DA QUELLO AUTENTICO A QUELLO TURISTICO: QUANDO VOLER VENDERE A TUTTI I COSTI FOLKLORE DIVENTA UN ERRORE


di Irene Bosu

Oggi le distanze fra le varie parti del mondo si sono accorciate e grazie ai mass-media è possibile instaurare fra diverse aree del nostro pianeta una fitta rete di comunicazioni che ci fanno sentire sempre più membri di una comunità globale. Tuttavia occorre ricordare come le radici e le tradizioni profonde di ogni popolo non possono essere scardinate da una cultura di massa, ma rappresentano una risorsa importante da salvaguardare nella loro individualità. Il folklore (termine di origine inglese composto dall’unione delle parole “folk”, cioè “popolo” e “lore”, cioè “sapere”) e le tradizioni vengono spesso sfruttate dall’industria culturale e sottoposte alla logica del profitto in maniera eccessiva.  Bisognerebbe saper integrare al meglio la staticità dei saperi tradizionali con la mobilità dei cambiamenti e con la necessità del confronto e della competitività. In Sardegna, per rispondere alle aspettative dei turisti, accade spesso che la cultura tradizionale subisca una vera e propria perdita dell’autenticità e così assistiamo, ad esempio, a sfilate dei Mamuthones, in pieno Agosto, tra le ville dei VIP a Porto Cervo o gruppi in abito tradizionale sardo che accolgono i visitatori che arrivano in Costa Smeralda. Campanacci che sostituiscono la musica del Billionaire, Su ballu tundu che riecheggia tra i gate degli arrivi e delle partenze. Purtroppo non è uno scherzo, questo virus si chiama erosione culturale, snaturalizzazione dell’identità. Avviene soprattutto nell’ambito del turismo, il folklore viene utilizzato per soddisfare le aspettative del viaggiatore in cerca di esotismo. La valorizzazione della cultura a scopo turistico è un processo importante per lo sviluppo del nostro territorio ma diventa un rischio quando il nostro patrimonio storico diventa unicamente un  prodotto di mercato creato ad hoc per il visitatore. Si cade nell’errore di voler a tutti i costi presentare al turista manifestazioni tradizionali, estrapolate dal contesto originale, e proporre rielaborazioni che prescindono dalle reali caratteristiche del folklore autentico. Volete mettere un turista che si gode la “processione danzata” dei Mamuthones (come l’ha definita l’etnologo Raffaello Marchi) tra le stradine di Mamoiada, assaporando un buon Cannonau locale? Niente yatch maestosi sullo sfondo, ma solo le cime della catena del Gennargentu. Un contesto più opportuno, naturale, rispetto a quello precedentemente descritto.  La Sardegna, è una terra in cui il folklore è spesso oggetto di una serie di stereotipizzazioni che non offrono l’immagine reale dell’isola, ma una rappresentazione che coincide con quella offerta dai mass-media, che a loro volta riprendono quella stereotipata divulgata dagli stessi sardi a scopo promozionale, in un reciproco richiamo che ubbidisce all’unico scopo di soddisfare le aspettative del visitatore-turista che diventa cliente-spettatore.  Folklore autentico che si trasforma in folklore turistico. Umberto Eco, nel suo monumentale romanzo L’isola del giorno prima, sostiene: “io sono memoria di tutti i miei momenti passati, la somma di tutto ciò che ricordo”. La storia è la radice del nostro essere, della nostra  identità collettiva e individuale, delle nostre tradizioni. Nessun popolo può realmente e autenticamente vivere senza la conoscenza della propria identità. Se non fossimo diversi non potremmo neppure dialogare, confrontarci, conoscere. La diversità ci salva dalla  standardizzazione. La folklorizzazione e l’omologazione culturale in Sardegna è un problema che richiederebbe un’analisi e un approfondimento di rilievo, al fine di evitare l’imposizione di una  globalizzazione culturale a cui inevitabilmente seguirà uno sradicamento culturale.

* focusardegna.com

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