A TAVOLA ALLA CORTE DEGLI ARBOREA NELL’EX PALAZZO GIUDICALE DI ORISTANO


di Gian Piero Pinna

Da quali pietanze poteva essere composto un pranzo per gli ospiti della corte di Eleonora D’Arborea? È l’interrogativo che si sono poste Marinella Foddis e Clara Castroreale, titolari delle società Eventor, e Visit Sartiglia, che hannom organizzato una “Cena alla corte degli Arborea”,  tenutasi sabato 14 febbraio nell’ex Carcere di Piazza Manno, antica sede della reggia dei regnanti arborensi. A preparare i manicaretti ci ha pensato lo chef Giovanni Salis, presidente dell’Associazione provinciale dei cuochi oristanesi, che ha proposto il menu della cena. A fare gli onori di casa e ad illustrare le varie pietanze, con spiritosi sonetti poetici, il maestro di cerimonie Paolo Vanacora. Seguendo le usanze del tempo, ai commensali è stato portato, nella tavola riccamente imbandita, il primo servizio di credenza, costituito da frutta fresca di stagione speziata con stuzzichini vari, alla quale sono seguiti il primo, il secondo e il terzo servizio di cucina, che comprendeva: Zuppa di legumi; Lisanzas; Ravioli dolci. Dopodiché, le varie Ancille e i piccoli Donnichellos, hanno portato in tavola il quarto e il quinto servizio di cucina, che prevedeva: Panadas di agnello; Lingua di Bue rosso con salsa giovannita, seguiti dal secondo e il terzo servizio di credenza, composti da: Pasta di mele e Zenzero candito.

All’ingresso del salone delle feste riccamente addobbato con le insegne di tutte le curatorie del Giudicato arborense e con i figuranti della Compagnia d’Armi Medievali di Sanluri, che si sono esibiti con danze e spettacolari tenzoni di scherma medioevale, agli ospiti è stata servita una bevanda tipica dell’Evo di mezzo: l’ipograsso, un infuso di vino rosso, cannella, chiodi di garofano, noce moscata e zenzero.

Tutte le libagioni sono state innaffiate dall’acqua di “Sette fontis” e da un corposo vino rosso, come quello che forse si produceva nelle vigne del Giudice Mariano, il cui spirito è aleggiato nel salone della sontuosa cena. Le sue vigne erano sicuramente ubicate poco fuori le mura, come indica chiaramente il toponimo che è stato dato a via Viñea Regum, di chiara derivazione medioevale, in quanto con l’aggettivo di Regum, si designavano le proprietà dello Judex, ma poco distante, nell’isolato che comprende anche le Scuole Elementari di Via Solferino, che sino agli Anni Cinquanta, insisteva l’orto di proprietà dei Giovanniti Ospitalieri, c’erano sicuramente altre vigne.

A tal proposito, è interessante notare che il toponimo popolare che distingue la via Viñea  Regum: Ingi’aregu mannu, indica chiaramente che nel sito c’era una vigna grande,  sicuramente di proprietà del Giudice, mentre la vigna, che si trovava poco discostata, meglio nota come Ingi’aregheddu, cioè vigna piccola, probabilmente era di qualcuno che non faceva parte della casa regnante. Di questa antica vigna, sino al 2009, esistevano ancora alcuni ceppi, intorno ad un pozzo realizzato con la stessa tecnica costruttiva dei nuraghi, nel cortile dell’abitazione posta al numero civico 82 di Via Alagon. Le due vigne adesso sono completamente scomparse e inglobate nel quartiere di Su Brugu, che inizia subito a ridosso di “Portixedda”.

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