TORTURATO DAI FASCISTI RIFIUTO’ LA GRAZIA, LUI SAPEVA DA CHE PARTE STARE: DIDDINU CHIRONI, UMILE EROE D’ALTRI TEMPI


di Ignazio Dessì

Schivo, umile, poco celebrato. Per troppa modestia, non per demerito. Onesto e coerente con i propri ideali, generoso e pronto a pagare con la vita l’avversione alla dittatura. Si potrebbe definirlo un eroe d’altri tempi o forse, semplicemente, un grande uomo. Giovanni Agostino Chironi, per la sua gente soltanto “Diddinu”, era nato a Nuoro nel 1902. Tipografo di professione, perse il lavoro alle Ferrovie Sarde per le sue idee politiche. Fu condannato, incarcerato e torturato dal regime fascista ma non chinò mai la testa. Non confessò e non tradì i compagni di lotta. La sua volontà rimase dritta come una torre incrollabile, innalzata contro l’ingiustizia e la mancanza di libertà. Dopo la liberazione fu il primo segretario provinciale del Pci nuorese e sedette in Consiglio comunale. L’oblio del tempo ha sbiadito la sua figura, ma un libro di Marina Moncelsi – Presidente dell’Istituto per la Storia dell’Antifascismo e dell’età contemporanea nella Sardegna Centrale – la ripropone all’opinione pubblica in tutta la sua bellezza. Un lavoro mirabile, un tributo alla sua memoria. Ma soprattutto un’opportunità di arricchimento, per chi l’ha dimenticato, per chi non l’ha conosciuto e soprattutto per chi pensa ad un mondo dove la dignità e i valori umani possano costituire un esempio da seguire.

Professoressa Moncelsi, chi era Giovanni “Diddinu” Chironi? “Un grande uomo, e tuttavia modesto. Ebbe tante occasioni per raggiungere vette più alte, per sfruttare il suo vissuto e conquistare ruoli sociali, ma scelse di non farlo. Era il suo carattere. Fece cose enormi ma era convinto di aver fatto solo il suo dovere”.

Cosa significava in quel periodo? “Significava battersi per difendere la dignità umana in tempi in cui non era facile, perché voleva dire contrapporsi alla violenza del regime”.

E non sapere fino in fondo che prezzo si sarebbe pagato? “Quando, emigrato a Roma, decise di lavorare in clandestinità per la ricostituzione del Partito comunista Chironi era consapevole di quanto rischiava. Del resto Gramsci, col quale era in contatto, era stato arrestato e se era toccato al fondatore del Pci, un parlamentare, come poteva sperare di scamparsela lui, un ‘signor nessuno’? Eppure non poteva sottrarsi al combattere l’ingiustizia. Finì inevitabilmente in carcere nel ’28, dopo essere stato fermato una prima volta nel ‘26”.

Fu in quell’occasione che incontrò il fondatore del Partito Comunista Italiano? “In realtà lo ri-incontrò perché l’aveva conosciuto durante l’attività clandestina nella Capitale. Gramsci gli aveva dato l’incarico di costituire nuove cellule del Pci nel territorio nuorese. Lo incrociò in prigione e, come lui racconta con commozione, l’unica possibilità fu quella di parlarsi con gli occhi, perché tutt’e due erano in traduzione e con i ferri ai polsi”.

In carcere patì vessazioni di ogni tipo eppure rifiutò la grazia, come altri grandi uomini tipo Sandro Pertini. “Sì, ebbe dignità e coerenza ferree. Io ho rinvenuto la lettera con cui il padre avviò la richiesta di grazia. Ma quando gli sottoposero il documento lui rifiutò di firmare. Sostenne di non essere lui a dover chiedere scusa, ma altri a dovergliele porgere. Fece quattro anni e mezzo di carcere e uscì con l’amnistia del decennale della marcia su Roma. Nel 1932 rientrò a Nuoro, dove lavorò come tipografo, sempre sotto l’occhio vigile dell’OVRA. Ciò non gli impedì tuttavia di mantenere rapporti con l’antifascismo locale fino alla Liberazione nel ’45”.

Cosa avrebbe significato firmare? “Arrendersi, fare un compromesso con il male che stava combattendo. In definitiva cedere”.

Il periodo fascista fu difficilissimo per gli oppositori, si aveva a che fare con delatori e traditori, con un’intera realtà sociale che in linea generale aveva ceduto al regime. Era infinitamente più facile piegarsi che tenere la schiena dritta. “Sì, ma dirò una cosa incredibile: lui sapeva benissimo chi l’aveva tradito eppure non fece mai quel nome. Una volta affermò di averlo dimenticato. Ma non era così. Semplicemente scelse di non inveire. Credo avesse una sorta di comprensione per la difficoltà altrui, per chi poteva aver problemi a capire la gravità del momento. Comprendeva quale fosse la situazione politico-sociale e la sua complessità”.

Una coscienza vigile e accorta con un animo sensibile? “Già dal 1922 dimostrò la percezione di ciò che sarebbe stato il fascismo. Aveva un intuito unico, unito a una umanità grandissima. E non aver mai sviluppato odio nei confronti di chi gli aveva fatto tanto male lo pone al di sopra della media dei contemporanei, ne fa un uomo fuori dalla normalità e di enorme levatura morale”.

Eppure subì in pieno le brutture del regime fascista. “Basti pensare che in prigione fu torturato e perse un occhio a causa delle percosse subite”.

Difficile credere non covasse sentimenti di rivalsa. “Fu il primo segretario provinciale del Pci dopo la liberazione, nel ’45, e avrebbe potuto prendersi molte rivincite, morali e non solo. Soprattutto perché fu componente della Commissione per la defascistizzazione. In quella posizione avrebbe davvero potuto avere le sue rivalse, invece fu estremamente rigoroso e giusto anche in quel ruolo”.

Lei nel libro parla però di intransigenza ferrea verso chi era stato dalla parte sbagliata. “Certo, operò sempre una cesura nettissima tra chi fece una scelta di campo e chi ne fece un’altra. Ma non cercò mai la vendetta personale”.

Sempre coerente con la sua visione politica? “Fu sempre un uomo di partito. Dava una interpretazione storica del destino che gli era toccato e con la sua militanza voleva contribuire a costruire un Paese migliore. Fu questa la sua aspettativa di vita. Non cercò facili ascese politiche o di carriera, come avrebbe potuto per la notorietà e credibilità di cui godeva. Del resto fu l’unico nuorese condannato dal Tribunale Speciale, a parte Antonio Dore, ovviamente, ma lui non era di Nuoro”.

Nella sua biografia ci sono anche gustosi risvolti di vita privata. Intensa e poetica la storia d’amore con “Chicchina” Fadda, la compagna di tutta una vita. “La conobbe al rientro dal carcere. ‘Chicchina’ viveva vicino alla tipografia dove lui prese a lavorare e si innamorarono. Quando la “chiese” come si diceva allora, il padre di lei avversò il rapporto perché non accettava un fidanzamento della figlia con uno ‘scacciato dalla bandiera’. Uno messo fuori dalla legalità, insomma. Per questo lei andò via di casa, vissero a lungo insieme ed ebbero molti figli. La primogenita, Antonietta, è stata una grandissima soprano, fondatrice della Scuola civica di musica. Lavorò a lungo anche per il conservatorio di Sassari. Fece molto in definitiva per la musica sarda. Lei è morta ma i fratelli -tranne una sorella – sono tutti a Nuoro”.

La nota persistente di questa esistenza è stata la coerenza unita alla purezza d’animo e la gente glielo riconosceva. “Sì, fino alla fine. Diddinu volle infatti un funerale civile, senza cerimonia religiosa. Ma come dimostrano i filmati di una tv locale che ho rintracciato vi partecipò una folla oceanica. Arrivò anche la banda musicale di Sassari ed eseguì le musiche del repertorio classico a lui tanto care. Da ragazzo aveva suonato la tromba nella banda cittadina e quello fu il tributo dovuto alla sua vecchia passione. Alla fine si diffusero le note della messa da requiem di Mozart, il suo preferito, e molti scoppiarono in lacrime”.

Una grande colonna sonora per la fine di una grande vita. Ma la lezione di un uomo simile a cosa può servire, in un periodo di revisionismi e spregio di valori ideali anche a sinistra? “Io spero possa servire a tanti per nascondersi la faccia”.

Può essere invece utile a chi si augura che certi valori possano tornare, ai giovani che gli uomini di quel periodo non hanno conosciuto? “Sì, io dedico il libro soprattutto ai giovani. Pensavo non interessassero queste storie, ritenevo fossero fuori moda. Invece quando l’ho raccontata a mio nipote adolescente lui mi ha incitata a scrivere il libro. L’ha definita una storia interessantissima, e ciò mi ha dato speranza, spronata a riporre in loro nuove aspettative di cambiamento”.

In definitiva figure come quella di “Diddinu” Chironi insegnano che nella vita come in politica occorre fare scelte di campo, sapere da che parte stare. “Esatto. Ci insegnano che i valori dovrebbero essere impegno di vita, non soldatini di piombo con i quali giocare. Che bisogna essere coerenti con un progetto di società e di schieramento. Che i valori non si possono cambiare continuamente per mero tornaconto elettorale o personale”.

E Diddinu seppe fare la sua scelta. “Proprio così. Se Giorgio Amendola non avesse già scritto un libro con quel titolo, il mio l’avrei sicuramente intitolato Una scelta di vita”.

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