LE SORELLE RITROVATE: STORIA DI EMIGRAZIONE ED ARTE PER ANNA, BICE E MIMI’ SECHI


di Valentina Orgiu

A Torregrande, in un lungomare tranquillo, orlato da alti pini, si respira sempre aria d’estate. Un misto di fiori di giardino, di erba tagliata, di sole e di aria calda. Come una specie di promessa fin dal primo mattino.  Per le sorelle Sechi – Bice, Vanina, Maria (Mimì) – quel lido sabbioso così profumato significa casa, un luogo “dell’anima” che le accoglierà per tutta la vita. Il Comune di Oristano ha voluto premiarle con la Stella d’Argento per i meriti scientifici, sociali e artistici, la loro storia di donne straordinarie torna alla luce, in ogni piccolo ma significativo dettaglio. Vanina, la maggiore, nasce a Oristano nel 1924. Prima di cinque tra fratelli e sorelle, trascorre la sua infanzia tra Cagliari e Oristano, e conosce gli anni della guerra e dei tragici bombardamenti del maggio 1943, che distruggeranno la sua casa in piazza San Benedetto. Dopo la maturità classica al Liceo Dettori, nel 1951 si laurea con il massimo dei voti all’Università di Firenze.. Bice, invece, nasce a Cagliari nel 1928. Si laurea in Fisica nell’Ateneo del capoluogo, dove consegue anche il Dottorato di ricerca, e nel 1952 comincia a lavorare all’Università di Padova come Assistente nell’Istituto di Fisica.

Maria, per tutti Mimì, nasce nell’agosto del 1933. Si laurea a Cagliari in Lingue straniere e, dopo alcuni anni di insegnamento nelle scuole superiori, continua la carriera all’Università dove diventerà dapprima ricercatrice e poi professore Associato di Letteratura Tedesca Moderna e contemporanea. Dotate e intraprendenti, le sorelle Sechi rifuggivano la descrizione stereotipata della figura femminile di quegli anni. Donne moderne, contemporanee nella loro essenza. Un privilegio che gli derivò certamente dall’ambiente familiare in cui nacquero e crebbero. La madre, Lina, era sorella di Dino Giacobbe, antifascista che fondò il Partito Sardo d’Azione insieme a Emilio Lussu. Il padre, Giuseppe, aprì proprio ad Oristano la prima agenzia marittima della Sardegna. Fin da bambine conobbero il piacere della lettura e delle arti, grazie anche alle frequentazioni della mamma, insegnante elementare alla scuola ‘Riva’ di Cagliari, amica di Francesco Ciusa, e talentuosa tessitrice di colorati ed elaborate creazioni. «Mia nonna era una donna molto colta e intelligente. Aveva una manualità straordinaria e dava vita a bellissimi tappeti e cestini», ricorda Laura, figlia di Paolo, ultimo maschio della famiglia Sechi. Si deve a questa giovane nipote il ricordo delle ‘zie d’America’. Bice, che a Padova conobbe il suo futuro marito Gus Zorn, di origine statunitense e anch’egli professore di Fisica, lavorerà fino al 1962 in prestigiosi istituti e laboratori americani ed europei, per poi trasferirsi definitivamente negli Stati Uniti. Studiosa apprezzata in tutto il mondo, Bice darà grande impulso allo studio delle particelle subatomiche chiamate iperioni e alle interazioni tra loro, nonché allo studio dei buchi neri. Tutt’oggi, nell’Università del Maryland, è attivo il fondo istituito nel 1985 e una borsa di studio intitolata ai coniugi Zorn.

«Il rapporto con Bice era basato su un profondo affetto. Era molto legata a mio padre e si somigliavano anche fisicamente». Bice, in quegli anni, faceva ricerca nel gruppo di lavoro del futuro Nobel per la fisica, ma non aveva bisogno di raccontare di se stessa. Era fatta così: semplice e amorevole. «Nel 1981 uscì l’album ‘La voce del padrone’ di Franco Battiato. Mi piaceva tantissimo, ma nessuno voleva comprarmelo. Lei mi fece una sorpresa e mi regalò la musicassetta. Fu contenta di avermi reso felice». Appena tre anni dopo, nel 1984, Bice morirà prematuramente a causa di un tumore. Molte legate tra loro, seppur profondamente diverse, le sorelle Sechi hanno segnato un’epoca, portando al di fuori dell’isola il loro universo di immagini e memorie familiari. Ma se a Bice il destino aveva riservato la scienza, a Vanina toccò in sorte l’arte.  Attraverso lo studio della dinamica del colore e i legami profondi tra arte e filosofia si consolida la sua personalità complessa. All’età di 28 anni, si trasferisce all’Università di Aarhus, ed è in Danimarca che Vanina inizia ad esplorare le tonalità livide e l’espressionismo tragico della pittura di Edvard Munch. Dopo soli quattro anni ottiene nell’Università di Yale una borsa di studio Fulbright, il programma di scambio culturale tra Stati Uniti e Italia, per la ricerca artistica e gli studi filosofici. È la prima donna sarda a recarsi nella prestigiosa università americana. Da allora non lascerà mai più il Nord America, stabilendosi dapprima a Washinghton, dove viveva anche Bice, e poi a Toronto, in Canada, dove insegnerà estetica all’Università. Spirito indomito, Vanina vive negli anni successivi il periodo d’oro “messicano” dove incontrerà la pittura latino-americana, lavorando con maestri come Rufino Tamayo. E poi ancora Toronto e Parigi.  Al rientro a Washington fonda la galleria “Vita Nuova” assieme alla sorella Bice. È il periodo della sua massima produzione artistica con la serie dei pesci denominata “Zeus Faber”, dal nome che Linneo dà al pesce San Pietro. Ma nel 1984, a causa dell’improvvisa morte di Bice, la galleria verrà chiusa per sempre. Vanina, sconvolta dal dolore della perdita dell’amata sorella che l’aveva sempre sostenuta nel suo percorso artistico, tornerà a Toronto, lasciando in un deposito i quadri un tempo esposti.  Dal Canada non si muoverà più se non per brevi soggiorni in Sardegna, nella casa di Torregrande, e per partecipare a mostre internazionali, ottenendo importanti riconoscimenti. Dalla fine degli anni ’90, però, si chiuderà sempre più in un isolamento che la porterà alla morte in solitudine a Toronto, nel giugno del 2008. «Il rapporto con Vanina era completamente diverso rispetto a quello che avevo con Bice. Lei era una donna dall’ego smisurato, parlava sempre e solo lei. Era bello ascoltarla mentre ci raccontava delle sue esperienze di vita, ma nei suoi confronti ho sempre nutrito un certo timore reverenziale», ricorda Laura. «Anche durante i suoi soggiorni a Torregrande, non faceva altro che dipingere: la sua vita era in funzione della pittura. In spiaggia raccoglieva la sabbia e sperimentava nuove tecniche pittoriche e polimateriche impastandola con il pigmento colorato. Per noi era la zia pittrice, un po’ pazza, con gli occhi stralunati e l’accento americano». Eppure spetterà proprio a questa nipote, una splendida donna oggi di 47 anni, mamma di due ragazzi, giornalista, food blogger e, più di ogni altra cosa ‘aspirante cuoca’, ricucire i fili dell’esistenza di quest’artista così complessa e raffinata. È lei che si occuperà di sbrigare tutte le questioni logistiche con le autorità canadesi, dal parlare con i medici fino all’organizzazione della sua cremazione. Ma, soprattutto, è lei che riporterà in vita l’immensa produzione artistica della zia, quelle opere che Vanina sistemò in un deposito una volta chiusa la galleria. «Non avevo riferimenti, né documentazione che potesse indicarmi un luogo preciso. Feci un tentativo e mandai delle mail a tutti gli storage di Alexandria, la cittadina dove le zie avevano aperto l’esposizione. Fui fortunata perché uno di loro mi rispose. Avevo ritrovato i quadri. Fu un’emozione grandissima per me e, soprattutto, per zia Mimì». Già, Mimì. La zia più cara a Laura. Quella più vicina, quella che l’ha cresciuta cullandola tra le braccia. Studiosa di germanistica, molto apprezzata in Italia e all’estero, è conosciuta in particolare per le numerose pubblicazioni sull’esilio in epoca fascista. «Avevamo un legame strettissimo», ricorda. «È sempre stata importante per me, son diventata grande grazie al suo amore e al suo sapere. Condividevamo le stesse passioni, per i libri e per la musica classica. La sua morte nel 2014, appena un anno dopo quella di mio padre, mi ha lasciato un grande vuoto». Ed è proprio zia Mimì ad insistere perché la nipote vada in America. Nel 2009, insieme al marito, Laura vola negli Stati Uniti per fare ordine tra le cose di Vanina e, soprattutto, per incontrare l’uomo che, per oltre vent’anni, aveva custodito le sue opere. È il momento di riportare a casa, in Sardegna, quel tassello mancante della vita di famiglia. I quadri, oggi, sono esposti nella mostra “Vanina Sechi: dalla filosofia al colore”, allestita nella Pinacoteca comunale ‘Carlo Contini’ di Oristano, nell’ambito della terza edizione di Oristano Letture/Visioni, progetto culturale diretto da Aldo Tanchis e Simone Cireddu.  Così, dopo tanto girovagare per il mondo, la sua opera pittorica torna nella città da loro tanto amata, e che ha voluto contraccambiare l’affetto con il premio “Oristanesi nel mondo”, voluto dal Sindaco Guido Tendas per esaltare il lavoro e le esperienze dei figli della città che si sono affermati lontano dall’isola. «Ricevere questo riconoscimento mi ha fatto veramente piacere perché erano donne che hanno un lasciato un segno del loro passaggio in questa vita. Sarò per sempre grata all’amministrazione di Oristano che ha saputo ritrovarle e valorizzarne la forza straordinaria».

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