PRIGIONIERI DELLE CENERI: UNA REGIONE CULTURALMENTE DIPENDENTE DALLE POLVERI IN CUI E’ STATA RIDOTTA

la centrale E.On di Fiume Santo

di Nicolò Migheli

Tentando di dare altro significato alle parole di papa Francesco, alla fine la Saras ha detto una grande verità. È vero, siamo “adoratori di ceneri”, prigionieri di un modello di sviluppo ormai morto, senza aver il coraggio e la forza di intraprendere nuove strade. Una contraddizione che la società industriale si porta almeno dal 1970, quando il Club di Roma di Aurelio Peccei pubblicò “I limiti dello sviluppo”. Un rapporto contestato anche dalla sinistra, perché in esso vedeva due pericoli. Il primo, quello di negare alle classi popolari l’accesso al benessere e ai diritti civili che il ridimensionamento dello sviluppo avrebbe portato con sé. Il secondo tutto di carattere ideologico. L’ecologismo era stato fino ad allora figlio delle culture di destra, della kultur legata alle tradizioni, al volk e al suo rapporto con la terra luogo della identità. In esso la sinistra del tempo leggeva il permanere di forme cripto naziste ed elitarie. Letture che già allora venivano contestate da gruppi minoritari dei movimenti ecologisti che facevano riferimento al progressismo, così come da alcuni sindacati operai preoccupati delle condizioni di lavoro in fabbrica al grido di: “La salute non si monetizza” stante l’abitudine delle imprese del tempo di concedere indennizzi per i rischi degli ambienti di fabbrica. Non solo i luoghi di lavoro, ma il territorio e la salute delle popolazioni divennero la preoccupazione dell’ecologismo di sinistra. Per la Saras il tempo non passa, la sua polemica con su “connotu” dei sardi riprende le argomentazioni classiche delle dicotomie reazione- progresso, sviluppo scientifico- oscurantismo.

Non conta che l’Agenzia Europea dell’Ambiente collochi l’industria petrolifera di Sarroch tra le cento più inquinanti d’Europa, che la ricerca pubblicata da Mutagenesis, rivista dell’università di Oxford, riveli che i bambini di Sarroch “presentano incrementi significativi di danni e di alterazioni del Dna rispetto al campione di confronto estratto dalle aree di campagna”. Che tutto ciò abbia poco valore agli occhi della Saras è nell’ordine delle cose. Quella impresa ha come obiettivo la massimizzazione del profitto, lo ha ancor di più ora che – si dice- la maggioranza delle azioni sta per passare dal gruppo Moratti alla Rosneft, gruppo russo la cui attenzione all’ambiente è tutta da dimostrare. Le polemiche seguite alla delibera con cui la giunta regionale autorizza la valutazione di impatto ambientale per il nuovo inceneritore di Macomer, dimostrano ancora una volta la contraddizione in cui viviamo. Da una parte si propugna un nuovo modello di sviluppo che abbia nel rispetto dell’ambiente il suo punto centrale, dall’altro si insiste con pratiche in totale contraddizione. Acrobazie linguistiche per nobilitarle. Si sa, le parole sono tutto: sono definitorie e costruiscono il reale. I nuovi impianti di smaltimento vengono denominati termovalorizzatori- nella parola composta, “valore” restituisce positività- peccato che quel termine non esista. La legge parla chiaro, quegli impianti erano e restano inceneritori. Aziende insalubre di classe I, secondo il Decreto Ministeriale del 05/09/1994, di cui all’art. 216 del testo unico delle leggi sanitarie, emanato dal Ministro della Sanità e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale Suppl. Ordin. n° 220 del 20/09/1994. Ora anche l’inquinamento della centrale di E.On di Fiume Santo. Altra impresa inserita dall’Agenzia Europea dell’Ambiente tra le più pericolose d’Europa. Tutto questo mentre le pagine pubblicitarie della Regione vendono l’Isola vantandone la qualità della vita. Ad Expo lo slogan della Sardegna avrà il punto di forza nei centenari. Tutto vero, ma la qualità della vita nei siti industriali non è delle migliori. I casi di cancro aumentano ma non esiste un registro tumori che possa offrire basi oggettive all’incidenza delle neoplasie in rapporto all’avvelenamento di terra, aria ed acqua. Così come appare evidente che i centenari sono diventati tali perché hanno vissuto in ambienti puliti. Quanti tra i trentenni e i quarantenni di oggi lo diventeranno? Tutto ciò è frutto di scelte che la politica ha voluto che fossero “tecniche” dando loro oggettività, quasi che non fosse possibile alcuna alternativa. Abbiamo vissuto una modernizzazione imposta, si è alimentata la sfiducia verso soluzioni che partissero da noi. Si è negata la via sarda alla modernità ed oggi ne paghiamo il prezzo. Peggio ancora c’è chi insiste, chi crede che quelle scelte siano state le migliori e che lo siano anche per il futuro. Sulle reti sociali è pure capitato di leggere che è meglio morire di cancro che non avere un lavoro. Come se il “lavoro” sia solo essere dipendenti delle industrie inquinanti e che la salute propria e dei figli sia ben pagata da uno stipendio. Si può capire la paura di perdere l’impiego, ma cosa sarebbero certe èlite sarde senza la Saras, l’Eni, gli inceneritori? Cosa sarebbe la Confindustria, visto che l’impresa petrolifera di Sarroch è la maggior contribuente? O i sindacati? È evidente che i blocchi non sono solo economici. Siamo culturalmente dipendenti dalle ceneri in cui è stata ridotta la Sardegna. Non vediamo o facciamo finta di non vedere i grandi rischi che corriamo. Siamo disposti però a qualsiasi lotta pur di avere i maialetti precotti nell’Expo. Anno di grazia 2015, centro sinistra regnante.

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