RITRATTO DI JOYCE SALVADORI LUSSU, LA RIBELLE PASSIONARIA

JOYCE SALVADORI LUSSU

di Federica Ginesu

Il messaggio era proprio lì. Arrotolato nel manico della valigia di fibra che una ragazza, bella come un’attrice di Hollywood, reggeva con finta noncuranza come se fosse la cosa più inutile e allo stesso tempo preziosa di questa terra. Aveva portato quel bagaglio in giro per l’Europa: prima in Francia, poi in Belgio passando per i Paesi Bassi e ora finalmente l’aveva trovato. La porta si aprì e varcata la soglia della casa del repubblicano Chiostergi in Rue Plentamour 20, a Ginevra, niente fu più come prima. Il mitico Cavaliere dei Rossomori, il misterioso mister Mill, il leggendario eroe sardo Emilio Lussu si trovò davanti una singolare partigiana, incantevolmente bella, alta, bionda con magnetici occhi verdi: Joyce.

La fiorentina Gioconda Joyce Salvadori, classe 1912, è una ragazza cresciuta in una famiglia di intellettuali antifascisti. In lei scorre il sangue delle sibille appenniniche e di quelle strane tribù anglo marchigiane formate da uomini italiani che ai primi dell’Ottocento avevano sposato delle ragazze inglesi. I genitori libertari e ribelli erano stati diseredati, a causa delle loro idee, dalle loro ricche famiglie di appartenenza. Il padre Guglielmo Salvadori, fervente antimilitarista è docente universitario di filosofia, mentre la madre inglese Giacinta Galletti è corrispondente del “Manchster Guardian”.

Fin dall’infanzia Joyce vive nelle ristrettezze, ma immersa nella cultura. Attraversa mano nella mano con la sua mamma gli incantati corridoi degli Uffizi per andare alle scuole elementari e partecipa sin da piccina alla storia. Assiste alle manifestazioni di piazza, viene picchiata da uno squadrista, capisce che il nero del fascismo è colore di morte e sa che il rosso, invece, è il colore amico, quello che simboleggia il rifiuto del regime. 
L’indigenza costringe Joyce a non andare più a scuola, ma non è un sacrificio. Legge tantissimo, ha un gusto matto per lo studio che per lei è divertimento senza imposizioni. Ai giochi inventati, preferisce i libri: divora senza limiti Grazia Deledda e Maupassant passando per Goldoni, Shakespeare e la letteratura erotica francese. Il padre le insegna la storia, il latino e il greco, la madre invece le lingue straniere: francese, inglese e tedesco. La cultura diventa per lei rivalsa e compensazione, le consente di camminare a testa alta e supplisce al misero decoro di abitudini di vita molto spartane.

Joyce cresce insieme ai fratelli Max e Gladys circondata da stimoli continui e dall’amore incondizionato dei suoi genitori, ma la violenza di punto in bianco irrompe nella sua vita. I fascisti piombano nella sua casa portando via il padre e il fratello. Quando tornano, i due sono maschere di sangue coperte di lividi. È un trauma che non semina paura, ma sdegno e rabbia. Joyce si sente però una privilegiata, fiera di appartenere a gente coraggiosa, anche se lei, bambina undicenne non è che una spettatrice, ma già pronta a diventare protagonista. I Salvadori vivono da quel momento in perenne esilio, lasciano l’Italia e riparano in Svizzera.
Joyce frequenta la Fellowship school di Ginevra e impara in quegli anni che la casa non è solo il pezzetto di territorio in cui vive, ma l’intero pianeta. 

È una cittadina del mondo sempre in viaggio per conoscere, scoprire e sapere. Dopo la maturità classica conseguita da privatista, decide di iscriversi in filosofia ad Heildeberg in Germania per cercare di emulare il padre. Per mantenersi agli studi fa ogni tipo di lavoro: dà lezioni private, diventa istitutrice in Libia, copia manoscritti a macchina, insegna in un collegio femminile. Ma l’università si rivela una grande delusione, il nazismo irrompe nella vita accademica e la costringe a spostarsi in Tanzania, decidendo poi infine di tornare in Europa. 

L’Italia è per Joyce un paese che rivive nei suoi ricordi d’infanzia, una patria che le era stata sottratta e che lei rivuole indietro. Riprende i rapporti mai del tutto interrotti con Giustizia e Libertà, organizzazione politica antifascista, a cui il fratello Max aveva aderito sin dal principio. Il ragazzo sconta il confino nell’isola di Ponza e le affida un messaggio per l’uomo che in codice era per tutti Mister Mill. Era bastato uno sguardo, un semplice riconoscersi. E fu subito da quell’istante amore grande, un sentimento che diventava moto dell’anima eterno e fuorilegge che esplodeva portando in quel magico istante già tutto: una prepotente attrazione fisica e una perfetta e vivace comunanza di valori, ideali, pensieri. Due cuori e due menti, due anime e due spiriti che si legavano per fondersi insieme per sempre.

Emilio Lussu era leggenda, il figlio di pastori contadini che era diventato avvocato e deputato, fondatore del Partito Sardo d’Azione, aveva respinto l’assalto delle camice nere a Cagliari in piazza Martiri davanti alla sua casa e aveva ucciso un fascista. Incarcerato ingiustamente, si era ammalato di tubercolosi, spedito al confino ed evaso da Lipari. Eroe rivoluzionario, scrittore del libro proibito La Catena, un dio mortale che stregava le masse con le sue capacità oratorie e i suoi modi a metà tra il bandito e il nobile, ma anche uno scapolo quarantenne impenitente, convinto che la sua vita instabile, come un soffio di vento, non fosse conciliabile con una storia d’amore seria, men che meno con una convivenza o col matrimonio.

Joyce cerca di fargli cambiare idea con tante discussioni e confronti, ma anche fatti. E non era facile, dover dimostrare ad Emilio che un legame stabile non era un ostacolo che limitava, ma anzi dava equilibrio, serenità, metteva a posto ogni cosa. Tra incontri fugaci e brevi e lunghe separazioni, pazienza infinita e fiducia costruita passo dopo passo, Joyce riesce a far capire a Emilio che è lei la compagna giusta per lui. Nella vita clandestina Joyce si rivela preziosa; di più, insostituibile. Lo salva dal carcere e lo aiuta a superare qualsiasi confine.

Da Parigi, conquistata dai nazisti, alla fuga disperata fino ad Orleans e poi a Marsiglia dove la bellissima partigiana Joyce diventa una falsaria che salva la vita a profughi provenienti da mezzo mondo che vogliono scappare dagli orrori e dalle persecuzioni della guerra. Impara a imitare qualsiasi timbro o bollo per realizzare passaporti falsi. Il lavoro è certosino, perfetto, maniacale, ma Joyce è bravissima. 
Si spostano poi a Londra. Mentre Emilio cerca appoggi ai suoi progetti, lei va in un campo di addestramento militare. Veste l’uniforme, impara a servirsi delle radio trasmittenti e riceventi, dell’alfabeto morse, a sparare e a usare gli esplosivi.

Mentre Lussu viaggia tra Stati Uniti e Malta, rischiando la vita e cercando di tessere relazioni proficue perchè l’Italia si liberasse dal fascismo, Joyce torna in Italia, è sempre in prima linea, passa fronti e frontiere, finisce in carcere, ma riesce sempre grazie ad intelligenza e astuzia a cavarsela. Tra i due non è però mai vera separazione. “Due persone che che hanno un profondo e costante desiderio di stare insieme non si separano mai del tutto, anche se stanno in luoghi diversi” scrive Joyce ne “L’olivastro e l’innesto”. Tra loro è pura telepatia, fatta di sensazioni quasi irreali e sogni premonitori.

Dopo la liberazione del 25 luglio 1943 Joyce ed Emilio si danno appuntamento a Roma, ma Emilio non arriva. Dopo tre giorni di attesa Joyce va ad Imperia in preda a un presentimento, sa che Emilio sta arrivando. Aspetta sul marciapiede e nel treno lo scorge al finestrino alla sola stazione a cui si era affacciato.
Joyce rimane incinta e i due, nell’appartamentino che aveano occupato a Roma, nel giorno della liberazione della Capitale il 6 giugno 1944, davanti a un assessore e una portinaia, si sposano.

È stata una decisione politico-culturale quella di portare il nome del mio compagno” spiega Joyce a Silvia Ballestra in “Joyce L., una vita contro”, ed. Baldini e Castoldi.  Ma la ribelle passionaria non è tagliata per essere la moglie del politico, prende il bambino e parte in Sardegna per conoscere meglio la terra del suo uomo. E con ruvida determinazione si innamora fatalmente dell’Isola, scheggia di un continente antico, terra di contrasti, dove breve è il solco e dura la zolla.

La sua anima si lega alla Sardegna, al villaggio nuragico di Armungia dove Emilio è nato. “Non ci sono solo radici, ma ci sono anche gli innesti”, vite intrecciate, due storie e una sola voce. L’incontro con l’Isola è come innamorarsi di nuovo di Emilio, la spinge a nutrirsi di radici non sue, allarga la mente e la spinge a uscire dall’ombra del compagno di una vita. 

Joyce ha un’ansia di vita che va placata, è sempre in viaggio, incontra rivoluzionari, traduce i poeti che combattono per la libertà, partecipa al movimento femminista e scrive tantissimo. È attivista politica e narratrice atipica che usa la scrittura per comunicare e raccontare la sua vita intensa sempre in trincea. Come una sibilla dedica tutta la sua vita alla conoscenza del mondo e della società. Forte della sua conoscenza, era strega che rinnegava l’ordine patriarcale violento e segregante che annullava l’identità femminile silenziandola. 

Irriverente, ironica e ribelle sceglieva per non essere scelta, perché animata da un sentire diverso, in cui vocazione e impegno civile si legavano a indignazione e battaglie per cambiare il pianeta. Ci vuole il coraggio di essere se stesse per superare la paura, ma è l’unica strada. E lei donna immortale, senza tempo così scriveva :

“Certamente, domani saremo donne diverse, compagne e non più complici o nemiche di uomini diversi, in una società costruita insieme, come conquista e promozione e non più come condanna”.

* La Donna Sarda

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