IL BIOTETANOLO NEL SULCIS: ECCO LA MANNA DAL CIELO


di Stefano Deliperi

Nel Sulcis in piena crisi economico-sociale ed ambientale, secondo alcuni, sta per cadere la manna dal cielo. O forse no. A Portovesme, contiguo allo stabilimento Alcoa, il Gruppo Mossi-Ghisolfi (fatturato dichiarato 3 miliardi di dollari, 2.300 dipendenti, seconda azienda chimica in Italia,pioniere del bio-etanolo) intende produrre un eco-carburante di seconda generazione, grazie a un brevetto innovativo: si tratta di un carburante per autoveicoli derivato dalla cellulosa estratta dalle canne (Arundo donax). La promessa è allettante, a prima vista: 100-150 posti di lavoro, altrettanti nell’indotto in agricoltura, per un investimento di 220-250 milioni di euro. 600-800 posti di lavoro in fase di costruzione.  Sarebbe un inatteso quanto gradito colpo di fortuna in una delle zone socialmente più disgraziate d’Italia: 5.500 lavoratori in cassa integrazione o mobilità su 125 mila abitanti, disoccupazione giovanile superiore al 60%.   Altri due impianti simili sarebbero realizzati in Sicilia, a Gela. Ognuno dei tre impianti progettati dovrebbe produrre 80 mila tonnellate di bioetanolo all’anno (e trattare 400 mila tonnellate di biomassa secca). La produzione totale di 240 mila tonnellate sarebbe pari a circa un terzo della domanda italiana di biocarburante al 2020. L’obiettivo, quindi, è contribuire al raggiungimento del 10% di carburanti verdi (direttiva n. 2003/30/CE) rispetto al totale fissato dall’Unione europea per il 2020. 720 milioni di euro l’investimento totale, in buona parte fondi pubblici. Per l’impianto di Portovesme il 55% dei fondi sarà assicurato da prestiti pubblici a tasso agevolato, da rimborsarsi in 8 anni, mentre il 45% da investitori privati (in particolare il Texas Pacific Group). Il progetto – rientrante nel Piano Sulcis – sembra ormai in dirittura d’arrivo, come afferma il delegato del presidente della Regione autonoma della Sardegna Pigliaru per l’attuazione del Piano Sulcis, Tore Cherchi. Come assicura sempre Tore Cherchi, tutto rose e fiori, quindi?  Nemmeno per sogno. A parte il fatto che seppur ridotto rispetto a quelli di prima generazione, non sarebbe trascurabile l’impatto sui cambiamenti climatici degli eco-carburanti di seconda generazione, sembra, infatti, che per produrre il quantitativo di canne necessario per il funzionamento dell’impianto di Portovesme sarebbero necessari ben 5.000 ettari di coltivazione, cioè – per dare una dimensione – quanto l’intero comparto irriguo del Sulcis, attualmente incentrato nella zona di Tratalias-Giba.   Non sarebbe nemmeno possibile accedere ai contributi agricoli comunitari.  Sembra poi che il fabbisogno idrico annuo sia pari a 5 mila metri cubi per ettaro, cioè ben 25 milioni di metri cubi di acqua all’anno.  Una follìa, la fine di qualsiasi prospettiva di crescita – ma anche di mantenimento – del settore agricolo sulcitano. Addio al Carignano del Sulcis?  Forse. Alla monocultura industriale, da kombinat sovietico, tanto cara ai vari Torecherchi che vi han costruito fortune elettorali quanto fallimentare sul piano ambientale, sanitario, sociale ed economico, in quel del Sulcis vorrebbero aggiungere anche una bella servitù agricola e idrica. Ancora oggi i dettagli progettuali non sono stati scandalosamente pubblicizzati ufficialmente, ma impianti simili devono comunque essere preventivamente assoggettati al procedimento di valutazione di impatto ambientale (V.I.A.). Vi interverremo, per difendere ambiente e salute, fin troppo massacrati nel Sulcis delle disgrazie, in attesa di quelle necessarie bonifiche ambientali che ormai sembrano interessare, purtroppo, solo le cronache giudiziarie.

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