L’ALTRA GIUDICESSA: ADELASIA DEL REGNO DI TORRES

Adelasia di Torres

di Federica Ginesu *

Il granito sovrasta la roccia ai piedi del monte Rasu dove antiche mura di pietra portano indietro nel tempo, quando la Sardegna era divisa in quattro parti e i giudici erano signori dei regni di Cagliari, Arborea, Gallura e Torres.  Le donne, per un’antica legge, ereditavano il potere quando intrighi e battaglie uccidevano gli uomini. Per loro la storia si apriva segnando esistenze scandite da lotte, tregue, alleanze. Erano giudicesse, sovrane per ragioni dinastiche che reggevano i regni. Eleonora, la più nota, la principessa guerriera era la signora del giudicato d’Arborea, autoritaria stratega promotrice della Carta De Logu, codice di leggi distillato di modernità e saggezza. Ma prima di lei un’altra donna prese il potere. Adelasia, l’ultima giudicessa del regno Torres che alla morte di lei si dissolse. 

La torre del castello di Ardara era incisa nel marmo, si stagliava alta nel cielo inespugnabile, fortezza amica per una bambina che non era libera, ma prigioniera di obblighi e convenzioni. 

Adelasia era la figlia del Giudice di Torres e Logudoro, Mariano II, e della nobildonna Agnese di Massa, un matrimonio che aveva portato la pace dopo la lunga guerra tra Cagliari e Torres iniziata nel 1194.
Adelasia vive in un’epoca instabile e movimentata trascinata in una furiosa tempesta creata dalla voglia insaziabile di comando, dalla sete implacabile di dominio che attraversa il mare e poi ritorna. Pisa e Genova, repubbliche marinare, sostengono le casate in lotta, mentre il Papa cerca di opporsi e tenta di fare la sua parte nei giochi di spade. L’acqua si increspa e violata viene attraversata dalla flotta di Lamberto Visconti, console di Pisa, che sbarca a Cagliari nel 1215 con la sua armata in cerca di conquiste. Occupa la città e prosegue la sua marcia. Attacca il giudicato di Gallura e muove guerra a Mariano II, padre di Adelasia, che è invece appoggiato da Papa Gregorio IX. Sono giorni e mesi difficili, nessuno può uscire dal castello, mentre fuori è scontro feroce. Alla fine dell’autunno del 1218 i pisani e i turritani firmano a Nuracalbo un accordo di pace e decidono di allearsi imparentandosi.

 Adelasia ha 12 anni, poco più di una bambina. Lunghi capelli neri raccolti spesso in una treccia, occhi azzurri ornati da lunghe ciglia: bellissima, è il tesoro più prezioso della reggia di Ardara. Un dono inestimabile che ben vale una sacra alleanza. Il padre decide per lei e la dà in sposa ad Ubaldo Visconti, figlio di Lamberto Visconti diventato giudice di Gallura e Cagliari, e di Elena di Gallura.

Adelasia è obbligata, non è padrona del suo destino, non ha diritto di decidere. È piccola sposa che incede emozionata dentro la Basilica della Santissima Trinità di Saccargia, maestosa chiesa di Torres. Non ha nessuna alternativa, prigioniera della sua vita, ma non vittima. È una piccola donna sarda orgogliosa dallo spirito indomito, educata a diventare regina. Non è innamorata di Ubaldo, ma sa che dovrà sostenerlo per non diventare schiava o facile preda.

Il Papa, appresa la notizia, manda in Sardegna il suo ciambellano per impedire a tutti i costi il matrimonio, perché mal tollera il dominio pisano, ma ormai le nozze sono già state celebrate. Nel frattempo ogni giornata è una conquista, la Sardegna è una terra dove tutti si muovono, come nel gioco degli scacchi, tra prese al varco e scacco matto ai re. 

Nel 1236 Il fratello di Adelasia, Barisone III, il giudice bambino, che aveva ereditato il potere alla morte del padre, viene ucciso in circostanze misteriose durante una sommossa popolare; il suo corpo viene fatto a pezzi e gettato in pasto ai cani. Alcuni dicono che il mandante sia il marito di Adelasia, Ubaldo, che non vede l’ora di impadronirsi dei territori su cui il giudicato di Torres estende la sua influenza. 

Per Adelasia è dolore immenso. Si rinchiude nella cappella della reggia di Ardara e si inginocchia e prega davanti al piccolo altare, nessuno riesce a portarla via; il suo cuore è lacerato, mentre le lacrime scivolano sul rosario invoca vendetta.

Il Papa, che non si era rassegnato e aspettava solo l’occasione giusta per riaffermare gli antichi diritti che vantava sulla Sardegna, prontamente manda un suo messo per confortare Adelasia e prometterle aiuto. Adelasia disperata accetta, ma l’assassinio del fratello rimarrà impunito. I nobili, riuniti nella corona de Logu, decidono all’unanimità di consegnarle il potere. Adelasia è così regina di metà Sardegna, ma deve anche onorare il giuramento fatto al Papa diventando sua vassalla.

Nel 1238 Ubaldo, all’improvviso, dopo pochi giorni di febbre altissima, forse avvelenato, a soli 31 anni muore e Adelasia si ritrova sola, esposta. Perde il giudicato di Gallura che il marito, in mancanza di eredi, lascia al nipote Giovanni, ma è ancora la regina di Torres, padrona di uno dei giudicati, il pezzo più importante della scacchiera, può essere infatti trascinata in ogni direzione, spostata a piacimento. Considerata oggetto di contesa, decide invece di scegliere lei stessa. Non può attendere, ma deve decidere in fretta, e pazienza se non sarà una decisione accorta.

Mentre infuria oltre il mare la guerra tra guelfi e ghibellini, Papa e Imperatore inviano in Sardegna attraverso i loro ambasciatori, due proposte di matrimonio: il maturo Guelfo de’ Porcari, fedele al papa Gregorio IX e il bellissimo, biondo giovane principe Enzio di Hohenstaufen, figlio naturale dell’imperatore Federico II di Svevia. 

Adelasia ha quasi quarant’anni, ma ancora seducente e affascinante. Jacopo da Lentini, l’inventore del sonetto, le dedica le rime baciate: “angelica figura non mi parete femina, ma fatta – per gli frori di belezze in cui tutta vertudie è divisata”.

È consapevole che il suo regno è minacciato dai Visconti che premono ai confini e da Sassari che vuole diventare Comune. Rimane fulminata dallo straniero. In quel ragazzo biondo vede una possibilità di salvezza per il suo regno e davanti all’occasione di entrare nella famiglia imperiale, in spregio al Papa che aveva minacciato la scomunica, decide di sposarlo nella chiesa di Santa Maria di Ardara nel 1238.

Enzo diventa, per volere del padre, re di Sardegna, titolo puramente onorifico, ma non è altro che un ragazzino arrogante e viziato che odia stare in quell’isola strana in cui si sente soffocare. Con Adelasia, di vent’anni più grande, si annoia e nonostante le viste degli amici siciliani che riceve nel castello preme per andare via. Sfoga la sua frustrazione sulla moglie che maltratta e tradisce ripetutamente fino a lasciarla. Abbandona la reggia e va a Sassari dove si rinchiude in un palazzo. 

Il padre, davanti al suo atteggiamento, decide di richiamarlo e lo spedisce in guerra. Non tornerà più in Sardegna, catturato dai bolognesi durante la battaglia di Fossalta, morirà dopo 20 anni di prigionia a Bologna.

Adelasia si sente ancora una volta abbandonata, ferita, delusa. Si rifugia nel castello di Burgos in isolamento, cercando di ritrovarsi nella solitudine del suo cuore. Dalla finestra della torre fissa la strada cercando di scorgere il suo principe biondo, in fondo aveva amato Enzo e sperava in un suo ritorno.

L’Imperatore, nel frattempo, affida la reggenza del giudicato a un suo uomo di fiducia che Dante immortala tra i faccendieri dell’Inferno, Michele Zanche, il “vicario nero” dal viso rapace e lo sguardo nemico, abituato a serpeggiare agile dietro le quinte e muovere i fili per arrivare al potere. Frequenta spesso Burgos cercando di sedurre Adelasia col suo fascino fino a diventare, per alcuni autori, il suo amante, comeBepi Vigna e Daniele Coppi raccontano nel fumetto “L’amore e il potere“, della collana Storia della Sardegna a fumetti (ed. La biblioteca dell’identità).

Di certo si sa che nel 1236 il Papa perdonò la regina turritana e le concesse il divorzio, ma ormai Adelasia aveva smesso di lottare, si era arresa e si era ritirata da quel mondo a cui aveva cercato di adattarsi combattendo invano. Era forte e coraggiosa, ma stritolata dalle spire di un tempo che non era fatto per le donne. Aveva provato a regnare sulla sua vita, ma aveva pagato a caro prezzo la voglia di essere padrona del suo destino. Non ne aveva il diritto, non poteva. Di lei non rimane che un nome scritto dagli uomini e niente se non la fantasia sulla sua vita.

Ma ancora tutte le notti il suo spirito si leva, dalle rocce verso il cielo, sul picchio granitico che sovrasta Burgos. Un velo ancora la ricopre, ma basta scostarlo per lasciar risorgere il passato.

* La Donna Sarda

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