L’ISIS, LA PROPAGANDA MEDIATICA E IL TERRORE DI CIO’ CHE NON VOGLIAMO CONOSCERE


di Laura Berti

Le bandiere nere dell’Isis oscurano il sole libico. Un’immagine che piacerebbe molto agli artefici degli spot pubblicitari del califfato. Piacerebbe parecchio perché dal punto di vista mediatico è un’immagine forte , evoca paura di forze oscure che emergono da un passato arcaico, forze spietate, selvagge, incontrollabili, vendicatrici delle innominabili nefandezze di cui l’occidente corrotto, lascivo e senza dio, si e’ macchiato.

Ho parlato di spot non a caso, riferendomi ai filmati diffusi da Isis. Perché di questo si tratta, di spot. I video realizzati dal califfato nero, non fosse per l’orrore delle immagini finali, sono molto simili a video musicali o pubblicitari. Perfino il pilota giordano che sarebbe stato bruciato vivo all’interno di una gabbia, nei momenti precedenti alla sua morte si vede camminare nel mezzo di una zona desertica, si guarda intorno con sottofondo musicale.

A cosa serve questa efficace campagna promozionale?
Si e’ detto e ripetuto: a fare proseliti nei vari paesi occidentali fra le masse di immigrati, spesso di seconda generazione, pieni di rabbia perché rimasti ai margini delle nostre società’ opulente.
I simboli che troviamo nei video evocano infatti le loro origini nella lingua, nei colori, nei paesaggi che nell’immaginario di giovani figli di immigrati (che vedono i genitori lavorare duro in una realtà che non li integra ) sono simboli di “casa”, di riscatto, di ritorno alla loro terra di origine.

L’is come punto di riferimento comune a giovani che punti di riferimento nei paesi in cui vivono ne hanno pochi. Ma non e’ soltanto la ricerca di proseliti il fine dei video del califfato. L’altro obiettivo e’ diffondere il terrore in occidente, creare quella confusione che nasce dal panico, per provocare reazioni violente. La motivazione e il fine ultimo di tale strategia non vuole essere ora tema di discussione.
Vorrei invece cercare di analizzare i mezzi che usa l’is per spaventare l’occidente. Dicevamo all’inizio, sono video ben girati, spesso con più di una telecamera. Il montaggio e’ accurato, buona la qualità. E utilizzano le tecniche e il linguaggio occidentale per veicolare i messaggi voluti. Il massimo di questo tentativo e’ raggiunto con il rapimento del giornalista britannico, costretto a raccontare la verità dell’isis ma con un linguaggio che e’ quello anglosassone… Solo le sigle dei video ammiccano a gusti più orientali. Il resto della confezione e’ squisitamente occidentale.

E i contenuti? Evocano tutti i maggiori terrori dell’occidente. Scelti da chi le paure dell’occidente le conosce molto bene perché qui e’ nato e qui ha studiato, assorbendo la nostra cultura… Pensiamo ai film sui sopravvissuti ad una guerra nucleare o ad una catastrofe naturale: quante pellicole del genere ha sfornato Hollywood? E ciò che in quei film si vedeva era una società’ che tornava ad essere tribale…

Perché ad esempio i visi della maggior parte dei combattenti Isis sono coperti come quelli dei guerrieri ninja? Perché si vedono avanzare a cavallo , con i piedi nudi sulle staffe mentre brandiscono le bandiere nere? Quanti di loro arrivano realmente a cavallo, visto che dispongono di un discreto quantitativo di furgoni della Kia, come si nota in altre parti dei video? E perché la scelta del nero? Tutto per creare un clima di terrore. Esattamente come le esecuzioni filmate e la modalità’ con cui vengono uccisi i prigionieri. Onestamente, nel momento in cui viene decisa un’esecuzione, che bisogno c’e’ di uccidere torturando?

Il bisogno nasce dalla volontà’ di terrorizzare l’occidente , dare un’idea di sopraffazione e potenza e di dare una soddisfazione sadica a tutti coloro che sono pronti a combattere a fianco del califfato, una soddisfazione che , in minima parte, allevia la frustrazione di chi e’ rimasto ai margini. Oltretutto è bizzarro che nella storia dell’umanità, tranne qualche eccezione, chi compiva atrocità’ ha sempre teso a nasconderle, mentre qui, la brutalità’ viene esibita con molto compiacimento.

Detto questo vorrei fare una riflessione sul terrore che evocano questi video, ma anche le notizie riportate e a volte mai confermate, soprattutto nelle procedure degli omicidi. Sgozzamenti, crocifissioni, far morire bruciati vivi in una gabbia. Orrore su orrore. Ma e’ come se noi scoprissimo solo ora che si può morire in modo così atroce, solo adesso che tutto questo, pare, ci stia minacciando.

Eppure sarebbe bastato leggere , in tutti questi anni, qualche report di Amnesty International per renderci conto che nel mondo esiste la tortura, la pena di morte e mille modi orribili per morire. Eppure in Arabia Saudita si può ancora condannare alle amputazioni incrociate (mani e piedi opposti) per furto, in Iran la lapidazione per adulterio e’ ancora praticata come e’ praticata la fustigazione, non solo. Ci dice Amnesty che il parlamento europeo stima che 500.000 donne e bambine residenti in Europa portino su di sé le conseguenze permanenti delle mutilazioni dei genitali femminili e che altre 180.000 siano a rischio ogni anno. Molto spesso, le bambine vengono portate all’estero durante le vacanze estive e costrette a subire la mutilazione dei genitali, garanzia del loro status sociale e della loro idoneità ad andare in spose. Senza poi parlare degli 800mila morti in Ruanda , dove più di vent’anni fa sono state effettuate sistematicamente mutilazioni per azzerare un’intera generazione… E non dimentichiamo la ex Jugoslavia, teatro di atrocità’ orribili e di stupri etnici di massa. Ma chissà perché tutti questi orrori ci hanno finora colpito solo in parte. Adesso che l’Isis minaccia direttamente noi, proprio noi, allora il panico sale.

Sembra un po’ la storia di ebola: finche’ resta in Africa, fatti loro. Cosi’ le torture e gli omicidi di massa, finche’ sono da un’altra parte, tutto sommato che ci importa? Ma adesso che sulle nostre citta’ moderne, pulite, organizzate , cala l’ombra dell’Isis , delle sue bandiere nere, dei cavalli, della sabbia del deserto che portano con loro, delle atrocita’ primitive, adesso siamo costretti ad aprire gli occhi e guardare il resto del mondo.

Tutta questa storia del califfato, che nulla ha a che fare con la religione ma che nasconde interessi politici di egemonia in una zona del mondo i cui governi si sono sfaldati rompendo un equilibrio di anni, tutta questa storia, dicevo, e’ un delirio. Un delirio che continua a far leva su rabbia repressa usando la religione come alibi.
Che sia almeno utile almeno a capire che l’occidente non e’ il centro del mondo e che atrocità’ e torture devono essere fermate ovunque, non soltanto quando ci sentiamo addosso una minaccia che temiamo sempre piu’ vicina.

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