LA DONNA CHE ALLENA IL TALENTO CHE FA GOL: L’AMORE PER IL CALCIO DI MANUELA TESSE

Manuela Tesse

di Federico Ginesu

I primi calci al pallone per strada quando giocava coi maschi, poi a 12 anni l’esordio nell’ex Uomo Sassari, oggi Torres. Manuela Tesse, unica donna sarda allenatrice di calcio, nasce come giocatrice dal palmarès invidiabile: scudetti, Coppa Uefa e maglia azzurra per nove anni consecutivi. A 28 anni lo stop forzato a causa di alcuni infortuni e la decisione naturale di continuare a coltivare la sua grande passione, il calcio, intraprendendo la carriera di allenatrice. «Mi divido tra sport e il mio lavoro di agente immobiliare. All’inizio ho fatto la gavetta, preparando una squadra di serie B», poi l’esperienza in Canada e di nuovo in Italia in serie A con la Torres per vincere scudetto, due supercoppe italiane e la qualificazione ai quarti di finale di Champions League. «Sembra strano, ma nel calcio femminile ho vinto in 2 anni più titoli io che i colleghi uomini». Esperienza conclusa ormai dal dicembre 2014, ora la Tesse allena l’Atletico Oristano formazione che milita in serie B, perché «Non importa quale squadra alleni ma come la alleni».  Fare l’allenatrice di calcio femminile non è facile. Significa essere anche il preparatore atletico, organizzare le trasferte, fare l’autista alle ragazze. Pochi finanziamenti e scarsa attenzione mediatica, perché il calcio maschile in Italia è lo sport nazionale, che catalizza l’attenzione e fagocita lo sport al femminile che, comunque, vede tante donne protagoniste. Il segreto per emergere e non mollare è dedizione, formazione continua e amore incondizionato per lo sport. «Quando ho frequentato il corso per allenatore professionista eravamo solo due donne contro 56 colleghi maschi. Ora insegno nei corsi Uefa B dove è obbligatorio studiare il calcio femminile»

Che differenze ci sono tra calcio femminile e maschile? «Il calcio praticato dalle donne è il calcio della purezza, incorrotto, dove vale solo il gesto tecnico». Uno sport che riempe gli stadi, perché è il gioco in cui si rispettano le regole divertendosi. «È come vedere il calcio con gli occhi di un bambino». Uno sport che ti insegna a credere in te stessa, aiuta a sviluppare il talento e a centrare quelle grandi soddisfazioni che hanno il sapore del tricolore sulla pelle. Il calcio femminile sfata anche il tabù che vede le donne poco propense a fare squadra: «È complicato allenare 22 donne, ma è fattibile. Ci vuole polso e comprensione, poi dopo ti innamori della tua squadra e quando la senti tua viene tutto naturale». Il modello di riferimento è Pep Guardiola, ma anche Antonio Conte non dispiace. La Tesse spera che in Italia il calcio femminile possa avere più visibilità e sovvenzioni che permettano a questo sport di crescere. «Stiamo sviluppando un centro federale per le bambine a Sa Rodia, in provincia di Oristano, dove raduniamo le ragazzine che vanno dai 8 a 16 anni. È facile motivare le ragazze, specialmente se hanno giocato in una squadra maschile, esperienza che forgia e fortifica». L’allenatrice crea la squadra, la guida, è capace di gestire al meglio quello che la società le mette a disposizione. Pronta a raggiungere il suo obbiettivo: veder sbocciare le sue ragazze, aiutandole a crescere.

* La Donna Sarda

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