UNA DONNA PER LA PATRIA: CAPITANO ADELASIA DIVONA, CON LA “BRIGATA SASSARI” NEL CUORE

Adelasia Divona

di Ilaria Muggianu Scano 

Adelasia Divona vive e respira i luoghi della Grande Guerra, quelli in cui la Brigata Sassari scrisse con inchiostro di sangue la storia d’Italia. A cento anni dal Primo Conflitto Mondiale e dall’istituzione del Corpo sassarino è una donna a narrarci quali emozioni e ideali muovano l’animo di chi decide di porre attitudini e abilità professionali a servizio della Patria. Un passato da campionessa nazionale di pallamano, Laureata a Palermo e Master tra Spagna e Stati Uniti, Capitan Divona svolge la sua attività di Sociologa per l’Esercito Italiano in Friuli, a perpetua disposizione dell’Esercito Italiano. 

Nella tua particolare posizione, come vivi le suggestioni di questo importante anniversario, e come lo vivi da donna? Il Friuli già da un anno celebra il centenario della Grande Guerra, e ci sono già state numerose occasioni in cui le gesta della nostra Brigata sono state ricordate da storici militari alla presenza di un folto pubblico, specialmente nel goriziano dove lo spirito dei Sassarini rivive nella Trincea delle Frasche con un monumento molto ben tenuto che ne ricorda il passaggio. Per me è stata una sofferenza non essere stata a Sassari il 1° marzo, perchè al momento sono richiamata in servizio a Torino. I Sassarini di inizio Novecento hanno incarnato i valori della società sarda, e questo basta a recuperarli alla contemporaneità della nostra memoria sociale, dal momento che hanno rappresentato, e continuano a rappresentare, con i Sassarini di oggi, un elemento distintivo della nostra cultura e della nostra storia di popolo.

Cosa significa appartenere alla Riserva Selezionata dell’Esercito Italiano? Significa essere un ufficiale delle forze di completamento volontarie dell’Esercito. La Forza Armata ha spesso bisogno di particolari professionalità per le proprie esigenze operative, addestrative e logistiche, in Patria e all’estero, che non sono disponibili al suo interno, e quindi ricorre al reclutamento di professionisti provenienti dalla vita civile in possesso di particolari requisiti d’interesse. 

Come nasce questa tua vocazione di servitore della Patria? Servire la Patria non dovrebbe essere una vocazione ma un dovere di cittadine e cittadini. A me è stata data l’opportunità di farlo con la divisa. Della riserva selezionata mi parlarono, per la prima volta due anni fa, l’allora Comandante della Brigata Sassari, Gen. Scopigno, e il suo Capo di Stato Maggiore, Col. Bruno, quando vennero a Udine per l’inaugurazione del monumento dedicato dal Circolo dei Sardi ai Sassarini della Grande Guerra. Mi chiesero di cosa mi occupassi e mi dissero che le mie competenze potevano tornare utili all’Esercito; mi suggerirono di fare domanda per la Riserva. Ma dietro questa casualità c’è uno spirito di servizio, nel voler dare un senso a quell’articolo 52 della Costituzione che recita “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino” (e della cittadina, aggiungo io), che non significa necessariamente difenderla in un ruolo “combat”, ma anche operare come specialista funzionale mettendo a disposizione la mia competenza. C’è poi una forte tensione ideale che deriva dall’insegnamento ricevuto in casa e dalla trasmissione di valori forti come il senso del dovere, della giustizia e della correttezza. Ma anche il richiamo alla nostra storia di “popolo in armi” degli ultimi cento anni, e il pensiero di mio nonno Sassarino, uno dei Ragazzi del ’99 che è riuscito a tornare a casa dal Carso, e alla Brigata Sassari che per me è Sardegna, è casa.

Ritieni che l’ambiente marziale conceda il giusto spazio all’espressione della tua essenza femminile? L’esercito non è proprio il posto dove una donna possa esprimere la propria femminilità. L’uguaglianza formale di tratto e di comportamento per donne e uomini è un elemento imprescindibile dell’organizzazione e del suo funzionamento. Però, da un punto di vista professionale, la competenza e le capacità che ho costruito in questi anni non possono prescindere dalla mia essenza femminile, che mi rende portatrice di un’esperienza di vita e di lavoro che può aprire una prospettiva innovativa in una organizzazione fortemente mascolinizzata come quella militare.

* La Donna Sarda

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