LA FREELANCE SARDA DELLA GRANDE MELA: DONATELLA MULVONI, LAUREA A ROMA E REPORTER A NEW YORK

Donatella Mulvoni

di Federica Ginesu

Simile a un frutto provocante e allettante la Grande Mela, New York, è l’ombelico del mondo. La nuova Babilonia del film l’Avvocato del diavolo, semplicemente American Beauty, è la città che non dorme mai, vorticosa e brulicante che precorre il tempo con un passo avanti nel futuro. Amata da Oriana Fallaci, città dai mille volti e dalle mille storie da scrivere ospita da sette anni una donna sarda che ha fatto del giornalismo la sua vita: Donatella Mulvoni reporter sarda freelance trapiantata in America.

Perché ha scelto New York? L’America non è mai stato un sogno o un obiettivo. Sono partita un po’ per caso. Dopo la laurea in giornalismo a La Sapienza di Roma, mi ero data sei mesi di tempo per viaggiare e imparare l’inglese. Il relatore della mia tesi mi convinse a scegliere New York perché quell’esperienza, secondo lui, mi avrebbe aiutato a trovare facilmente lavoro al rientro in Italia. Anche se non è andata proprio come aveva detto sento di doverlo comunque ringraziare.

Lei è una giornalista freelance di cosa si occupa e dove scrive? Dopo aver lavorato ad America Oggi, il più grande quotidiano in lingua italiana pubblicato negli Stati Uniti, e presso la sede newyorchese dell’Onu del Quotidiano Nazionale, dal 2012 sono una giornalista freelance. Come tutti i giornalisti in America mi occupo di tutto: politica, cronaca e costume. 

Com’è fare la reporter nella città simbolo del giornalismo?  Se hai un contratto è bellissimo: hai il tuo stipendio e orari di lavoro che non comportano ritmi stressanti; se sei freelance, invece, le cose cambiano. È entusiasmante quando riesci a piazzare le tue storie, ma spesso frustrante e stancante. Per potermi permettere il lusso di scrivere continuo a fare altri mille lavori, perché sei pagata davvero poco. Mi chiedo spesso che senso abbia restare, ma a New York si vive di pancia, raramente con la testa. Ho, infatti, un rapporto molto tormentato con gli Stati Uniti in generale. Ci abito da sette anni, ma non riesco a considerarmi a casa. Vivo bene alla giornata, solo perché penso che un giorno tornerò in Italia. Ogni volta però che provo a ipotizzare una data di partenza definitiva, mi trema il cuore. Non posso non amare New York è la città che mi ha visto diventare donna, che mi ha permesso di essere nella stessa stanza del presidente Obama, di scrivere reportage, stringere la mano alla sorella di Martin Luther King e parlare con decine di persone che nel sud avevano conosciuto la segregazione.

Cosa vuol dire per lei essere una giornalista? Significa non avere i paraocchi, ma uscire di casa sempre con un atteggiamento curioso, interrogatorio e trovare così storie interessati. Per me un giornalista è un professionista empatico, che sente gli altri, tormentato dalla vita e onesto come mi ha insegnato Anna Guaita, storica corrispondente de Il Messaggero e maestra di penna. Non l’ho inoltre mai considerato un lavoro in solitaria. Per essere sempre stimolata ho bisogno del confronto. Per questo da un anno ho iniziato a scrivere a doppia firma con una cara collega e amica, Manuela Cavalieri tra cui il reportage pubblicato poche settimane fa da Repubblica sull’eroina bianca uccisa a Selma ai tempi delle lotte contro l’apartheid.
Consiglierebbe a una ragazza l’esperienza americana? Certo, l’unico consiglio è di avere le idee chiare, altrimenti questa città ti ingoia e spesso il tempo passa, senza rendertene conto. Non è facile trovare l’occasione giusta. Chi ci riesce è perché oltre alle competenze ha anche molto coraggio, creatività, intuito, perseveranza, ottimismo e ovviamente anche un po’ di fortuna.

* La Donna Sarda

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