tradizione e anche per possibilità materiali (una bicicletta da corsa modello base per iniziare non costa meno di 2000 euro), si sono create nel nord Italia. Oggi però, la voglia di faticare, di fare i sacrifici immensi che il ciclismo impone, con allenamenti giornalieri di 6 – 7 ore, inizia a vedere affacciarsi il sud meno ricco e prosperoso, ma forse più “affamato” e predisposto alla fatica e ai sacrifici. Tutti questi ragazzi del sud prima o poi si trasferiscono al nord dove ci sono le condizioni per potersi allenare seriamente da professionisti, per cui si crea una sinergia tra il capitale umano del sud e la tradizione del nord Italia.

Aru, se vogliamo, è un emigrato. Un emigrato di lusso certo, ma sin da giovanissimo, sostenuto dalla famiglia, ha tentato l’avventura trasferendosi al Nord. Anche altri ragazzi sardi lo hanno fatto, ne ho conosciuto parecchi, ma non tutti hanno avuto la fortuna del villacidrese.

Del resto la Sardegna, da sempre protagonista in sport dove prevale la compattezza e la leggerezza (pugilato nelle categorie dei pesi leggeri, velocità e salti nell’atletica, equitazione, hockey su prato e anche il calcio) ora si ritrova, a parte i successi della Dinamo Sassari in corsa per lo scudetto di basket, con Gigi Da Tome da Olbia, leader della nazionale, che gioca nientemeno nella NBA.

I tempi cambiano, nulla di immutabile è dato in questo mondo.

Nella tappa tremenda del Mortirolo, nel suo momento nero (dovuto certamente al virus intestinale che lo aveva debilitato alla vigilia del Giro), sotto la pioggia, Aru lo si è visto sputare l’anima, maledire la fatica e il dolore, piangere di rabbia ma, infine, riuscire a contenere il distacco dai primi. Che testa, che caparbietà, si potrebbe dire, da vero sardo.

Lì, nella sconfitta, ho capito che ci si trovava di fronte ad un grande campione.

Si dice che Bartali abbia salvato l’Italia dalla rivoluzione vincendo il Tour de France il giorno dell’attentato a Togliatti. E mi chiedo se l’immagine di questo ragazzone sardo che supera quell’inferno di fatica e risorge nelle tappe successive, possa essere salvifica per questa terra.

Che speranza e fiducia, specie in Sardegna, non sono mai abbastanza.

* http://www.sardegnablogger.it/

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