STORIA DI ARISTANA: LA DONNA CHE BATTEZZO’ LA CITTA’ ARBORENSE


di Cristina Muntoni

I nomi dei luoghi racchiudono spesso storie straordinarie che il tempo fa dimenticare. A volte richiamano fatti, gesta di eroi e leggende che riportano alla luce, rendendo difficile comprendere se si basino su reali accadimenti storici o piuttosto su poetiche invenzioni, tramandate oralmente solo per dare colore e lustro a un nome. Le leggende, infatti, a volte sono state create per inventare l’origine di un nome con un procedimento di creazione diffuso in epoca romana, come la leggenda di Romolo per Roma. 

Questi dubbi sono stati sollevati anche per l’origine di “Oristano”, il cui termine, se da un lato evocherebbe il colore delle acque degli stagni su cui è sorta (Auristamnum, da aureum stagnum, stagno d’oro), dall’altro rimanda anche alla storia di una bella principessa figlia del sultano Amurat.

A raccontarlo è Gavino Cossu in un romanzo d’appendice pubblicato nell’Avvenire di Sardegna nel 1882. Cossu, romanzando una storia che trovava il suo fondamento storico nelle Carte d’Arborea del XV secolo e poi diffusa nella tradizione orale, racconta che l’origine del nome Oristano sarebbe legato a quello della principessa Zulema che nel X secolo era stata rapita dal Giudice Gonnario, dopo aver sconfitto suo padre a Tripoli. 
Gonnario la rinchiuse nel palazzo di Tharros come un bottino di guerra, ma ben presto si innamorò di lei. Nonostante il suo amore, la principessa gli rimaneva ostile anche se lui cercò di giustificare le sue gesta raccontandole delle precedenti azioni militari in Sardegna di Museto, luogotenente di Amurat di Tripoli, ai tempi del suo genitore Barisone.

Per tenere a bada la brama di Gonnario, Zulema gli propose un’opera impossibile per riuscire ad amarlo: 
Io t’amerò quando… quando nell’ampia distesa di quelle acque gialle, e che voi chiamate Stagno d’oro, laggiù, vedi, nella sponda destra [sic] del Tirso, sorgerà bella e fiorente una città”.
Dopo essere riuscito per due volte a bonificare lo stagno costruendoci una città e aver visto il suo immane lavoro distrutto dall’intervento del diavolo, sopraffatto dal dolore andò alle pendici del Montiferru deciso ad uccidersi con la spada. Gli apparve però il diavolo che gli propose un patto: in cambio della sua anima da consegnargli dopo un anno, gli avrebbe dato la bonifica dello stagno, la città costruita e l’amore di Zulema.

Il Giudice firmò il patto col sangue e sposò Zulema improvvisamente innamorata che, convertitasi al cristianesimo, cambiò il nome in Aristana. 

Allo scadere dell’anno l’uomo si recò disperato all’incontro col diavolo, ma la Madonna del Rimedio, invocata dal Giudice, intervenne a salvarlo. Gonnario tornò dal suo amore Aristana, da cui la nuova città prese il nome. Col suo racconto colorato da influenze letterarie ottocentesche come il Faust di Goethe, poi diffuso in Europa da Alberto Lamarmora e Charles Edwardes, Cossu ha creato un pastiche storico-letterario, mischiando fatti veri e inventati.

«Il nome Zulema non è invenzione pura – spiega Raimondo Zucca, docente di Storia e Archeologia del Mediterraneo antico all’Università di Sassari e autore di Un personaggio delle carte d’Arborea: Aristana, in Archivio Storico Sardo volume XLVIII – È la resa araba del nome semitico-biblico Salomon, documentato anche al femminile in Montesquieu, nelle leggende iberiche, nella letteratura relativa al Moro di Granada e nel Don Chisciotte di Cervantes dove è citato come il nome di un monte. La storia ripete il topos dell’amore tra il cavaliere cristiano e la bella islamica e soddisfa l’esigenza di creare con Aristana l’antesignana di Eleonora d’Arborea. Cossu però ha reso una forma romanzata della storia di Aristana prendendo spunto dalle Carte d’Arborea. 

Il complesso di pergamene che venne ritrovato a metà dell’Ottocento a Oristano fu accolto con grande clamore perchè cambiò la storia, spiegando l’origine del nome della città. I documenti vennero decifrati da un “abilissimo” paleografo, Ignazio Pillito, su cui in realtà grava il forte sospetto di esserne uno dei veri autori. Quelle carte erano infatti opera di falsari e furono vendute a caro prezzo al ricco deputato Giuseppe Corrias, che come tutti ignorava la truffa montata ad arte. Divenuto sindaco di Oristano, dopo aver sborsato 1500 Lire nel 1876, al canonico De Castro che possedeva i documenti essendone molto probabilmente uno degli autori, l’ingenuo Corrias dedicò ben 12 strade ai nomi degli “eroi” citati nelle Carte. Una è ancor oggi dedicata ad Aristana». 

Un palese e determinante errore storico scioglie però ogni dubbio sulla ipotetica veridicità della storia ricostruita dai falsari. «Le leggende delle Carte d’Arborea relative ad Aristana erano state infirmate, in sede storica, da Enrico Besta che aveva rilevato la documentazione nella Descriptio orbis romani di Giorgio Ciprio, nella prima metà del VII secolo di Aristiani, quindi ben due secoli e mezzo prima della presunta fondazione della città da parte di Aristana».

Ma come attestò il glottologo Gino Bottiglioni, raccogliendo dalla viva voce degli oristanesi la storia del nome della loro città, i fatti storici cede spazio alla fiaba. Nella memoria popolare resta che Oristano deve il suo nome alla storia di una donna, una principessa irremovibile per conquistare la quale fu necessario vendere l’anima al diavolo. 

* LaDonnaSarda

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