RICONOSCIMENTI ALLA TRIENNALE DI MILANO: UNA SQUADRA SARDA AL FEMMINILE PER IL PREMIO “SETTE GREEN AWARDS” E “ABITARE VERDE”


di Sergio Portas

Tra i mille segnali che la Sardegna lascia dietro di sé a certificare una crisi culturale che fa il paio con quella economica, davvero drammatico è quello che indicano i numeri dell’abbandono scolastico degli alunni delle scuole superiori, maglia nera d’Italia, ultima delle regioni del belpaese che abitiamo. Il numero dei maschi che non ce la fa a percorrere tutto il ciclo dei cinque anni di scuola superiore deborda quello delle femmine. Le ragazze sarde stringono i denti e continuano a intravvedere nel successo scolastico una possibilità in più di “farcela”, di imbroccare quell’ascensore sociale che la Costituzione a tutti promette, senza fare distinzione di generi. Finiti i tempi, se mai sono esistiti, in cui ogni pastore di barbagia voleva fare del figlio (maschio) un ingegnere. E, a lotta di classe oramai terminata (Matteo dixit) , un figlio di laureato ha possibilità dici volte più di quello di un operaio di finire una università. Persino gli studi di Confindustria calcolano un 15% in più di Pil nel fantasmatico caso che le percentuali di scolarità degli italiani fossero le medesime dei maggiori paesi europei. Una società civile ( la nostra) in cui gli analfabeti di ritorno sfiorano il trenta per cento è destinata a tenersi sul collo una classe dirigente inamovibile, a mangiare poco “panem” per tutta la vita e a “circenses” dei bei programmi Tv apparentemente gratuiti, i costi della pubblicità che interrompe lo scosciare delle ballerine si riversano sui prodotti in bella mostra di sé al supermercato di zona. Le ragazze nel mondo si danno una mossa come possono, Boko Haram in Nigeria (in hausa: l’educazione occidentale è peccato) appena può le rapisce adolescenti, le “converte” e le fa “sposare” agli accoliti della banda. A Malala i pashtun pakistani, che le donne vogliono ignoranti come capre, hanno sparato in testa per farla desistere dalla brutta abitudine di denunciare questi propositi come barbarie. Ha ritirato il Nobel per la pace pochi giorni fa, penso come lei che “un bambino, un insegnante, una penna e un libro possono cambiare il mondo”. Che volete che vi dica, per una somma di ingiustizie che ci vorrebbero cento numeri di “Gazzetta” per tutte elencarle tutte, anche io penso che valga la pena di vivere per tentare di cambiarlo questo mondo. E in un periodo in cui l’egemonia di un gruppo sociale (leggi liberismo) è oramai mondialmente conclamata ( parlo del concetto di egemonia nell’elaborazione del pensiero di Antonio Gramsci) vedo in questo avanzare delle donne nei tassi di scolarità una speranza effettiva. In Sardegna, in tempi non lontani, se in casa c’erano pochi soldi, caso che toccava al novanta per cento delle famiglie, si “faceva studiare” uno dei figli maschi, in genere il primogenito, ma qualche volta persino il più intelligente della nidiata. Che una Deledda di nome Grazia si mettesse in mente di scrivere e pubblicare novelle era scandalo grave per la sua famiglia. “Ta bregungia!”. Qui alla Triennale di Milano sono altri tempi, si premiava per l’ennesima volta uno dei prodotti “green” della guspinese Edilana di Oscar Ruggeri e Daniela Ducato, sponsor il “Corriere della Sera”, e mi è capitato di scattare un foto emblematica riguardante le donne sarde. Vorrei utilizzarla insieme a voi alla moda di Filippo Ceccarelli, nella sua rubrica intitolata: “Indizi Neurovisivi” ogni settimana sul Venerdì di “Repubblica” (il 12 dicembre: Striscioni e caschetto, la solitudine degli operai in cerca di attenzione. Un operaio dell’Alcoa di Portovesme fotografato da Angelo Carconi). Scrive cose di questo tipo: “I caschetti sono il simbolo degli operai dell’Alcoa. Non li indossano più al lavoro, ma li colorano, ci scrivono sopra date, li trasformano in maschere, li depongono su prati, navi, basiliche, aeroporti, parlamenti…”. Nella mia di foto, prima che iniziasse la cerimonia di premiazione e Filippa Largeback dall’alto della sua biondità, si mettesse a distribuire premi e sorrisi con accento che più svedese proprio non si può, sono sei ragazze in primo piano: la più giovane è la più conosciuta di tutte: Daniela Ducato, l’altro ieri era in Campidoglio a ritirare il premio Minerva, tra le motivazioni la dicono “tessitrice di futuro, ha unito insieme tessuti sociali, economici e salvaguardia del territorio”, come dire che la giovinezza di una persona non la quantifica l’età anagrafica. Se ne sta nel mezzo come un buon allenatore di basket che ripassi gli schemi con il suo “team” prima della partita. Guardando da destra sono le guspinesi Rossella Lupo e Simona Ortu: Rossella l’ultima volta che l’ho sentita era ancora in Siberia a perfezionare i suoi studi di lingua russa (  laureata l’anno scorso con centodieci e lode ). Simona verrà gettata nella mischia del “SetteGreen Awards (leggi premio) 2014, è lei che racconterà al pubblico plaudente di come si sia sviluppata l’idea di usare la posidonia marina, una pianta acquatica endemica del Mediterraneo che una volta spiaggiata diventa un rifiuto ingombrante, specie se va in decomposizione, per utilizzarla, insieme alla lana di pecora, a termoisolante per edilizia.” La posidonia spiaggiata è indice di mare pulito, sano, noi di Edimare per ora lavoriamo col comune di Alghero e ci occupiamo delle loro eccedenze che causano alterazioni ambientali e igienico-sanitarie, intasando tombini e fognature. E’ la filosofia de “s’aggiudu torrau”, io ti faccio un favore liberandoti le spiagge e tu mi regali il “rifiuto” “. Anche quelli di Slow Food (giuria composta dai soliti WWF, FAI e Italia Nostra ma anche e sopratutto dalle associazioni dei consumatori) gli hanno assegnato il premio “Abitare Verde per l’Expò 2015, Agricoltura e Architettura insieme per nutrire il pianeta, nella categoria miglior prodotto termoisolante. Libero da petrolio, finita la sua vita come isolante si può riutilizzare a concime. Simona Ortu si è laureata a Cagliari in ingegneria edile nove anni fa, sarà orgoglioso di lei papà Velio che da una vita milita nei partiti della sinistra ed è stato anche sindaco di Guspini. 36 anni, sfegatata tifosa del Cagliari dove vive attualmente; dietro di lei Cecilia Murgia, di Sanluri, secondo anno all’Università Cattolica qui a Milano, cerca di convincermi che persino l’esame di morale che la “Cattolica” richiede in più ai suoi studenti ogni anno può risultare alla fine molto interessante. Alla sua sinistra Jubing Zhang, dalla Cina con amore, un anno di studio trascorso in quel di Guspini ( a casa Ruggeri) parla italiano con accento cantonese ma non sbaglia un verbo. Quando a casa le chiederanno delle bellezze d’Italia, racconterà loro dei cervi di Montevecchio e delle dune di Piscinas. E infine Caterina Crabolu, secondo anno al Politecnico di Torino, di Ozieri, ci tiene a ricordarmi che il “Procura de moderare” che ogni coro sardo che si rispetti va cantando è roba del loro Francesco Ignazio Mannu. Con questa squadra si può affrontare qualsiasi partita la vita ti metta davanti, sicuri di potersela giocare, di essere attrezzate per farlo. Di loro, dice Daniela: “ E’ questa gioventù ricca di competenze e con gli occhi pieni di mondo a continuare il percorso”.  Poi magari finisci come le ragazze dell’Igea, non ti pagano lo stipendio per sette mesi, ti tocca mettere passamontagna e caschetto e scendere giù in miniera “per catturare l’interesse dei media, ma che fatica e che vergogna che tutto questo debba accadere” … “Duri e testardi” dice uno striscione, “la forza di noi sardi”(F.Ceccarelli). Valanga sarda rosa verde, lasciatemi sognare un futuro diverso per la nostra Sardegna se  di questa tempra saranno le donne che daranno forma a quel sogno, volando per rotte che toccheranno Mosca e Pechino, diplomi e master acquisiti in prestigiose università, riporteranno a casa  competenze e saperi, si conquisteranno un lavoro nell’isola.  Se avranno dei figli maschi, di questo sono sicuro, faranno sì che le scuole le finiscano, a costo di ripetere con loro ogni lezione d
el giorno, magari in russo o in cinese e perché no, in sardo.

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