ODISSEA DELLE DONNE NELLE MINIERE DELLA SARDEGNA: CON SERENA GUIDONI, TAVOLA ROTONDA ALL’ASSOCIAZIONE “SEBASTIANO SATTA” DI VERONA


di Annalisa Atzori

L’Associazione dei Sardi Sebastiano Satta di Verona in occasione della ricorrenza dell’otto di marzo trova ogni anno  il modo originale e costruttivo per rendere omaggio la donna. La donna in generale e la donna sarda in particolare. La giornalista Serena Guidoni (www.ladonnasarda.it)  ha accompagnato gli ospiti della sala Efisio Maxia attraverso un viaggio, alla scoperta dell’odissea delle donne sarde nelle miniere, tornata alla ribalta grazie ai recenti eventi dell’ Igea.

La donna è da sempre associata a un termine: ribelle. Le donne lottano per i diritti negati, per il diritto al lavoro, per la possibilità di portare le minigonne, per l’aborto, per il divorzio. Tutti queste battaglie sono state simboli, importanti e irrinunciabili.

La Festa della Donna dell’8 di marzo ricorda le conquiste sociali, politiche ed economiche ottenute, ma anche le discriminazioni e le violenze che vedono le donne ancora oggetto in molte parti del mondo.

Non si parla di Femminismo, infatti il rapporto Uomo/Donna è essenziale, in un’ottica di cooperazione e condivisione. Le donne però hanno da sempre lottato con coraggio senza delegare nessuno, né gli uomini, né il sindacato, né le istituzioni. Hanno lottato mettendosi in gioco in prima persona.

Riguardo al movimento operaio in miniera, la Guidoni ricorda tutte quelle donne, ragazze e persino bambine che erano assunte in miniera per fare un lavoro mal retribuito, quello di cernitrici del minerale. Spaccavano, sceglievano, insaccavano il minerale estratto, lavoravano il doppio degli uomini, per essere pagate la metà. Le donne erano utili, umili e silenziose. Il lavoro duro e massacrante al quale erano sottoposte provocò anche numerose vittime: il 4 maggio 1871 a Montevecchio undici donne (la più anziana, Rosa, aveva cinquanta anni, la più giovane, Anna, ne aveva appena undici) morirono per il crollo del tetto della baracca in cui riposavano. Dalla perizia Giudiziale eseguita sul posto e dal rapporto del Sottoprefetto di Iglesias risultò che di quelle morti nessuno pagò per l’incuria di aver costruito maldestramente una vasca traballante sopra il tetto della baracca. Un terribile incidente dovuto alla fatalità… A queste povere vittime è stata ridata memoria grazie al libro di Iride Peis Concas “Donne e Bambine nella miniera di Montevecchio” (Pezzini editore).

E di donne che lavoravano in miniera ce n’erano tantissime, nonostante la superstizione le volesse lontane dai posti di lavoro e dalle navi, come accadeva per i preti. Donne che entravano in miniera da ragazzine e che sacrificavano interamente la loro gioventù, spesso violentate e ricattate dai caporali, dovevano molte volte tornare a casa con i figli “dell’imbroglio” da accudire da sole, abbandonate.

D’altra parte i responsabili delle miniere risparmiavano sui costi della sicurezza, pretendendo dagli uomini e soprattutto dalle donne produttività sempre più alta, pause sempre più brevi e multe per chi non restava al passo con il lavoro.

I lavoratori, ribellandosi ai soprusi subiti, cominciarono a organizzarsi e a fare sciopero. Nel 1904, a Buggerru, durante uno sciopero al quale aderivano circa 2000 operai e operaie, l’esercito sparò sui manifestanti, uccidendone quattro e ferendone undici. Era il 4 settembre.

Lo sciopero era partito dal fatto che esisteva un’enorme disparità di trattamento economico tra i minatori sardi e quelli di altre regioni d’Italia. Inoltre, la pausa tra il lavoro mattutino e quello pomeridiano era stata ulteriormente accorciata.

Dopo l’eccidio di Buggerru, la Camera del Lavoro di Milano proclamò uno sciopero generale nazionale, che durò dal 16 al 21 settembre 1904. Aderirono lavoratori italiani di tutte le categorie.

Il 18 marzo 1913, sempre a Buggerru, altro grave incidente sul lavoro. La tramoggia che conteneva il minerale grezzo nel silos non resse il carico, una griglia cedette. Rimasero uccise quattro cernitrici, Maria di trentaseianni, Anna di ventiquattro anni, Laura di venti anni e Anna Rosa di quindici anni. Tra i feriti, due donne di trentatré anni e un ragazzino, di appena quattordici anni.

Nel 1951 a Guspini si tenne un convegno per la costituzione di un organismo denominato “Associazione Donne delle Miniere”. Erano per lo più mogli di minatori, disposte a lottare a fianco dei loro uomini per la difesa e lo sviluppo del bacino minerario. Chiedevano assistenza per i figli dei lavoratori, assistenza medico-ospedaliera per le famiglie degli operai, alloggi e condizioni di vita umani. Queste donne denunciavano il continuo ripetersi in miniera d’incidenti spesso mortali e il dilagare di una malattia data dalla prolungata esposizione al biossido di silicio, detta “silicosi”.

L’azione delle donne e il loro ruolo attivo nel coinvolgimento di grandi strati della popolazione determinarono la vittoria dei minatori con l’occupazione dei pozzi a Montevecchio nel 1961.

E oggi? La protesta delle lavoratrici dell’Igea, società di bonifica in liquidazione, ha riportato alla ribalta il ruolo attivo delle donne nelle rivendicazioni dei diritti calpestati. La Regione aveva ancora una volta disatteso qualsiasi tipo d’impegno non solo al pagamento degli stipendi arretrati di lavoratori ma anche la presentazione di un serio piano di rilancio. E così le donne delle miniere del Sulcis hanno occupato con un blitz notturno le gallerie e, insieme ad altri operai, hanno fermato le pompe di approvvigionamento idrico della cittadina di Campo Pisano. Le trentasette operaie sono rimaste una settimana asserragliate nel cunicolo della miniera, hanno lasciato a casa mariti e figli per combattere la loro battaglia, decise più che mai a non mollare sino a ottenere certezze, non solo per gli stipendi ma anche per il futuro della loro azienda. La stretta di mano tra le manifestanti e l’assessore regionale dell’Industria (donna pure lei) Maria Grazia Piras è avvenuta il 4 dicembre 2014, davanti all’umida galleria di Monteponi. E’ stata un’azione di protesta senza precedenti.

Al termine del dibattito, è seguita l’esibizione del gruppo “Musica di Sardegna” con l’associazione Launeddas di Vittaputzu. Le “launeddas” sono strumenti musicali antichissimi costruiti con canne palustri, tagliate nel corso del plenilunio di febbraio e lasciate poi a stagionare per almeno tre anni. Gli artisti, unitamente alla splendida voce della cantante Valeria, hanno preso parte anche alla celebrazione della Santa Messa domenica 8 marzo, presso la Chiesa Parrocchiale di S. Antonio Abata a Chievo, con suoni e canti sacri della tradizione sarda.

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